HUAWEI, XIAOMI, TENCENT E OPPO

HUAWEI

 

 

All’IFA (Internationale Funkausstellung) di Berlino, Huawei ha svelato il suo Kirin 990, il chipset più potente del mondo, che sarà utilizzato per la prossima linea di smartphone di fascia alta, a partire dal Mate 30. Su questo dispositivo il colosso cinese ha lasciato l’incertezza a proposito del sistema operativo, non specificando se utilizzerà Android o se opererà una scelta diversa per opporsi al bando statunitense che vieta alle aziende americane di vendere i propri prodotti a quelle cinesi. Dietro la realizzazione del chipset più potente del mondo c’è la guerra segreta per il dominio della tecnologia e la contesa sulla proprietà intellettuale.

Il Kirill 990è il primo chipset in assoluto con un sistema 5G all-in-one, e ha prestazioni che, per quanto se ne sa, non sono state eguagliate dalle concorrenti, come l’americana Qualcomm e  la coreana Samsung, perché ha la caratteristica rivoluzionaria di integrare in unico chip un modem 5G e uno 4G, riuscendo così ad assicurare una maggiore stabilità e performance delle comunicazioni, oltre ad avere minori consumi energetici. Ciò significa che, per rendere attivo il 5G con Kirin non c’è bisogno di cambiare la rete. Solo poche settimane prima, Huawei aveva annunciato il suo nuovo sistema operativo Harmony OS che presto potrebbe utilizzare come alternativa ad Android, rispetto al quale sembra avere prestazioni nettamente migliori.

 

La capacità di unire potenza di calcolo e comunicazioni evolute nello stesso chip ha notevoli vantaggi. Inoltre il chipset è stato prodotto utilizzando processi di produzione  a 7 nanometri messi a punto da Huawei, molto evoluti.  Recentemente, nei laboratori IBM di Almadeen, in California, è stato  scoperto che 1 nanometro è il limite assoluto, al di sotto del quale le tecnologie attuali non potranno arrivare, se non riusciranno a implementare un approccio quantistico. Questo è uno degli obiettivi strategici della Cina. Va ricordato che, su 190 mila dipendenti, Huawei ne ha oltre 90 mila con un Ph D. Molti dei dipendenti sono impegnati in attività di ricerca e svilupppo.

 


Nella prima conferenza per gli sviluppatori dalla sua fondazione nel 1987, Huawei annuncia un sistema operativo open source fatto in casa: HarmonyOS che potrà essere utilizzato su dispositivi diversi e sarà rivale di Android e iOS. L’annuncio ha una tempistica non casuale, visto che il 19 agosto scade la proroga concessa da Trump sul bando che impedisce a Huawei di acquistare parti e componenti da compagnie Usa, senza l’approvazione del dipartimento commerciale americano.  A rischio c’è l’utilizzo di Android, tranne la versione open source.

Huawei vuole dimostrare di potere fare da sola, dopo che la decisione di Trump di inserire Huawei nella lista nera delle imprese che possono mettere a rischio la sicurezza degli Usa ha interrotto il flirt con Google. In realtà Huawei non è ancora pronta per l’autarchia e l’ecosistema delle applicazioni di Google è ancora in dispensabile per vendere gli smartphone.

Il cuore è costituito da una architettura microkernel, più flessibile rispetto alla struttura monolitica adottata da Android e a quella ibrida di iOS. E’ così nato un software molto flessibile che possiamo definire multipiattaforma. Un’altra caratteristica è la bassa latenza che si affianca a una maggiore sicurezza.

 

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sviluppatori

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I provvedimenti restrittivi imposti dagli Stati Uniti non hanno frenato i ricavi di Huawei. Il gigante cinese di impianti di telecomunicazioni e dispositivi mobili, accusato di spionaggio dagli Usa, ha infatti registrato un fatturato in rialzo del 23,2% nel primo semestre a 401,3 miliardi di yuan (52,3 miliardi di euro). In particolare, sono stati spediti 118 milioni di smartphone per un fatturato di 32,1 miliardi di dollari.Huawei non è quotata in borsa e quindi diffonde solo un numero selezionato di dati finanziari.

Quella di oggi è la prima relazione finanziaria dopo che il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha limitato la capacità delle società americane di vendere tecnologia al gruppo cinese e di acquistarne i prodotti. Ma il presidente di Huawei, Liang Hua, presentando i risultati, ha assicurato che “né la produzione né le spedizioni si sono interrotte, neppure per un giorno”.

 

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C’è Huawei dietro il nuovo Honor 20 appena presentato al Battersea Evolution di Londra, in piena bufera Google. Il brand “giovane” dell’azienda cinese lancia sul mercato il nuovo top di gamma in tre modelli: base, Pro e Lite (già in Italia a partire da 299 euro). Sul palco nessun riferimento è stato fatto alle decisioni del governo Usa di inserire Huawei nella black list delle forniture, blocco poi posticipato ad agosto. Ma dietro le quinte, i portavoce del marchio si lasciano sfuggire solo parole ottimiste, rassicurando sul fatto che il gigante cinese ha tutta l’intenzione di continuare a collaborare con l’universo Android. Proprio a causa di questo nodo, il debutto di Honor 20 Pro è segnato dalla mancanza della certificazione Google, che riceverà però a breve in virtù della licenza temporanea.

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George Zhao, presidente Honor

 

Google ha deciso di sabotare Huawei.  I cellulari del produttore cinese potrebbero perdere gli aggiornamenti al sistema operativo Android, cioè la mente che fa funzionare tutto.

 

 

Huawei Technologies ha chiuso il primo trimestre 2019 con un fatturato salito del 39% a 179,7 miliardi di yuan (26,81 miliardi di dollari) grazie agli ulteriori passi avanti nel business della tecnologia 5G.   Huawei è il più grande produttore al mondo di apparecchiature per le telecomunicazioni ed è emersa come fornitore dominante di tecnologia per reti 5G, il cui lancio in molti mercati, Italia compresa, inizia quest’anno.

 

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Nelle scorse settimane, molti centri di potere hanno espresso lamentele nei confronti di Huawei, leader provider nel campo delle apparecchiature per le telecomunicazioni e peso massimo dell’elettronica. Più recentemente, Il vicepresidente Usa Mike Spence è stato protagonista della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, dove ha etichettato la compagnia cinese come una minaccia alla sicurezza. “La legge cinese gli impone di fornire a Pechino vasti apparati di sicurezza con accesso a qualunque tipo di dato che tocchi il suo network o le sue apparecchiature,” ha detto Pence sabato. I commenti di Pence sono solo gli ultimi in un anno che ha visto il diffondersi di sentimenti anti Huawei in diversi Paesi occidentali. La saga della travagliata compagnia di telecomunicazioni ha incluso divieti di commercializzazione, incriminazioni, arresti e, soprattutto, severe invettive da parte dei leader di entrambe le parti.

 

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Nel corso di un evento al Beijing R&D Center, Huawei ha annunciato il suo primo smartphone pieghevole, con modem 5G integrato. Le prossime reti ultraveloci garantiranno prestazioni più elevate, fino a 20Gbps. Il pezzo forte sarà però il nuovo smartphone P30.

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Parigi, Verona, Friburgo e, prossimamente, anche Lussemburgo. Più che uno strategico e appartato luogo di lavoro il nuovo campus del colosso tecnologico Huawei a Dongguan, un’ora e mezza di auto da Shenzhen,l dove ha sede il quartier generale, è un fastoso omaggio al fascino e alla storia dell’Europa. Dodici complessi di edifici, collegati da un vero e proprio treno, creano altrettanti quartieri ispirati ciascuno a una città europea: Ox Horn, ‘corno di bue’ dalla conformazione dell’area, sorge sulle sponde del lago Songshan. In cinese è noto invece come ‘Xi Liu Bei Po Cun’, che trasmette il più pacifico significato di ‘pendio sottovento pieno di ruscelli’.  Lì rinascono anche la Borgogna, Oxford, Bruges, Bologna, Granada, Heidelberg.

 

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La direttrice finanziaria del gigante cinese Huawei, Meng Wanzhou, figlia del fondatore, è stata arrestata a Vancouver, in Canada, in base a un mandato di arresto emesso dagli Usa. Gli Usa hanno chiesto l’estradizione e l’udienza è stata fissata per domani. La notizia è resa nota dal ministero della Giustizia canadese. La richiesta di arresto statunitense – si apprende dai media – riguarderebbe violazioni alle sanzioni americane contro l’Iran e arriva proprio nel giorno in cui la compagnia cinese viene bandita da British Telecom per “rischio spionaggio” .La crisi diplomatica rischia di complicarsi proprio nel momento in cui Stati Uniti e Cina sembravano avere raggiunto una tregua.

Fondata a Shenzhen nel 1987, Huawei è il simbolo di quello a cui la Cina aspira: un produttore che nel corso degli anni è riuscito a saltare dal low cost alla frontiera dell’innovazione, e oggi è leader globale nello sviluppo del 5G, la nuova rete di telefonia mobile. Per questo, è anche il simbolo di ciò che gli Stati Uniti temono: che Pechino possa fare un grande balzo in avanti e sfidare il loro primato hi-tech. Così Huawei è stata bandita dall’America (e poi anche dagli alleati Australia e Nuova Zelanda) per questioni di sicurezza nazionale, sulla base del sospetto che i suoi dispositivi possano essere usati dal governo cinese per attacchi hacker o furto di dati.

La prova che questo sia accaduto non esiste, non c’è pistola fumante. Ma uno degli elementi spesso citati come prova è l’oscura struttura societaria di Huawei. Il fondatore Ren Zhengfei infatti, che ne conserva il controllo, è un ex ingegnere dell’Esercito popolare di liberazione. Nel corso degli anni l’azienda si è dotata di una leadership “collettiva”, che prevede una rotazione delle figure apicali.

 

Meng wanzhou

 

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Il governo Usa, allarmato per i rischi di sicurezza nazionale correlati all’utilizzo dei dispositivi Huaweii, avrebbe stretto un “cordone sanitario” attorno alla multinazionale asiatica, chiedendo agli alleati di isolare  il gruppo e i suoi prodotti. Visti i legami dell’azienda con Pechino, potrebbero esserci gravi rischi per la cybersecurity  sul fronte militare, economico e finanziario. Alcuni funzionari avrebbero organizzato anche un’intensa serie di incontri informali, con dirigenti del settore su scala globale..

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Huawei ha venduto in Europa Occidentale 6,7 milioni di smartphone nel secondo trimestre di quest’anno, quasi il doppio rispetto ai 3,8 dello stesso periodo del 2017. Una crescita che le permette di piazzarsi al secondo posto nelle vendite del Vecchio Continente, subito dopo Samsung. Performance analoga è stata registrata nelle vendite mondiali, secondo i dati di International Data Corporation. Huawei ha così scavalcato Apple nella classifica europea dei costruttori. Forte passo in avanti anche di un altro produttore cinese in forte ascesa, Xiaomi, che in Europa passa in un anno da 36.000 a un milione di unità.

La crescita su scala mondiale di Huawei è del 40,9 per cento, contro un modestissimo più 0,7 per cento di Apple e un calo preoccupante di Samsung, a meno 10,4 per cento. In Europa va ancora meglio, perché nel secondo trimestre 2018 si registra un balzo del 75 per cento, a fronte del calo dei rivali e dell’intero settore. Xiaomi, al quarto posto nella classifica mondiale e in quella europea, a livello globale nel secondo trimestre cresce del 48,8 per cento.

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Xiaomi si avvicina alla quotazione. Il marchio cinese di smartphone ha depositato i documenti alla borsa di Hong Kong per una Ipo che potrebbe raccogliere 10 miliardi di dollari, il più grosso debutto sui listini dai tempi dei 21,8 miliardi raccolti a Wall Street da Alibaba nel 2014 . Il valore dell’azienda lieviterebbe così tra gli 80 e i 100 miliardi di dollari, secondo fonti a conoscenza dell’operazione intervistate dai media internazionali. Il prospetto di Xiaomi ha offerto agli investitori un primo dettaglio sulla situazione finanziaria del gruppo in vista della Ipo, che potrebbe chiudersi entro la fine di giugno. I numeri, a quanto sottolinea l’agenzia Reuters, fotografano un’azienda «resiliente» nonostante il rallentamento delle vendite globali di smartphone. Le risorse saranno destinate a ricerca&sviluppo, internet of things e l’espansione della sua piattaforma software.

L’azienda è diventata il quarto produttore di smartphone l’anno scorso (settore che vale il 70% del fatturato), grazie alla crescita sul mercato indiano, ma sta spingendo sulla diversificazione di un business che rischia di garantire scarsa marginalità. Il gruppo sta investendo sul segmento dell’internet of things, i dispositivi connessi, producendo un’ampia gamma di gadget, senza dimenticare i servizi internet, l’ambito che genera oltre il 60% dei profitti del gruppo, a partire dall’advertising e dal suo sistema operativo Miui (190 milioni di utenti attivi nel marzo 2018).

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Il “notch”, la plancetta sulla parte superiore del display dell’iPhoneX, ha incontrato nei mesi scorsi un’accoglienza contrastante, ma sembra aver fatto breccia nel design e, a quanto pare, la incorporerà anche il P20 di Huawei che sarà presentato il 27 marzo a Parigi.

Secondo un’indiscrezione, tutti i nuovi dispositivi del colosso cinese (ormai terza forza mondiale e seconda sul mercato italiano con una quota del 25%) dovrebbero appunto sfoggiare una rientranza di quel genere.

Quanto alle altre indiscrezioni, se il P20 Lite si candida a essere uno dei top seller dell’anno per rapporto prezzo-caratteristiche e la tripla fotocamera potrebbe anche non fare la sua apparizione sul modello Plus o Pro, la versione base, per così, dire, monterà un display Oled, una batteria da 3.200 mAh (nella versione superiore sarà da 4mila), Android Oreo 8.1 e la nuova interfaccia Emui, messa a punto in casa, supportata come sempre dal chipset Kirin 970. Quanto al comparto fotografico, continua il sodalizio con la tedesca Leica e i sensori potrebbero toccare i 40 Mpixel e avere uno zoom ottico 5x. Non rimane che aspettare.

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Secondo Richard Yu, il numero uno di Huawei, il  Mate 10 è “il migliore smartphone che abbiamo mai fatto”.  Veloce, grande, facile da usare: mega schermo (display da 6 pollici ), performance e super batteria. In un mercato che rischia di diventare saturo di super telefonini, Huawei accelera il passo in vista dell’arrivo dell’iPhone10.

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Huawei ha quasi triplicato in due anni la quota di mercato negli smartphone: è già seconda, dopo Samsung e prima di Apple. Edward Chan, amministratore delegato di Huawei in Italia, si propone di raddoppiare il fatturato entro il 2022 e di diventare il marchio più amato. Ora ha una quota di mercato del 25,7% ed è seconda dopo Samsung, prima della Mela. In un anno, i ricavi sono saliti del 40% a 1,27 miliardi ed il 45% viene dagli smartphone. L’accordo con Leica, regina delle macchine fotografiche, ha fatto fare il balzo dal P8 al P9. Il patto con Leica è stato consolidato con P10. Lo scopo è offrire una foto di alta qualità.

Va ricordato che fu Huawei, a Rigopiano, a fornire la tecnologia (e una squadra di quattro persone per usarla) ai soccorritori nell’albergo travolto dalla valanga, al buio, con i cellulari. Dal suo centro di Pula fu trasportato in elicottero il sistema portatile di emergenza (“Rapid e-Lte Emergency solutions”) che mise in contatto le persone sul posto e la sala operativa, permettendo la comunicazione in 4G di voce e dati.  E’ nel parco tecnologico sardo che l’azienda cinese ha deciso, con la Regione, di aprire il suo laboratorio di innovazione: il Joint innovation center, 20 milioni di investimento.

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Nel 2017 Huawei vule dare l’assalto alla fascia alta del mercato. Il nuovo smartphone P10 punta, oltre che sul design raffinato, sulla doppia fotocamera sviluppata in tandem con la tedesca Leica. Il gruppo fondato da Ren Zhengfei crede molto nella partnership: un’altra è stata avviata con l’istituto Pantone, che ha creato nuove tonalità di colore per il P10. Huawei attacca due fronti: cresce bene infatti anche Honor, che nel gruppo è il brand giovane e orientato all’online. In Cina infatti, oltre il 30% degli smartphone viene acquistato sul web. Honor è il primo marchio per vendite online con il 9.5%, contando anche i negozi fisici. Nato per la fascia media e bassa, con un prezzo aggressivo, ha alzato il tiro anche nella fascia alta.

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Huawei si può ormai permettere di cedere il primo posto a Oppo e Vivo che sono i campioni del low cost cinese, puntando alla leadership negli apparecchi di fascia alta. Huawei investe circa il 10% del suo fatturato in ricerca e sviluppo, settore in cui è impiegato circa il 45% dei suoi dipendenti.  Ciò le ha permesso di ottenere circa 40 mila brevetti depositati. C’è poi una strategia di marketing particolarmente aggressiva che le ha permesso di arrivare al 20% del mercato in Polonia, Finlandia, Spagna e anche in Italia. E’ imminente l’invasione dell’India con un blitz in 50 mila negozi. 30% di crescita nel 2015, 40% nella prima metà del 2016!

Il padre-padrone di Huawei è il settantaduenne Ren Zhenfei, un ex militare che ha servito per 20 anni della sua vita nell’esercito cinese. Ciò gli ha valso accuse di spionaggio che rigetta indignato.

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Le disgrazie di Samsung, dovute al Galaxy Note 7,  sono la fortuna di Huawei, terzo produttore mondiale di smarphone, dopo Apple e Samsung ! Huawei è ora il secondo produttore per profittabilità dopo l’irraggiungibile Apple.

Mate 9 è l’asso nella manica con Android 7.0. Schermo curvo e full HD da 5.9 pollici per il modello base. Super processore Kirin 960, il primo chipset octa-core al mondo, costruito con processore Arm con forte miglioramento delle prestazioni. La batteria promette lunga durata e sicurezza.  Doppia fotocamera da 12 e 20 Megapixel, targata Leica.

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Huawei è fortissimo sul mercato cinese, ma ormai è notissimo anche nel mondo occidentale. Coltiva l’ambizioso obiettivo di diventare il numero uno al mondo. Spera di superare Apple nel 2018 e Samsung entro cinque anni. Negli Stati Uniti ha una presenza marginale, perché è sospettato di avere rapporti con l’esercito cinese (da cui proviene il fondatore Ren Zhengfei). E’ molto agguerrito nella ricerca ed  opera anche nell’ambito delle reti. Comunque le carte si rimescolano frequentemente, perché il consumatore cinese è tendenzialmente infedele.

La grande rincorsa di Huawei negli smartphone continua con il P9, nuovo top di gamma dell’azienda cinese, diventata rapidamente numero 3 in questo mercato, dopo Samsung e Apple. Questo telefono punta fortemente sulla fotocamera, grazie a una collaborazione con la tedesca Leica, uno dei marchi storici della telefonia professionale.I modelli sono due: P9 e P9 Plus. Il primo ha un display da 5,2 pollici (e 423 ppi) ed il secondo da 5,5 (e 401ppi). Lo schermo ottimizza molto i margini che risultano quindi poco ingombranti: un vantaggio rispetto all’iPhone!

Colpiscono le due fotocamere da 12 megapixel l’una. La prima cattura i colori, mentre la seconda, in bianco e nero, acquisisce tutti i dettagli della immagine. Lavorano insieme per consentire agli utenti di creare foto con dettagli, profondità e colori ottimizzati. La doppia fotocamera, già introdotta da Htc e Lg, sta diventando una moda, tanto che anche iPhone7 dovrebbe integrarla. Permette di sfruttare meglio luminosità e dettagli e consente un effetto sfocato sui dettagli, tipico delle reflex, con le inevitabili differenze.  Ci sono anche la riproduzione del tipico rumore Leica per l’otturatore, i filtri e diverse opzioni per lavorare sulle foto. Il processore del nuovo smartphone è un Kirin da 955 2.5Hz a 64 bit. Saranno disponibili una versione da tre gigabyte di  Ram e 32 di memoria interna  e una da 4 GB di Ram e 64 di memoria interna.  La batteria è da 3000 mAh, mentre il Plus ne monta una da 3400, che dovrebbe garantire prestazioni all’altezza in fatto di durata. Il Plus ha anche il Press Touch per abilitare funzioni in base alla diversa pressione sullo schermo e la ricarica rapida che consente agli utenti 6 ore di conversazione dopo una ricarica di soli 10 minuti. Il P9 costerà 599 euro, mentre il P9 Plus 749.

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Il futuro sembra decisamente promettente per Huawei: nel 2015 è decollata con vendite cresciute del 53%. Merito di un brand che acquista riconoscibilità e del lancio di due marchi: oltre al marchio principale, funziona bene anche Honor, con buoni prodotti venduti a prezzi aggressivi, sfruttando l’online. L’ultimo nato Honor 5X sarà tra i probabili bestseller dell’anno. Huawei ora si allarga a settori finora non battuti come i Pc, come il nuovo ibrido MateBook, che usa Windows 10.

“Huawei cordially invites you to attend CeBIT 2016, the internationally renowned consumer electronics, communications, and IT expo, which will be held in Hannover, Germany, from March 14 to 18, 2016.

The digital economy is changing the way we work and live. New ICT technologies in the digitalization era are also optimizing business models and opening up new market opportunities. These changes epitomize and echo the “d!conomy” theme of CeBIT 2016. IT and digitalization are reshaping businesses and our society. To help the business world seize new opportunities and address upcoming challenges, Huawei remains committed to building a better connected world and a strong industry ecosystem relying on continuous innovations and open partnerships, leading new ICT transformations and helping enterprises stay ahead in increasingly competitive markets.

Together with our partners, Huawei will exhibit a wide range of innovative ICT products and solutions in the fields of Cloud Computing, Big Data, Internet of Things, SDN, Data Centers, and Information Security. Huawei will also share success stories about digital transformations implemented in government and public sectors, financial services, transportation, manufacturing, and education. We welcome the opportunity to exchange ideas and address your business goals.”

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Ren Zhengfei, fondatore e amministratore delegato di Huawei

 

 

 

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Il presidente Yan Lida

Si può dire che gli smartphone made in China stanno spopolando. Oppo e Vivo, altri due marchi cinesi, sono quarto e quinto nella classifica. Appartengono entrambi al colosso dell’elettronica BBK. Poiché questo controlla anche il marchio OnePlus, la sua produzione complessiva è di 39 milioni di pezzi, a un soffio da Apple (40,4 milioni): è quindi il terzo produttore mondiale (considerando tutti i suoi marchi riuniti).

Huawei ha venduto in Europa Occidentale 6,7 milioni di smartphone nel secondo trimestre di quest’anno, quasi il doppio rispetto ai 3,8 dello stesso periodo del 2017. Una crescita che le permette di piazzarsi al secondo posto nelle vendite del Vecchio Continente, subito dopo Samsung. Performance analoga è stata registrata nelle vendite mondiali, secondo i dati di International Data Corporation.

Huawei ha scavalcato Apple nella classifica europea dei costruttori. Forte passo in avanti anche di un altro produttore cinese in forte ascesa, Xiaomi, che in Europa passa in un anno da 36.000 a un milione di unità.

La crescita su scala mondiale di Huawei è del 40,9 per cento, contro un modestissimo più 0,7 per cento di Apple e un calo preoccupante di Samsung, a meno 10,4 per cento. In Europa va ancora meglio, perché nel secondo trimestre 2018 si registra un balzo del 75 per cento, a fronte del calo dei rivali e dell’intero settore. Xiaomi, al quarto posto nella classifica mondiale e in quella europea, a livello globale nel secondo trimestre cresce del 48,8 per cento.

 

TENCENT

 

Universal Music Group , la principale azienda musicale del mondo, sta per chiudere un accordo per cedere il 10% al colosso digitale cinese Tencent, sulla base di una valutazione di circa 80 milioni di dollari per la intera proprietà. E’ una apertura per molti versi storica, visto che il mercato musicale è sempre stato anglo-americano.

 

Tencent Music Entertainment Group, divisione del gigante Tencent, ha intenzione di quotarsi negli Stati Uniti. La principale azienda di musica in streaming cinese controlla diverse app molto popolari tra cui Qq Music e una piattaforma di karaoke online. La società sta inoltre vivendo un periodo di crescita grazie alle tecnologie streaming che hanno rimodellato l’industria della musica. Le sue azioni arriveranno sul mercato grazie a quella che si prospetta una delle più grandi Offerte Pubbliche Iniziali degli ultimi tempi.

Tencent Music, che conta oltre 800 milioni di utenti attivi al mese, è stata fondata nel 2016, dopo l’acquisto da parte di Tencent di una quota di maggioranza in China Music Corp. L’azienda ha registrato un aumento dei ricavi nel 2017, a 1,66 miliardi di dollari, di cui circa il 70% derivanti dai servizi di intrattenimento online. L’utile della società ammontava a 199 milioni di dollari nel 2017, in aumento rispetto all’anno precedente.

 

 

OPPO

 

La fascia medio-alta degli smartphone si conferma essere la più effervescente, con caratteristiche ormai davvero elevate e sufficienti a soddisfare anche le aspettative di utenti provenienti da modelli top con un anno o due sulle spalle. Ultimo esempio in questo senso viene da Oppo Find X2 Neo, che sfoggia sin dal design ultra-sottile un’attenzione ai particolari che lascia poco all’improvvisazione. Il display Oled da 6,5 pollici con risoluzione di 1.080 x 2.400 pixel, che occupa il 92,1% della superficie totale grazie a cornici inesistenti, si curva dolcemente su entrambi i lati, raccordandosi elegantemente con il telaio in metallo, senza però avere un angolo eccessivo che pregiudica l’uso quotidiano del telefono e penalizza la visualizzazione delle informazioni sullo schermo.

Come avviene ormai in questa fascia di smartphone il sensore per le impronte digitali di tipo ultrasonico è collocato sotto il display stesso, con un’area più ampia del 10% rispetto alla generazione precedente per renderlo ancora più preciso e reattivo, mentre la camera frontale da 32 megapixel è collocata in un piccolo foro in alto a sinistra dello schermo.

Nel corso della prova il display di Find X2 Neo ha mostrato un’ottima qualità in tutte le condizioni di luce, con colori fedeli e realistici e un’eccellente luminosità e contrasto, oltre a gestire lo scorrimento delle applicazioni in modo fluido grazie alla frequenza di refresh di 90 Hz. Eccellente l’ingegnerizzazione fatta da Oppo del display stesso e, più in generale, di tutti i componenti, che sfruttano un ingegnoso sistema di raffreddamento a più strati di rame e grafite per garantire che la temperatura, e quindi i consumi energetici e le prestazioni, non diventino critiche. Nel corso della prova il sistema di raffreddamento ha mostrato tutta la propria validità, riuscendo a tenere sotto controllo la temperatura di Find X2 Neo anche dopo la visione di un intero film in streaming, nonostante uno spessore di appena 7,7 millimetri che lo rendono lo smartphone 5G più sottile

Grazie al processore Qualcomm Snapdragon 765G, Find X2 Neo è infatti già compatibile con tutte le reti 5G, stand alone e non stand alone, pronto quindi per sfruttare al massimo la velocità di connessione e la bassa latenza di questi network appena saranno disponibili e rodati su ampia scala. Già da ora, invece, le prestazioni sulle reti 4G e soprattutto su quelle Wi-Fi si sono rivelate nella prova davvero eccellenti, con prestazioni pari se non superiori a quelle di altri top di gamma grazie al supporto al Wi-Fi 6, che porta la velocità oltre i 600 Mbit al secondo (616 Mbit nel corso della prova). Anche le prestazioni generali, grazie alla generosa dotazione di memoria di ben 12 GB di ram, sono state elevate, supportando al meglio anche applicazioni multimediali e film in formato Full HD, oltre ai videogame 3D, non troppo distanti da quelle del processore top di gamma di Qualcomm, lo Snapdragon 865, che equipaggia la versione Pro e altri smartphone ben più costosi dei 699 euro del Find X2 Neo. Generosa anche la memoria interna, pari a 256 GB, che non è però espandibile essendo disponibile il solo slot per la sim telefonica.

 

Per la sezione fotografica Oppo ha scelto il sensore Sony Imx 586 per la camera principale, che dispone anche di uno stabilizzatore ottico delle lenti, abbinato a un sensore da 12 megapixel per il tele, con ingrandimento 2X, e a uno da 8 megapixel per l’obiettivo ultra-grandangolare. Il quarto obiettivo è invece abbinato a un sensore da 2 megapixel monocromatico per gestire al meglio il bianco e nero artistico. Nel corso della prova l’obiettivo principale, abbinato agli algoritmi per la gestione di luce e nitidezza, si è dimostrato capace di catturare foto di ottima qualità, anche in condizioni di luce scarsa grazie alla modalità notturna, così come video davvero eccellenti anche grazie alla stabilizzazione intelligente e alla possibilità di gestire la profondità di campo anche nei filmati.

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LA CRESCITA DELLA CINA E’ AI MINIMI DEGLI ULTIMI 25 ANNI

Nei primi tre mesi del 2016, il debito cinese è salito al record del 237% rispetto al Pil. Oltre 25 trilioni di dollari: la massa debitoria più alta del mondo. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, il debito cinese sarebbe addirittura  al 249%. Anche la crescita è da primato, più sostenuta di qualsiasi altra potenza emergente.  Ad allarmare i mercati è l’accelerazione della esposizione cinese: a fine 2007 il debito era pari al 148% del Pil. In nessun paese del G20 la crescita è mai stata tanto rapida. Se fosse accaduto una decina di anni fa, il problema sarebbe stato circoscritto alla regione asiatica. La connessione finanziaria ed economica tra la Cina ed il resto del mondo oggi è invece tale che il boom del debito del paese del Dragone minaccia di avere conseguenze globali. Bisogna poi tenere presente la esposizione delle banche di Stato e delle amministrazioni locali, su cui preme una montagna di crediti inesigibili. Dopo il trentennio del successo, su Pechino incombe per la prima volta l’allarme globale di una vera crisi cinese.

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In marzo, l’andamento delle merci in uscita dal paese ha registrato un +11,5% su base annua: il primo balzo positivo in nove mesi! In cifre assolute, il valore delle esportazioni è stato 160,8 miliardi di dollari, mentre il valore delle importazioni è stato di 131 miliardi, con un calo del 13,8%. Potrebbe trattarsi di una inversione di tendenza rispetto a quanto si è verificato negli ultimi tempi. La Cina sta cercando di rendersi sempre più indipendente dalla domanda esterna.

Nell’ambito del Piano Quinquennale, l’anno in corso prevede le “ristrutturazione sul fronte dell’offerta”: una vasta gamma di politiche, volte a stimolare la crescita economica e a migliorare il tenore di vita. In primo luogo, deve essere eliminata la capacità produttiva in eccesso delle imprese di Stato nel settore dell’acciaio e del carbone. Questo comporta la perdita di quattro milioni di lavoratori, pari allo 0,5% della capacità produttiva cinese. La Cina inoltre trasferirà milioni di persone dalle zone agricole a bassa produttività in una decina di città nuove a, con l’ambizioso progetto di costruire altri 50 aeroporti e migliaia di strade e ferrovie. Le autorità hanno anche pubblicizzato il progetto “One Belt, One Road” che sfrutterà l’assistenza finanziaria e le risorse cinesi per sviluppare porti, ferrovie e autostrade che collegano la Cina ad altre parti dell’Asia e potenzialmente dell’Europa.

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L’ammissione dello yuan nel paniere di valute internazionali del Fondo Monetario impediscono alla People’s Bank of China (Pboc) di mantenere l cambio fisso con il dollaro ad oltranza. Tuttavia con il rialzo dei tassi Usa e l’economia che continua a peggiorare, le pressioni al ribasso sullo yuan stanno aumentando. E’ solo con l’utilizzo massiccio delle sue riserve valutarie che la Pboc sta riuscendo a gestire la propria “ritirata strategica”. Già 700 miliardi di dollari sono stati impiegati nella difesa del cambio ed il livello complessivo delle riserve resta enorme (3300 miliardi). Ecco dunque che è necessario che aumentino gli stimoli monetari in Europa e in Giappone.

Da quando lo yuan è diventato moneta di riserva, il cambio offshore, cioè di mercato, ed il cambio ufficiale si sono allineati. D’altra parte, le regole del FMI sono rigide: se una moneta non ha il valore che il mercato le assegna, non può fare parte delle monete di riserva.

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Da fine febbraio 2016,Liu Shiyu è il nuovo Presidente della China Security Regulatory Commission, la Consob cinese. Meglio cambiare! Il suo predecessore Xiao Gang è stato silurato, dopo i crolli della Borsa cinese. L’asse Shanghai-Hong Kong non è riuscito ad attrarre capitali stranieri verso il Dragone, ma ha contribuito alla formazione della bolla esplosa nell’agosto 2015. Inoltre, il circuito automatico di interruzione degli scambi, avviato a gennaio, si è rivelato un fallimento.   Si spera che il nuovo presidente porti un poco di ottimismo!

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Crollo di Shanghai che ha perso oltre il 6% per i timori sulla tenuta dell’industria manifatturiera

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Nel fine settimana è emerso che le riserve in valuta estera della Cina si sono ancora assottigliate ai minimi dal 2012, per far fronte alle instabilità del cambio e dei mercati finanziari, anche se sono ancora abbondanti.

 

 Le azioni della banca centrale cinese per bloccare la pressione al ribasso dello yuan hanno inciso sulle scorte dell’istituto, che sono scese a gennaio di 99,5 miliardi di dollari a quota 3.230, il livello più basso dal 2012.

Si tratta di un calo inferiore a quanto previsto dalla media degli analisti. Incidono le misure restrittive imposte dalla banca centrale sui cambi e per arginare il deflusso di capitali, seppure l’obiettivo resti quello di arrivare a quotazioni fissate dal mercato.

La People’s Bank of China è intervenuta più volte vendendo dollari dopo le forti turbolenze che hanno colpito i mercati azionari a seguito dei dati sempre più negativi sullo stato dell’economia del Paese. L’istituto ha svalutato la moneta a inizio anno, dopo averlo fatto ad agosto 2015, cercando poi di stabilizzare il mercato anche attraverso una serie di provvedimenti restrittivi e minacce di sanzioni.

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Da un articolo di Zhou Xin su “South China Morning Post” del 17 dicembre 2015

Quando la Federal Reserve iniziò il ciclo di rialzi dei tassi nel 2004, la Cina non era preoccupata per la decisione di Alan Greenspan, presidente della Fed. La Cina era allora la sesta maggiore economia , il suo mercato finanziario era fortemente chiuso al mondo esterno e lo yuan era sottovalutato. Negli 11 anni trascorsi da allora tutto è cambiato. Adesso il rialzo di un quarto di punto dei tassi americani non può non preoccupare la Cina.

Ora la Cina è sulla linea di frontiera e deve attentamente valutare i riflessi dei grandi movimenti nel mondo esterno. Nonostante i controlli sui capitali ancora in vigore, l’economia cinese è molto più esposta ai rischi dei movimenti di capitale globali. La Cina ha beneficiato di forti afflussi di capitali esteri negli ultimi dieci anni, ma ora si trova a fronteggiare il fenomeno inverso.

Secondo Li Jie, direttore del centro di ricerche sulle riserve degli scambi esteri della Central University of Finance and Economics in Beijing, quando la Fed comincia a tagliare i tassi, alimenta bolle nei paesi emergenti; quando comincia a rialzarli, le bolle scoppiano. La situazione è critica in Cina, perché lo yuan è sopravvalutato e, se la situazione non è gestita con efficacia, potrebbe scoppiare una crisi monetaria. Comunque, la People’s Bank of China ha preso precauzioni per evitare un brusco calo del valore dello yuan ed una fuga di capitali. La Banca Centrale ha pilotato un costante deprezzamento della valuta nelle passate settimane per allentare le pressioni ribassiste.   Il prezzo centrale dello yuan si è deprezzato per il nono giorno consecutivo nei confronti del dollaro, mentre la Borsa di Hong Kong è salita del 1.8% dopo la decisione della Yellen. Era una mossa attesa ed era naturale che i mercati azionari cinesi si muovessero al rialzo.

Il portavoce del Ministero del commercio ha detto che la mossa avrà effetti diretti o indiretti sul commercio e gli investimenti esteri della Cina e che il governo li sta analizzando.

Il rialzo dei tassi americani avviene dopo il rallentamento economico di quest’anno e mentre la fiducia degli investitori sta cercando di riprendersi dopo i crolli di Borsa estivi. Lo Shanghai Composite Index è crollato dal picco di 5166 punti il 15 giugno a meno di 3000 a fine agosto. Questi fattori avevano indotto la Fed a differire il rialzo dei tassi. Il maggiore rischio per la Cina è una disordinata fuga di capitali, ma se gestita in modo appropriato non suscita preoccupazione. Ci sono però anche benefici. I forti afflussi di capitale passati condizionavano la libertà di manovra della Banca Centrale cinese, ma ora si può muovere autonomamente.

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Il governo cinese stima per il 2016 una crescita del proprio Pil nel 2016 tra il 6,5% e il 7%, mentre oggi l’indice Pmi servizi è tornato a salire ai massimi da luglio.

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Secondo la Cina Index Academy, la Repubblica Popolare ha ormai 6,2 miliardi di mq di patrimonio immobiliare invenduto. Se i tassi di vendita rimangono stabili, ci vorranno almeno cinque anni perché il costruito venga venduto e generi guadagni da reinvestire. Lo scorso anno gli investimenti immobiliari hanno toccato il punto più basso dal 1998. Il problema è che il 67% degli immobili in vendita è in città di terza e quarta fascia, dove sono in pochi ad abitare. Secondo l’Orient Capital Research si tratterebbe di un valore pari al 17% del Pil. Si tratta di una pericolosa frenata del gigantesco progetto di urbanizzazione cinese.

Nel 2011 la popolazione urbana cinese ha superato quella rurale. Le autorità hanno pianificato che nel 2020 il 60% della popolazione cinese vivrà in città. Almeno 150 milioni di persone si dovranno trasferire. Ci saranno più consumatori e meno contadini, più terziario e meno produzione. E’ l’obiettivo di una transizione verso una economia guidata dai consumi.

Lo sviluppo immobiliare è stato  una delle soluzioni preferite dai governi locali per fronteggiare il debito. La costruzione di complessi residenziali e di lusso permette di aumentare notevolmente il valore del lotto di terra originario. Il risultato sono le innumerevoli “città fantasma”, conglomerati urbani di recente costruzione , nati in attesa della massa di popolazione che si dovrebbe trasferire in città. Molte di queste realtà non si sono mai riempite e, più passa il tempo,   meno probabilità hanno di esserlo. Costruzioni tirate su in fretta e spesso con materiali scadenti.

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Il 28 gennaio 2016 la Banca centrale cinese è intervenuta con una nuova iniezione di liquidità da oltre 50 miliardi di dollari, ma non è bastata ad evitare un’altra chiusura pesante per la Borsa di Shanghai, con l’indice Composite che è sceso a 2.655,66 punti (-2,92%). Gli investitori hanno accusato il colpo del settimo calo consecutivo dei dati sull’industria cinese, oltre alle incertezze derivanti dalla volatilità del petrolio. E’ andata peggio a Shenzhen, che ha perso il 4,18%, mentre Hong Kong ha spuntato un +0,75%.

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Il 26 gennaio 2015 va male Shanghai che chiude in calo del 6,4% a causa del clima da panico generale. Calo drammatico anche per la Borsa di Shenzhen, la seconda più importante della Cina, con l’indice Component che crolla a 9.483,55 punti a -6,96%.

Il nuovo crollo tonfo della Cina arriva nonostante le forti iniezioni di liquidità della banca centrale cinese (Pboc) alla vigilia delle festività per il nuovo anno lunare che inizierà i primi di febbraio. La Pboc ha infatti deciso di immettere 440 miliardi di yuan (l’equivalente di circa 62 miliardi di euro) nel sistema finanziario per soddisfare le accresciute esigenze di contante che di solito si verificano prima del Capodanno cinese. Inoltre, per l’occasione, le imprese pagano stipendi e bonus annuali ai dipendenti, fattore che incide sulla crisi di liquidità.

Quali le possibili cause? Gli investitori sono preoccupati in Asia dalle scorte ferme, dai conseguenti prezzi del petrolio tornati vicino a minimi pluriennali e da una Cina in forte rallentamento. A questo si aggiunga il piano della Federal Reserve di alzare i tassi di interesse nel 2016, che favorirebbe la fuga dei capitali verso gli Stati Uniti.

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Nel 2015 il Pil cinese è cresciuto del 6.9%: si tratta del progresso più basso dal 1990, quando la Cina crebbe solo del 3.8% a seguito delle sanzioni conseguenti alla repressione di Piazza Tiananmen. Il dato è leggermente più baso rispetto al +7% previsto dal governo. Nell’ultimo trimestre, la crescita è stata del 6.8%, in linea con le previsioni.

Le borse cinesi non hanno registrato scossoni ed hanno anzi chiuso in rialzo. Shanghai ha guadagnato il 3.2% e Shenzen il 3.6%. Hong Kong è salita dell’1.6%. Gli analisti si aspettano ulteriori stimoli da parte delle autorità.

Secondo il National Bureau of Statistics, il progresso degli investimenti in fabbriche, abitazioni e beni immobili è sceso del 2.9%, fermandosi al 12%.Le vendite al dettaglio sono cresciute del 10.6% rispetto al 12% registrato nel 2014. Le esportazioni sono diminuite del 7.6% su base annua. E’ salita del 33.3% la spesa per il commercio online rispetto al 2014.

Il Partito Comunista sta cercando di governare la transizione da un modello di sviluppo basato sulle esportazioni e sugli investimenti in infrastrutture ad uno incentrato sui consumi interni. Si tratta di un passaggio complesso che ha comportato una costante diminuzione del tasso di crescita negli ultimi 5 anni.

Tutto ciò produce turbolenze sui mercati finanziari, che sono ancora pesantemente condizionati dagli interventi dello Stato, quali acquisti di azioni da parte di gruppi pubblici e norme che limitano la libertà di vendere titoli. Lo Stato aveva anche introdotto un meccanismo di interruzione automatica delle contrattazioni giornaliere in caso di perdite superiori al 7%, dopo i crolli borsistici di inizio anno. La norma è poi stata abolita, perché giudicata troppo dirigistica dagli analisti internazionali.  Va altresì ricordato che la Banca Centrale aveva tagliato 6 volte i tassi di interesse nel corso del 2014.

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LA GRANDE MURAGLIA

LA GRANDE MURAGLIA

La Muraglia non fu la realizzazione di una sola dinastia. Iniziata già nel VII secolo a.C., divenne un’opera gigantesca sotto il primo imperatore della dinastia Qin che unificò la Cina, Qinshi Huangdi (221 – 210 a.C.). Questo sovrano, celebre anche per i guerrieri in terracotta, , fece collegare i bastioni esistenti e costruire torri di guardia, facendo allestire anche i posti di segnalazione per avvertire la capitale (vicina alla attuale Xi’ang) in caso di attacco. La Muraglia fu estesa durante la dinastia Han, che prolungò la parte realizzata da Qinshi Huangdi nel deserto del Gobi, ma rimase praticamente invariata durante le seguenti dinastie, Tang e Song. Sotto i Jin e i Ming furono ripresi i lavori. I Ming in particolare fecero rivestire parte della Muraglia (costituita principalmente da terrapieni) con mattoni. Il lavoro durissimo fu eseguito da un gruppo eterogeneo di persone: contadini, soldati, prigionieri, molti dei quali morirono di sfinimento o di malnutrizione. Lo scopo della difesa era quello di arginare le tribù settentrionali ostili. Ma, da questo punto di vista, la Muraglia fallì clamorosamente, specie nei confronti delle incursioni che diedero vita alle dinastie di Jin (Jurchen), Yuan (Mongoli) e Qing (Manciù). Forse proprio per questo i Qing non dedicarono molto tempo a questa opera colossale che, in ultima analisi, fu superata dalla tecnologia e aggirata da forze che si riversarono in Cina, provenendo da altre direzioni: le potenze occidentali che giunsero per mare e i giapponesi.

 

Conosciuta in Cina con il soprannome di Wan li chang cheng, la Grande Muraglia comincia il suo percorso da Hushan nella provincia del Liaoning nel nord-est del paese, passa per Pechino e numerose provincia come lo Hebei, Tianjin, Shanxi, Shaanxi, Ningxia, la Mongolia Interna e termina con il Passo di Jiayuguan nella provincia del Gansu. Lungo la storia cinese, sono oltre 20  le dinastie che hanno contribuito alla sua costruzione, e le sezioni costruite sotto le dinastie Qin (221 a.C.-206a.C.), Han 206 a.C.-220 d.C.) e Ming (1368-1644) da sole superano i 5 mila chilometri di lunghezza.

La Grande Muraglia era formata da un doppio muro riempito di terra battuta, sul quale poggiava una strada lastricata n pietra. La sua lunghezza era di circa 8000 km.La muraglia cinese era alta dagli 8 agli 11 metri, a seconda della zona. Essa era spessa in media 11 metri. Per la sua costruzione ci vollero tra i 100 e 150 anni.

La Grande Muraglia non è soltanto un muro, ma è un sistema militare difensivo attrezzato di torri per sorvegliare i confini, di fortezze per i posti di comando e logistici, e di fari per le comunicazioni, ecc.
Durante la Dinastia Ming (1368–1644), la Grande Muraglia fu ricostruita per essere più forte e raffinata, grazie all’avanzamento delle tecniche di costruzione edile.

 La Muraglia dei Ming tendenzialmente è composta da merli alti 1.8 metri con scappatoie e feritoie, i parapetti sono alti 1.2 metri.

 Ogni 500 metri o meno si trova una torretta da cui i soldati potevano scoccare le frecce e difendere le mura dagli invasori.

Fortezze furono costruite negli importanti ma vulnerabili punti d’accesso (passi), così come il Passo della Fortezza Shanhai, il Passo della Fortezza Juyonge,  il Passo della Fortezza Jiayu. Nei forti vi sono molte feritoie per gli arcieri e porte, ma questi sono anche i punti di accesso più resistenti e i più difficili da penetrare di tutta la Grande Muraglia. 

 

 

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Spring snow covers the Huangyaguan section of the Great Wall, located in north of Ji county, Tianjin municipality

La Grande Muraglia a Huangyaguan coperta dalla neve primaverile

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La Grande Muraglia a Huangyaguan

E’ un tratto lungo circa 125 km, situata nella contea Ji, municipalità di Tianjin,  costruito al tempo della dinastia Qi (1400 anni fa) e rinforzato al tempo della dinastia Ming.

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La Grande Muraglia a Badaling (foto di SAMXLI del 2004 – Licenza Creative Commons Attribuzione 2.0 Generico)

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La Grande Muraglia vicino a Pechino illuminata da una pioggia di meteoriti

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La Jinshang Great Wall segna il confine tra la provincia di Hebei e quella di Pechino.

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La grande muraglia di Huanghuacheng fu costruita nel tempo della dinastia Ming (1368-1644) ha una lunghezza di 10,8 km. E’ situata a Juduhe , distretto di Huairou, a 65 km da Pechino.

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Hefangkou section of the Great Wall in Huairou District of Beijing

 

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Vedere anche:

 

La Grande Muraglia era formata da un doppio muro riempito di terra battuta, sul quale poggiava una strada lastricata in pietra.
La sua lunghezza era di circa 8.000 km.
La muraglia cinese era alta dagli 8 agli 11 metri a seconda della zona. Essa era spessa, in media, 11 metri.
Per la sua costruzione ci vollero tra i 100 e i 150 anni.

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“FUOCHI DI ARTIFICIO IN PIENO GIORNO” – IL FIL CHE HA VINTO L’ORSO D’ORO AL FESTIVAL DI BERLINO 2014

In un piovoso Ferragosto, chi è rimasto in città spesso si rassegna a chiudersi in un cinema  a vedere qualche noiosissimo film di fantascienza. A volte però la fortuna aiuta e capita di imbattersi in autentici gioielli fatti uscire in periodi morti e senza pubblicità. Tale è il caso di “Fuochi di artificio in pieno giorno”, vincitore dell’Orso d’oro per il miglior film al  Festival di Berlino 2014 e dell’Orso d’argento per il migliore attore.

Potrebbe sembrare un noir classico con  il solito investigatore indurito dalla vita ed una donna fatale. Solo che il canovaccio tradizionale è inserito in un contesto ed un tempo completamente diversi. Il film è ambientato in un luogo imprecisato al nord della Cina, ma è volutamente inserito in una realtà al limite del paradossale. Mostra una Cina che è un inferno di sopraffazione continua. Il pregio maggiore del film sta nel riuscire a comunicare l’inquieta paura che il suo autore ha del mondo in cui vive.

 L’inizio del film racconta della separazione di di un omicidio agghiacciante: resti umani nei carichi di carbone inviati nelle varie località della Cina in un certo giorno. Impossibile che il criminale abbia potuto spostarsi in tanti luoghi lontani per lasciare il suo macabro dono. Poi si saprà che l’addetto alle operazioni di pesatura ha deposto i resti nei vari camion. La Polizia arresta due sospetti, però i poliziotti si rivelano maldestri e si fanno sorprendere ed uccidere dai criminali.  Zhang, allertato dall’urlo di una cliente riesce a sparare, ma resta gravemente ferito. Seguono anni di lento recupero, però deve uscire della polizia ed a lavorare come guardia privata. Spesso è ubriaco e qualcuno si ferma a soccorrerlo, vedendolo fermo sul ciglio della strada.

Incontrando un suo amico della Polizia, Zhang apprende che si sta indagando su Wu Zhizhen, una giovane vedova che lavora in negozio di tintoria. La donna è molto attraente, ma ha l’aria di chi cela molti misteri. Zhang, da un lato, è incuriosito, dall’altro vorrebbe collaborare con la Polizia e riscattarsi. Comincia a portare abiti in lavanderia ed a seguire la ragazza. Lei gli scrive un biglietto: “Non seguirmi!”. Poi si scoprirà il motivo di tale messaggio, apparentemente un segnale di freddezza.

Ma poco alla volta Wu si rende più disponibile ed accetta un invito ad andare a pattinare. Tra i due nasce una forte attrazione. Fanno l’amore in una carrozzella vuota della giostra. Wu ha capito che Zhang è collegato alla Polizia e spera, attraverso di lui, di chiarire la sua posizione. Gli rivela che il marito aveva ucciso un uomo durante una rapina e che aveva deciso di sparire fingendo che il cadavere fosse il suo.   Diventa così una specie di morto vivente. Elimina tutti quelli che si avvicinano a lei. Zhang aveva già notato questo misterioso individuo e lo aveva visto gettare pacchetti (verosimilmente brandelli di un cadavere) da un ponte sui vagoni di un treno.Per provare la sua buona fede Wu attira il marito in un tranello, in modo che la Polizia può ammazzarlo.

Ma non finisce qui. Il padrone della lavanderia aveva raccontato a Zhang che Wu aveva rovinato un cappotto di pelle di un facoltoso cliente, ma che non aveva avuto il coraggio di licenziarla perché in quel periodo era rimata vedova ( a causa della finta morte del marito!). In realtà aveva anche altri buoni motivi  per tenerla con sé, visto che si approfitta di lei. Zhang si fa consegnare il cappotto e trova in una tasca un indirizzo. Risale così alla proprietaria del locale “Fuochi di artificio anche di giorno”. La donna rivela che aveva visto l’ultima volta il marito con una ragazza avvenente e poi era sparito. Wu è costretta a confessare di averlo ucciso. L’uomo la ricattava per il danno del cappotto e la costringeva ad avere rapporti con lui in albergo. Il film si chiude con le scene della Polizia che raccoglie la confessione di Wu. Poi c’è una esplosione di fuochi di artificio in pieno giorno, quasi a scaricare la tensione.

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SEPARAZIONE DI ZHANG ZILI

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RITROVAMENTO DI RESTI UMANI

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WU ZHIZHEN, LA MISTERIOSA COMMESSA

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IL PADRONE DELLA TINTORIA

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“NON SEGUIRMI”

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UN INDIVIDUO MISTERIOSO

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WU ZHIZHEN CON IL MARITO LIANG ZHIJUN

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IL TRANELLO 

 

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La affascinante GWEI LUN MEI nel ruolo di Wu Zhizhen

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LIAO FAN nel ruolo di Zhang Zili, vincitore dell’Orso d’argento per il migliore attore
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WANG XUEBING nel ruolo di LIANG ZHIJUN
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Il regista Giao Yinan
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LA NUOVA VIA DELLA SETA

Il più lungo tunnel del mondo (100 km) sarà scavato dal 2020 sul fondo del Mar Baltico fra la capitale estone Tallinn e quella finlandese, Helsinki.   Lo scaveranno e pagheranno quasi tutto i cinesi: quindici miliardi di euro. Nonostante sia distante 6300 km da Pechino, rientra nel piano della “Via della Seta marittimo-terrestre”, costituendo la “Via polare della Seta”, che sfrutterà i mari artici sempre più liberi dai ghiacci, grazie al riscaldamento del clima.

Oggi, per andare da Shanghai a Rotterdam attraverso la rotta tradizionale del Canale di Suez, bisogna navigare per 48-50 giorni.  Con la Via polare si scende a 33. Accorcerà di una settimana anche il passaggio che unisce Atlantico e Pacifico, costeggiando Groenlandia, Canada e Alaska,, rispetto alla rotta attraverso il canale di Panama. Navi cinesi hanno già collaudato entrambe le rotte.

La Cina, da un lato, vuole affermare la sua presenza commerciale, politica e militare nel mondo, dall’altro intende sfruttare il sottosuolo dell’Artico, dove si trova il 20% di tutte le riserve mondiali di petrolio, gas, uranio, oro, platino, zinco. La Cina ha già commissionato i rompighiaccio, tra cui uno lungo 152 metri, il più grande al mondo di questo tipo, che potrà spaccare uno strato di ghiaccio di un metro e mezzo. La Cina ha iniziato anche i test dell”Aquila delle Nevi”, un aereo progettato per i voli polari.

 

 

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Questa mattina  (26 aprile 2019) il presidente cinese è salito sul palco del  National convention center, all’interno del quartiere olimpico di Pechino, per inaugurare ufficialmente la seconda edizione del Belt and Road Forum, la celebrazione del suo progetto di connettività globale. Di fronte a 37 capi di Stato e di governo arrivati alla festa, da Vladimir Putin a Alexis Tsipras,  Xi ha usato circa 40 minuti per rispondere alle critiche internazionali, soprattutto americane, verso la Via della seta, vista come un progetto egemonico che favorisce solo l’agenda politica e le imprese cinesi, lasciando pericolose montagne di debiti ai Paesi “beneficiari”.

 A sei anni dal suo lancio e a dispetto delle critiche, la Via della seta di Xi è salita in cima all’agenda globale, anche se gli Stati Uniti non hanno mandato alti esponenti di governo, così come i grandi Paesi dell’Europa occidentale, Italia esclusa. In compenso, in prima fila, c’erano Alexis Tsipras, Antonio Costa e Viktor Orbán, leader di quella periferia d’Europa avida di capitali cinesi, i numeri uno di Onu e Fondo monetario e tanti, tantissimi leader di Paesi in Via di sviluppo.

 Xi ha affermato: “Dobbiamo operare alla luce del sole e combattere la corruzione con tolleranza zero”,  “Dobbiamo aderire ai concetti di apertura, sostenibilità ambientale e pulizia”. “Costruire infrastrutture di alta qualità, sostenibili, resistenti ai rischi e a un prezzo ragionevole aiuterà i Paesi a utilizzare a pieno le loro risorse”.  La Cina insomma vuole mostrare di aver capito le criticità legate alla Via della seta, progetto cresciuto in fretta e a dismisura. D’altra parte, “il cerchio degli amici si sta allargando, soprattutto perché Pechino ha posizionato la Via della seta come la risposta all’isolazionismo e al protezionismo americano”.

 

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La Cina ha bisogno anche dei porti italiani. In particolare di due terminali: Genova e Trieste.  La motivazione non è prettamente politica, perché dietro la decisione di Pechino di puntare sui due porti italiani c’è anche una questione economica, strategica e anche eminentemente geografica. I due porti delle antiche repubbliche marinare sono infatti molto più vicini al centro dell’Europa di altri terminali logistici non solo italiani ma anche europei.

Il colosso asiatico Cosco ha acquisito il Pireo trasformando Atene nella porta sudorientale dell’Europa per la Nuova Via della Seta. E la Cina ha poi messo gli occhi su Valencia e Bilbao in Spagna per crearsi una porta occidentale. Ma adesso, sempre a sud, serve uno sbocco centrale. E l’Italia, con Genova e Trieste, ne ha due da offrire. Ed è un segnale inequivocabile del fatto che Pechino non guardi all’Italia per sfondare nel mercato del nostro Paese. Ma punta dritto al nucleo dell’Unione europea.

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Trieste e i suoi imprenditori sono consapevoli che, in un’intesa con la Cina, i benefici sono superiori alle criticità: diventare un punto di riferimento per l’ex impero celeste vuole dire cambiare radicalmente la piattaforma logistica che gravita intorno al porto, compreso quindi anche un aeroporto rinnovato e capace di far atterrare ogni tipo di aereo. Le potenzialità però già ci sono: basti pensare alla linea ferroviaria del valico di Tarvisio che ad oggi viene usata solo al 25% della propria potenzialità.

 

Panoramica del porto

Il porto di Trieste

 

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Da mesi la diplomazia cinese è al lavoro per favorire la stabilizzazione dell’Afghanistan. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi  ha formato un gruppo di contatto sotto l’egida della Shanghai Cooperation Organization (Sco) per cercare di trovare un’intesa politica tra governo e talebani e porre fine alla guerra. I negoziati in corso a Doha tra Usa e Talebani vengono pure guardati con favore e attenzione da Pechino, nella speranza di una soluzione positiva.

L’Afghanistan è una grande area vergine nella carta geografica, sul tracciato della nuova via della Seta cinese. Un’area tutta da conquistare e indispensabile per far passare i commerci cinesi verso l’Europa.  Inizialmente la nuova Via della seta cinese non comprendeva né l’Afghanistan né il Pakistan. Ora con il processo di pace in atto, e le prospettive di stabilità dell’area, l’atteggiamento di Pechino verso Kabul è cambiato perché sono aumentate le possibilità di scambi e di investimenti.

Pechino è anche interessata alle risorse naturali dell’Afghanistan, che ha nel suo sottosuolo riserve minerarie importanti. Prima tra tutte il litio, utilizzato nelle batterie per gli smartphone e le auto elettriche. Finora i problemi di sicurezza e le difficoltà logistiche hanno impedito lo sviluppo dell’industria mineraria nel paese. Ma la Cina ha già messo un piede avanti agli altri aggiudicandosi i diritti di sfruttamento dei giacimenti petroliferi di Darya Basin, nel Nord, e dell’enorme giacimento di rame di Mes Aynak, vicino Kabul.

I cinesi hanno attivato il primo collegamento ferroviario per le merci dalla Cina che raggiunge la città di Hairatan, al confine afghano.  Un corridoio aereo collega Kabul con la città cinese di Urumqi. Lo scorso ottobre l’Afghanistan è entrato a far parte dell’Asian Infrastructure Investment Bank, l’istituto di credito internazionale, capitanato dalla Cina, che finanzia i progetti legati alla Bri.

Il capitolo della Bri che riguarda Internet è denominato Digital Silk fibre opticcable network, lanciato dai cinesi ma sul quale si sta lavorando assieme ad altri partner, tra cui anche gli americani  oltre a indiani e pachistani. Il progetto della Digital Silk Road ha già portato Internet in 25 province afghane.

 

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Mentre la Russia necessita dell’acceso ai mari caldi, e gli Stati Uniti al contrario vogliono bloccare la strategia navale di Mosca, la Cina sta entrando prepotentemente nel Mediterraneo attraverso gli accordi commerciali e infrastrutturali con cui sta  dando vita alla Nuova via della Seta marittima.  Arriva una nuova potenza che può modificare radicalmente il quadro dei rapporti strategici. E gli accordi siglati in questi anni ne sono la dimostrazione. Israele, Siria, Turchia, Grecia, Balcani, Egitto, Libia, Spagna e anche l’Italia sono già entrate nel mirino di Pechino.

Un ruolo primario assume anche il potenziale energetico dei fondali del Mediterraneo: ricchissimi e in parte ancora inesplorati. Ed è proprio sotto questo profilo che si possono leggere molte delle attuali crisi internazionali ma anche dei nuovi equilibri politici. Il gas, vera e propria chiave per comprendere il presente e il futuro della regione, assume ogni giorno un ruolo più importante per comprendere i meccanismi regionali. E il Mediterraneo orientale è il laboratorio di nuove alleanze ma anche nuove sfide che hanno al centro gli idrocarburi.

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E’ stato presentato come un progetto win-win, ma si rivela sempre più squilibrato a favore di Pechino. I pesi dell’Asia coinvolti temono una dipendenza finanziaria dalla Cina, che questa strumentalizza per i suoi fini strategici. I prestiti ingenti ricevuti mettono molti stati, a cominciare da Sri Lanka, nella posizione di “vassalli”. Uno dei corridoi più importanti doveva congiungere il porto di Gwadar, nell’Oceano Indiano, al confine occidentale cinese, permettendo alle merci di evitare le strettoie navali di Malacca. I lavori vanno però a rilento, da un lato perché l’attraversamento del Kashmir crea frizioni con l’India, dall’altro perché i prestiti sono concessi a tassi di mercato e le commesse vanno principalmente a società cinesi. Un documento degli ambasciatori dei paesi Ue a Pechino chiede un maggiore equilibrio nella assegnazione delle commesse che vanno prevalentemente a società cinesi e una maggiore trasparenza nelle gare di assegnazione dei lavori. L’unico paese che si è dissociato è l’Ungheria che costituisce attuaolmente il terminale della via terrestre (mentre il Pireo costituisce il terminale della via marittima). I porti italiani dell’alto Adriatico restano per ora esclusi, perché troppo piccoli e male organizzati.

Ci sono evidentemente  dei pericoli: la Cina propone investimenti infrastrutturali costosi e molti Paesi non hanno le capacità economiche per realizzarli senza indebitarsi. Il problema è che si indebiteranno, nella maggior parte dei casi, con fondi sovrani (o quasi sovrani) cinesi. Si creerà così un circolo vizioso:  sarà la Cina a proporre miliardi di dollari di progetti infrastrutturali, ma sarà essa stessa a detenere il denaro che servirà a rendere realtà quei progetti. In questo modo, i governi saranno legati non solo a livello infrastrutturale, ma anche a livello finanziario (e quindi politico) con il gigante asiatico.

Il rischio, a detta del Center for Global Development, è che i Paesi più poveri non abbiano alternativa. O accettano lo sviluppo offerto dalla Cina (e il conseguente indebitamento) oppure si ritrovano a dover fare i conti con enormi carenze infrastrutturali.  C’è il rischio di creare lo stesso meccanismo che è avvenuto  in Sri Lanka. Indebitarsi con i fondi sovrani cinesi o con le banche per un paese del tutto incapace di ripagare i suoi debiti, finirà per consegnare molti dei suoi principali asset in mano al dragone. Incapace di far fronte al debito, detenuto dai fondi cinesi, lo Sri Lanka è stato praticamente costretto a cedere il porto di Hambantota con un contratto di affitto della durata di 99 anni, fornendo alla Cina una base di fondamentale importanza nell’oceano Indiano per il completamento della Nuova Via della Seta marittima.


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Xi Jinping ha intenzione di restaurare l’alone imperiale della Cina, governando la globalizzazione e rafforzando la particolare economia del Paese, un incrocio tra socialismo e capitalismo. A ben vedere, l’abilità della Cina è stata proprio quella di utilizzare lo strumento del capitalismo, inteso come proprietà privata, profitto e libero mercato, all’interno di un ben radicato socialismo. A Pechino la parola d’ordine è progresso, inteso come miglioramento del benessere di tutti i cittadini. Il governo ha varato numerosi piani per contrastare la povertà, nonostante nel Paese ci sia ancora un forte divario economico tra la popolazione che vive nelle megalopoli vista mare e quella dell’entroterra.

 

Fino a quando reggerà l’incessante sviluppo della Cina? Il contesto sembra saturo, a tal punto che il governo ha pensato di espandere la propria influenza in maniera ancor più insistente sul resto del mondo, affidandosi al mastodontico progetto che prende il nome di “One Belt One Road Initiative“. In breve, l’intenzione di Xi Jiping è creare le infrastrutture necessarie per collegare la Cina al resto del mondo, in particolare all’Europa, all’Africa e al Sud-Est Asiatico. La nuova Via della Seta si affida da una parte a un reticolato di strade e ferrovie, ma dall’altra all’arte della navigazione. E in questo senso appare di vitale importanza risolvere due problemi citati poco fa: un nuovo sbocco sul mare nel Golfo del Bengala e un corridoio marittimo che permetta di evitare lo stretto di Malacca.. Una stretta alleanza con la Birmania permetterebbe di dare risposta a questi problemi.

Il pensiero strategico cinese elaborò il progetto di una nuova Via della Seta (One Belt, One Road) come risposta all’annuncio, nel febbraio 2013, da parte della Amministrazione Obama della formazione di due aree di mercato imperniate sugli Usa, una nel Pacifico, l’altra attraverso l’Atlantico, che escludessero la Cina (e la Russia). Si trattava di un condizionamento che voleva incidere sulla principale fragilità cinese: la dipendenza dalle esportazioni. Ma, dopo che Trump ha cancellato i progetti, la Cina è meno in ansia. D’altra parte i fondi destinati alla nuova Via della Seta dovranno essere riallocati per coprire gli enormi buchi di bilancio nel sistema bancario e nelle imprese di Stato.

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La partenza è fissata per il 28 novembre alle 10 dal terminal ferroviario del Polo logistico intermodale di Mortara, in provincia di Pavia. L’arrivo tra i 16 e i 19 giorni dopo a Chengdu, città di 14 milioni di abitanti nel sud-ovest della Cina, dopo un tragitto di 10.800 chilometri. Sarà il primo collegamento ferroviario merci diretto tra il nostro Paese e l’estremo oriente: la «nuova via della seta», una rotta sulla quale viaggeranno prodotti cinesi spediti nel sud Europa ma anche quelli del made in Italy destinati a quei lontani mercati. Con il vantaggio di impiegare un terzo del tempo rispetto al trasporto via nave e costare un quarto rispetto all’aereo. Una soluzione particolarmente interessante ad esempio per i mobili, che nei lunghi viaggi via mare soffrono l’umidità, o per il vino, che teme gli sbalzi termici, ma anche più in generale per i prodotti alimentari, che potranno essere trasportati su carri refrigerati.

Un serpentone di metallo lungo 420 metri, carico di piastrelle, componenti auto, mobili e macchinari ieri  (28 novembre 2017) ha cambiato per sempre i rapporti tra Italia e Cina accorciando di 17 giorni la distanza (commerciale) tra i due paesi. Il fischio del capotreno è arrivato puntuale alle 11 al Polo logistico di Mortara (provincia di Pavia) , tra le risaie della Lomellina. La locomotiva E483 ha scaricato i suoi 300 kilonewton di potenza sulle rotaie ed il treno è partito.

mortara

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l centro di Duisburg è dominato da uno scenario di desolazione e degrado. Le rovine degli ex colossi siderurgici, delle acciaierie e delle fabbriche per la lavorazione del carbone sono ricoperte da sterpaglie e da recinti metallici.  Ma la città renana ha due volti. Accanto a quello grigio, triste e rassegnato del centro, sorto all’ombra delle colossali acciaierie e degli alti forni oggi in disuso, negli ultimi decenni ne è sorto un altro. Si chiama Duisport ed è l’enorme porto commerciale sorto alla confluenza tra i fiumi Reno e Ruhr alla periferia settentrionale della città. Col suo terminal per container ed oltre 2,1 milioni di metri quadrati di depositi, il porto di Duisburg si è trasformato in poco tempo nel più grande ed efficiente centro logistico per il trasporto e smistamento merci nave-treno d’Europa che dà lavoro oggi a 50mila persone.

 Il porto fluviale col suo terminal ferroviario per container è infatti il punto di arrivo e di partenza dei nuovi treni merci con i quali il governo di Pechino tenta da alcuni anni di creare un’alternativa via terra per il trasporto dei prodotti d’esportazione e d’importazione dall’Europa avvenuto finora prevalentemente via mare.

 

Sono dodicimila i chilometri di rotaie, due i continenti da attraversare, sette i confini nazionali da superare, un numero svariato di sistemi di voltaggio e di segnaletiche differenti. Il tempo di percorrenza dei lunghissimi treni merci carichi di container varia – salvo imprevisti – dagli 11 ai 12 giorni:   una velocità supersonica se paragonata a quella delle grandi navi container che per la stessa distanza necessitano più del doppio del tempo.   Duisburg è così diventata una sorta di cordone ombelicale tra le economie del vecchio continente e i nuovi mercati dell’Asia.

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Agli inizi del Rinascimento,  la Cina era così tecnologicamente avanzata che lo storico dell’economia Eric L. Jones sostenne che l’impero cinese “nel quattordicesimo secolo era giunto a un soffio dall’industrializzazione”.

All’inizio del 15° secolo, la Cina aveva già la bussola, la stampa a caratteri mobili ed eccellenti capacità navali. Infatti, l’ammiraglio cinese Zhang He guidava spedizioni verso il sud-est asiatico, l’Asia del sud, l’Asia occidentale e l’Africa orientale dal 1405 al 1433 circa, più o meno un secolo prima che i portoghesi raggiungessero l’India. Possedeva anche navi molto più lunghe della Santa Maria di Cristoforo Colombo, la più grande delle tre caravelle che attraversarono l’Atlantico.

La Cina vuole fare rivivere la gloria passata.

La nuova Via della Seta, lanciata da Pechino, è l’unica idea nuova in questo periodo di spinte neo-protezioniste  La Cina ha speso venti miliardi di euro nel giro di un anno per acquistare il controllo, integrale o parziale, di nove porti stranieri lungo le rotte della sua Nuova Via della Seta. Quattro sono in Malesia (Penang, Kuantan, Kuala Linggi, Melaka Gateway) e uno in Indonesia (Kalibaru); negli anni precedenti, la bandiera rossa aveva cominciato a sventolare nel porto pachistano di Gwadar, nello scalo di Hanbantoba in Sri Lanka e in Grecia, nel Pireo. L’Italia ha proposto Genova e Trieste come terminali per il trasporto dei container cinesi.

Non basta! Il riscaldamento globale che fa sciogliere i ghiacci ha reso navigabile l’Artico. Così la Cina ha fatto investimenti ad Arcangelo in Russia, a Kirkenes in Norvegia, a a Klalpeda in Lituania.

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Many “smart” cities (where technology is the critical infrastructure behind essential services) .are built along the old Silk Road economic belt from the north of China and the 21st century maritime silk road from the south, which underpin the Chinese government’s “Belt and Road” trade initiative.

Many younger business leaders are embracing Beijing’s ambitious plan, with new ideas to modernise the global trade strategy.

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Xi Jinping si propone come il paladino della “riglobalizzazione” e mira a esportare sulle Infrastrutture delle nuove “Vie della Seta” una buona parte dell’eccesso di produzione cinese. Intanto è’ partito dal porto di Shenzen il nuovo treno merci che, dopo 9900 km, ha raggiunto la Bielorussia.

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La Commissione europea ha bloccato la costruzione della linea ad alta velocità da Budapest a Belgrado: i 350 km che separano le due capitali, potrebbero essere percorse in 3 ore, anziché in 8 ore come avviene attualmente! Da Belgrado potrebbe essere realizzata una ulteriore tratta per raggiungere il porto del Pireo, controllato da una compagnia cinese.

Il problema è che non sono state realizzate le regole europee per la assegnazione dei lavori. Questi sono stati assegnati a due compagnie statali senza gara!

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Il 6 dicembre 2016 è partito da Xi’an, capitale della provincia nordoccidentale cinese di Shaanxi, il primo treno diretto a Mosca. Il treno era composto da 41 container, contenenti principalmente beni di consumo durevoli. Il viaggio durerà 11 giorni, mentre il tradizionale percorso terra-mare ne richiede 45. Altri due treni hanno raggiunto Amburgo e Varsavia. Xi’an era uno dei terminali della Via della Seta.

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Come una nuova via della seta, ma su rotaie. Il 21 aprile 2016, alla stazione logistica di Saint-Priest, vicino a Lione, è arrivato un treno molto speciale, accolto da politici, consoli e fotoreporter. È il primo treno carico di merci partito dalla Cina: raggiunge la sua destinazione dopo 11.300 chilometri di viaggio percorsi attraverso Kazakistan, Russia, Bielorussia, Polonia e Germania (uno scalo per scaricare alcuni container a Duisburg). Ci sono voluti quindici giorni. Sono stati superati non pochi problemi tecnici. In Russia, per esempio, i binari hanno lo scartamento più largo, servono soste obbligate e cambi in corsa. Ma resta comunque un viaggio corto la metà rispetto a quello per mare. E ormai il treno è qui, sta arrivando nel cuore dell’Europa.

La notizia è che presto questo viaggio straordinario diventerà normale. La compagnia «Wuhan Asia Europe Logistics», che ha inaugurato la rotta, ha già annunciato l’intenzione di organizzare un servizio di tre convogli al mese: andata e ritorno. Con alcune razionalizzazioni lungo il percorso, l’obiettivo è riuscire a coprire la tratta da Wuhan a Lione in una settimana. Sette giorni per questo viaggio intercontinentale di terra. Così oggi, il primo arrivo viene celebrato come una grande possibilità di sviluppo.  L’Italia per adesso è tagliata fuori, ma non lo sarà in futuro con l’inaugurazione del tunnel del Gottardo, e poi con la Torino-Lione.

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L’Italia, con i porti dell’Alto Adriatico, si candida a diventare il grande hub degli scambi commerciali tra Europa e Cina mettendo in rete Venezia, Trieste e Ravenna. Tra Italia e Cina il dialogo e la collaborazione in campo economico si stanno facendo sempre più intensi, tant’è che l’anno scorso il nostro è stato il secondo paese europeo dove pechino ha investito di più in Europa (8 miliardi ) dopo il Regno Unito. Adesso, in cima all’agenda della partnership Italia-Cina, c’è la richiesta di Pechino di presentare progetti in grado di dare corpo al più grande piano di diplomazia economica mai messo in campo ormai da decenni e ribattezzato «Via della Seta del Ventunesino secolo».

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L’evocazione degli itinerari storici della Via della Seta che hanno collegato l’Occidente e l’Oriente fino dai tempi dell’Impero Romano è l’espediente retorico usato dalla Cina moderna per lanciare ed abbellire la sua strategia eurasiatica di integrazione commerciale, tecnologica, finanziaria e culturale. Tale strategia è sostenuta da un ricco fondo destinato a finanziare investimenti all’estero e che si muoverà in sintonia con la Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali di recente istituzione.

La strategia cinese one belt, one road è un programma complesso e ambizioso – articolato tanto su un itinerario terrestre, la Silk Road, quanto su uno marittimo, la Maritime Silk Road – che riunisce obiettivi di politica interna (aiutare lo sviluppo di aree arretrate, soprattutto, della Cina occidentale, attraversata dalla Via della Seta terrestre) con obiettivi di politica estera, via terra, (rafforzare i legami con i paesi dell’Asia centrale tradizionalmente legati alla Russia)  e via mare (rafforzare i legami dei paesi dell’Asia del Sudest fino all’Australia).

La Via della Seta primeggia quanto a importanza politica, ma è la Rotta della Seta primeggia per importanza commerciale. Secondo stime tedesche,  tutte le merci che passano via terra valgono quanto il carico di tre navi che seguono la via marittima in meno di una settimana. Sulla mappa delle autorità cinesi appaiono solo sei “stazioni” europee, tra cui Atene, Mosca, Duisburg, Rotterdam e Venezia.

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Nella settimana del 15 febbraio 2015 è arrivato a Teheran, pavesato a festa, un treno partito 14 giorni prima dalla provincia di Zhejiang con 32 container; il primo convoglio della nuova Via della Seta che unisce Cina e Iran, con un risparmio di quasi un mese rispetto alle rotte tradizionali.

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Xi Jinping mira a trasformare Pechino nella capitale dell’Oriente, nel principale finanziatore dell’Africa e nell’interlocutore privilegiato dell’Europa: diventare l’epicentro del mondo. La Cina può contare su riserve di valuta estera pari a 3700 miliardi di dollari. Può offrire enormi finanziamenti per infrastrutture, garantendo altresì l’estraneità alle vicende politiche interne.  Così persegue lo storico piano di Via della Seta di terra e di mare. I fondi messi a disposizione per la nuova “Via della Seta” tra Asia ed Europa ammontano a 62 miliardi di dollari che possono diventare 100 con l’avvio della Asian Infrastructure Investment Bank.

Xi non nasconde più la forza della Cina, ma parla di “Sogno cinese” e di un piano concreto di espansione politico-commerciale che ha battezzato “Una Cintura. Una Strada”. A colpi di investimenti multimiliardari, il piano, che si ispira alla antica Via della Seta, sta prendendo forma. La Cintura, terrestre, è un tracciato di strade, ferrovie ad alta velocità e per il trasporto delle merci, oleodotti e gasdotti, linee di comunicazione che dalla Cina attraverseranno l’Asia Centrale, il Medio Oriente, la Russia e l’Europa.

La Strada, marittima, parte dai grandi porti di Shanghai e Canton, fa rotta lungo il Mar Cinese meridionale, l’Oceano Indiano, il Mar Rosso, il Mediterraneo, approdando a Venezia. Secondo i piani di Pechino, queste due nuove Vie della Seta coinvolgeranno 65 paesi e 4.4 miliardi di persone: il 63% della popolazione mondiale ed il 30% del Pil globale.

Il controllo del Mar Cinese Meridionale è di vitale importanza per la Cina che rivendica l’80% di queste acque a scapito dei vicini, come Filippine, Vietnam, Malesia, Taiwan. Di qui passano ogni anno navi che trasportano merci per 5.300 miliardi di dollari, mentre i suoi fondali nascondono petrolio e gas naturale.

 

LA ANTICA VIA DELLA SETA

 

 

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L’itinerario cinese della Via della Seta era scandito da grotte buddhiste, scavate nella roccia dai monaci, come quelle di Maijishan: 194 grotte che risalgono ai secoli IV e V

 

 

 

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 Ecco alcune immagini della favolosa Samarcanda!

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Mausoleo Gur Emir che custodisce la tomba di Tamerlano

 

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UN MUSICAL: THE LEGEND OF THE MARITIME SILK ROAD

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Vedere anche:

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RIARMO E POLITICA DI POTENZA DELLA CINA

Il Ministero della Difesa cinese ha dichiarato che la Cina non resterà inerte, se gli Stati Uniti dispiegheranno missili a medio raggio nel Pacifico (31 ottobre 2019).

 

missile

 

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L’esercito cinese sembrerebbe in ritardo in termini di modernizzazione rispetto all’aeronautica e alla marina; perciò sono stati fissati obiettivi di meccanizzazione e informatizzazione del campo di battaglia  e di avanzati sistemi e procedure di comando/controllo. Secondo le stime degli analisti occidentali, attualmente solo la metà delle unità dell’esercito cinese sarebbe effettivamente pronta al combattimento. Si sono rese necessarie riforme tendenti a cambiare le strutture organizzative e operative unitamente alla fornitura di materiali moderni. Sono stati introdotti in servizio nuovi carri armati e veicoli da combattimento.

Continua, inoltre, la produzione di moderni sistemi d’artiglieria e sistemi lanciarazzi multipli. Infatti l’artiglieria è la componente chiave delle capacità d’attacco dell’esercito cinese, e conta più di un terzo delle unità operative dell’esercito. I suoi più recenti sistemi rispondono alle necessità di mobilità, potenza di fuoco e supporto alle forze d’attacco.

I pianificatori militari cinesi hanno riconosciuto l’importanza di sviluppare elevate capacità di intervento e dispiegamento di vasti contingenti in complessi scenari operativi, ma nonostante gli innegabili miglioramenti la Cina non possiede ancora una capacità di proiezione simile a quella degli Stati Uniti.

La Cina continua la ricerca, lo sviluppo e la produzione di nuove armi nucleari. Sta anche sviluppando una nuova generazione di vettori nucleari mobili dotati di testate multiple, destinati ad incrementare il deterrente strategico.

Lo sviluppo di velivoli dell’ultima generazione è stato ostacolato dalle sue scarse capacità e dalla sua esperienza limitata all’elaborazione di progetti sovietici degli anni ’70-’80. La ragione di ciò risiede nell’arretratezza dei piani di sviluppo tecnologico del passato e in alcune errate pianificazioni, e nel suo isolamento internazionale.

Tutto ciò ha imposto la scelta di un moderno know-how nel settore per poter iniziare progetti realmente avanzati. A questo proposito non va dimenticato che una delle attività principali dell’intelligence cinese sarebbe lo spionaggio teso ad acquisire tecnologie militari all’estero, con un impegno particolare nello spionaggio informatico che risulta essere il più praticato rispetto a qualsiasi altro paese. La Cina ha anche reclutato ingegneri che avevano precedentemente lavorato in aziende aeronautiche occidentali, e ha beneficiato di trasferimenti tecnologici del settore.

 

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Le nuove vie del ghiaccio fanno gola a tutti, perché nei pressi del Polo Nord si sono create interessanti rotte commerciali che permetterebbero alle navi cariche di merci di accorciare il tempo delle loro  traversate interoceaniche. Nel caso cinese, le imbarcazioni non dovrebbero più partire da uno dei porti situati lungo la costa orientale e deviare verso l’Oceano Indiano, per poi passare dallo Stretto di Malacca e risalire lungo il Canale di Suez; alle navi basterà circumnavigare la penisola coreana e risalire verso nord per approdare direttamente a Rotterdam. Gli Stati Uniti, invece, potrebbero attraversare la Groenlandia e tagliare l’Artico per ritrovarsi a Shanghai, e da lì in tutta l’Asia.

La contesa principale si gioca dunque tra Cina e Stati Uniti. Pechino ha subito colto la palla al balzo e non ha perso tempo. Nel 2018, la China National Nuclear Corporation (Cnnc) ha indetto una gara per costruire il primo rompighiaccio a propulsione nucleare della Cina. La Cnnc ha richiesto consulenza tecnica per dare vita al progetto, assieme a servizi di verifica e collaudo. L’obiettivo è quello di creare una nave dotata di una capacità di rottura del ghiaccio tale da poter aprire nuove vie polari navigabili a fini commerciali; l’imbarcazione deve anche essere in grado di condurre attività di ricerca e soccorso. Tra i requisiti richiesti c’è anche il possesso di una “licenza di produzione di armi”. Il contratto è stato vinto dalla Shanghai Jiatong University. Lo scorso marzo l’università, insieme alla Cncc e allo Shanghai Nuclear Power Office, ha aperto un istituto di ricerca per le navi a propulsione nucleare e attrezzature marittime.

 

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Il Tajikistan è ormai ricoperto di denaro cinese: centrali elettriche, ospedali, strade e linee ferroviarie, anche scuole. Più della metà del debito estero del Tajikistan ora è posseduto dalla banca di stato cinese.  La domanda  è: che cosa c’è in Tajikistan che interessa la Cina?

Non è tanto il Tajikistan ad interessare la Cina, ma piuttosto il suo vicino: l’Afghanistan. Il corridoio di Wakhan, una stretta valle in Afghanistan ha funzionato da rotta commerciale per millenni, collegando la Cina al Medio Oriente. Dal lato cinese, il Passo di Wakhjir costituisce l’unico punto di passaggio tra l’Afghanistan e la provincia di Xinjiang. Sul lato occidentale, il Passo di Borghil Pass connette l’Afghanistan con il Pakistan.

Attraverso il Corridoio di Wakhan, la Cina è in grado di ripristinare un’antica rotta commerciale e di riadattarla per la Belt and Road Initiative del Presidente Xi Jinping. Questo progetto economico richiede una forte cooperazione a livello regionale con le rotte commerciali aperte. Poiché gli Usa continuano a ridimensionare le proprie operazioni in Afghanistan, è rimasto un vuoto di potere. L’attività terroristica è già penetrata attraverso il confine orientale della Cina. Stabilendo una base militare vicino al corridoio di Wakhan e all’Afghanistan, i Cinesi hanno introdotto una nuova presenza militare nella regione. Quindi la missione sembra essere duplice: mettere in sicurezza le rotte commerciali e difendere i confini.

Senza dubbio l’improvviso interesse della Cina per la regione è egoistico, e mira prima di tutto a rendere la Cina la potenza mondiale dominante, sopra agli Usa e alla Russia. Questo può avere delle implicazioni per le relazioni della Cina sia con gli Stati Uniti che con il Medio Oriente. Una prossima volta che gli Usa decidessero di invadere la regione, dovranno considerare quale sarà l’impatto di tale azione sui suoi legami economici con l’Asia. Una volta messe radici, la Cina non sarà così ansiosa di riaccogliervi gli Usa.

Il futuro della Cina nella regione, e in particolare in Afghanistan, dipende dai colloqui di pace con i Talebani. Se dovessero avere successo non c’è dubbio che il flusso di denaro derivante dallo sviluppo si riverserebbero lungo il Corridoio di Wakhan, e potrebbero trasformare la regione. A questo punto rimarrebbe solo da capire se la popolazione sarà disposta o meno ad accettare l’aiuto della Cina. La regione è prevalentemente islamica, e anche il Tajikistan è musulmano al 96%. Questo fatto va contro le politiche ufficiali anti-religiose del Partito Comunista Cinese.

riarmo

 

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Cinesi e russi sarebbero in possesso di una tecnologia laser capace di disabilitare i satelliti degli Stati Uniti dispiegati nell’orbita terrestre “bassa”, e potrebbero disturbare o addirittura impedire le comunicazioni. Questo scenario aprirebbe davvero l’era delle “guerre stellari”.   Cina e Russia sarebbero pronte a schierare nello spazio armi laser e una miriade di altre armi antisatellite per disabilitare – in caso di escalation – i satelliti americani.

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La Cina considera l’Africa parte integrante dei suoi progetti strategici. E gradualmente ha esteso la propria influenza e la propria sfera d’azione in ogni angolo del continente. Ora ha messo nel mirino la Libia. Il presidente dell’Unione delle Camere di commercio e dell’industria libiche, Dei 20 miliardi di investimenti cinesi in Africa, cinque saranno per la Libia. Una notizia importante, visto che in pratica un quarto degli investimenti cinesi indirizzati all’Africa (il primo pacchetto) sarà indirizzato al Paese nordafricano.

Ma l’interesse di Pechino non è recente, perché in realtà la Cina, in Libia, era presenta anche prima della guerra civile che ha visto la caduta di Muhammar Gheddafi e la devastazione del Paese. Ed è proprio da quegli antichi rapporti che nasce il rinnovato interesse del gigante asiatico. La Cina non sta arrivando in Libia: la Cina sta tornando. E la guerra è stata solo una battuta d’arresto della strategia del dragone.

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Scienziati cinesi stanno lavorando ad un satellite rivoluzionario che sarà in grado di individuare i sommergibili in immersione attraverso la duplice azione di tecnologia laser  e a microonde, che se sarà effettivamente efficace rivoluzionerà gli scenari della guerra sottomarina. Il progetto Gunlan così si chiama il rivoluzionario satellite, sarà infatti in grado di scoprire sottomarini sino ad una profondità di 500 metri grazie al miglioramento della ben nota tecnologia lidar (Laser Imaging Detection and Ranging) integrata da un sistema a microonde.

Il principio generale si evince già dal nome del progetto: Gunlan in cinese significa infatti “osservando le grandi onde” ed è proprio osservando le millimetriche variazioni del livello marino tramite un fascio di microonde e successivamente impiegando un emettitore laser che gli scienziati cinesi pensano di poter arrivare a scoprire i sottomarini a così grande profondità.

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La Cina sta espandendo la sua influenza anche nel Mediterraneo. E la presenza navale cinese comincia a preoccupare le potenze che si affacciano su questo mare.  Cominciata come politica esclusivamente commerciale, legata all’acquisizione di quote all’interno dei principali porti mediterranei,  la presenza cinese oggi si è consolidata a tal punto da porre degli interrogativi di carattere geopolitico.

Se la strategia cinese è stata da sempre quella di presentarsi come potenza che cerca di sviluppare la sua rete commerciale, l’acquisizione di porti come terminali della Via della Seta marittima e l’offerta di ingenti capitali e di società disposte a costruire reti stradali e ferroviarie per supportare lo sviluppo del commercio marittimo rischia di modificare radicalmente l’approccio dei paesi sudeuropei e nordafricani verso la Cina. E offre al governo cinese strumenti per penetrare in maniera ancora più profonda non solo a livello economico e politico, ma anche a livello strategico.

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L’era della portaerei  americana come la principale incarnazione della potenza militare potrebbe finire, a meno che gli Stati Uniti non sviluppino le difese per la prossima generazione di armi ipersoniche altamente manovrabili e super veloci in fase di sviluppo da parte della Russia e della Cina”. Insomma, le forze armate statunitensi sono molto preoccupate, perché gli indizi che arrivano da Pechino e, in parte, da Mosca, inducono a ritenere che siamo di fronte a una nuova sfida per la strategia Usa nel Pacifico (e non solo) a cui il Pentagono non sembra ancora del tutto pronto. La Cina spende già miliardi di dollari per sviluppare una versione non nucleare delle armi che potrebbe rendere le portaerei degli Stati Uniti vulnerabili agli attacchi senza avere ancora modo di potersi tutelare. Un pericolo estremamente importante, soprattutto nei mari del Pacifico, dove è più forte la frizione fra le due potenze.

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Il governo cinese ha confermato che, a fronte di una crescita del Pil del 6,5 %, le spese militari nel 2018 saliranno dell’ 8,1%, a 1100 milioni di yuan, ovvero 173 miliardi di dollari. Il riarmo cinese è incentrato sulle nuove tecnologie. Se c’ è una voce in calo è il numero dei soldati, 300mila in meno, attestandosi sui 2 milioni. Non è più il tempo della sterminata fanteria!

 

All’ attuale portaerei Liaoning, già inviata a rivendicare le isole Spratly e le Paracel, se ne vogliono aggiungere altre tre entro il 2025. Poi, produzione massiva del nuovo caccia invisibile Chengdu J-20, pariclasse del Lockheed F-35 americano.Inoltre, missili antisatellite che già hanno colpito bersagli in orbita terrestre e coi quali si spera di «accecare» in caso di guerra con gli Usa, i sistemi spaziali di osservazione e comunicazione.

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La più piccola nazione dell’Asia è al centro di uno scontro a distanza tra le più grandi e ricche potenze del continente, la Cina e l’India. Le famose Maldive delle vacanze da sogno, oggi sempre più radicalizzate dall’Islam anche con l’aiuto dell’Arabia Saudita, si trovano in mezzo a un ciclone politico.

L’ex presidente Nasheed, ricordando che nel 1988 il presidente indiano Rajiv Gandhi lanciò i suoi parà per soffocare un colpo di Stato ai danni dell’allora dittatore, ha chiesto che anche questa volta intervengano le truppe indiane in un’operazione che riporti l’ordine e il rispetto delle istituzioni e dei giudici.

La delicata questione gira attorno a interessi strategici ed economici. Da un lato c’è l’espansionismo cinese che ha già costruito un porto nel vicino Sri Lanka e uno in Pakistan e ha aperto la sua prima base navale oltreoceano a Gibuti, in Africa. Dall’altro ci sono gli interessi puramente commerciali della Cina.

Ora la domande è: l’India resterà a guardare mentre il presidente filo-cinese Yameen annienta il potere giuridico della giovane democrazia, stabilendo un suo strapotere a favore di Pechino?

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Dopo che nel dicembre 2016 la  Liaoning realizzata a partire dall’ammodernamento di uno scafo di epoca sovietica, è stata dichiarata pronta al debutto operativo, la Cina ha accelerato i tempi per definire un programma di realizzazione di una serie di portaerei da parte dei cantieri navali nazionali.

I lavori nel porto di Dalian per la realizzazione della Type 001A, che una volta completata riceverà il nome di Shandong, procedono a ritmo serrato: il vascello dislocherà 70mila tonnellate a pieno carico e potrà imbarcare da 30 a 40 jet da combattimento, disponendo inoltre di sistemi di difesa  migliorati rispetto a quelli di cui è fornita la Liaoning.

Tuttavia, sarà solo con il lancio delle portaerei della classe Type 002, a cui appartiene la nuova nave commissionata ai cantieri di Shangai, che la Cina disporrà di un vascello capace di competere in maniera diretta sia con le forze statunitensi che con le nuove, modernissime unità messe in campo dall’India.

MEDIAZIONE CINA TRA USA E NORDCOREA

Xi Jinping ha preso l’iniziativa di mandare un inviato speciale in Corea del Nord. A detta dell’agenzia di stampa Xinhua, scopo ufficiale della visita del delegato cinese, il noto diplomatico Song Tao, sarà quello di informare il regime di Pyongyang sugli esiti del diciannovesimo Congresso del Partito comunista cinese e di visitare il Paese. Non viene specificata la durata del viaggio di Song Tao in Corea del Nord, ma si suppone che abbia la sua scadenza naturale nel momento in cui Kim e il suo governo avranno avuto piena visione dei piani di Xi Jinping per risolvere la crisi. Il governo di Pechino persevera nella volontà di giungere a un accordo che preveda il cosiddetto “doppio stop” da parte Usa e da parte nordcoreana, e dunque la fine delle provocazioni militari di Kim e delle esercitazioni anche congiunte delle forze americane: ipotesi che per ora dal Pentagono sembrano bocciare. Il viaggio del delegato di Pechino arriva dopo due anni dall’ultimo viaggio ufficiale di un funzionario cinese nel Paese di Kim. A ottobre del 2015, Liu Yunshan, membro del Politburo cinese, visitò Pyongyang e incontrò il dittatore nordcoreano, ma, al netto di un invito al dialogo da parte di Xi, non ci furono impulsi verso la via della pacificazione. Questa volta le cose sembrano essere diverse: la Cina non ha più intenzione di mettere a repentaglio la stabilità del Pacifico e dei propri mercati per colpa di Kim Jong-un, specialmente se va a discapito dei suoi commerci con la Corea del Sud e gli Stati Uniti. La posta in gioco è troppo alta per permettersi un vicino così scomodo.

Il Mar Cinese Meridionale rischia di essere uno dei punti più caldi di una crisi tra Cina e Stati Uniti. Le acque rivendicate da Pechino sono una regione strategica: in profondità potrebbero esserci giacimenti di petrolio e di gas naturale. Inoltre,  la zona è una riserva per la pesca e in quel tratto di mare ogni anno transitano merci per un valore di cinquemila miliardi di dollari. Chi controlla il Mar Cinese Meridionale, controlla le principali rotte commerciali internazionali. Per rafforzare le proprie rivendicazioni, negli ultimi anni la Cina ha costruito isole artificiali su cui sorgono imponenti istallazioni militari: batterie contro le navi e piste di atterraggio per jet. Sulla base di mappe pubblicate alla fine degli anni ’40, Pechino reclama come parte del proprio territorio circa il 90% del Mar Cinese Meridionale.

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 Da tempo il governo cinese si è imposto come uno dei principali interlocutori finanziari ed economici dell’America Latina. I pragmatici cinesi non si pongono questioni ideologiche e non s’immischiano, almeno apertamente,

 nei problemi interni dei loro partners.  I progetti più ambiziosi riguardano le infrastrutture, le comunicazioni, i trasporti. Tutto procede come previsto nel programma fissato nel 2013 dal presidente Xi Jinping: la Belt and Road Initiative (o «nuove vie della seta»), un piano strategico di respiro globale teso a controllare i colli di bottiglia del commercio mondiale e/o sviluppare rotte alternative per ridurre la dipendenza dagli stessi.

Da qui l’ulteriore interesse verso le Americhe. In cima alla lista di Pechino vi è lo scavo del Canale del Nicaragua, una nuova via d’acqua di 276 chilometri alternativa a Panama; dopo vari ritardi, lo scorso luglio il governo di sinistra di Daniel Ortega ha confermato l’incarico alla compagnia cinese HKND con una concessione quarantennale per la gestione .  E’ stata invece bloccata per le proteste degli ambientalisti la ferrovia transamazzonica, una linea di 5.300 chilometri che doveva attraversare il Continente per collegare il brasiliano Porto do Acu (sull’Atlantico) con il peruviano Puerto Ilo (sul Pacifico).

Nel Continente nero tutto è più facile. Da trent’anni Pechino ha impiantato salde radici economiche in gran parte dell’Africa. Inoltre, approfittando dell’emergenza pirateria, le navi da guerra cinesi pattugliano da tempo il golfo di Aden per proteggere il traffico mercantile internazionale. Una presenza importante che il «Dragone» ha ottimizzato ottenendo dal governo di Gibuti, un’enclave francese e una posizione americana, l’autorizzazione per costruire la sua prima base logistica militare fuori dai confini nazionali. Inoltre, lo scorso gennaio è stata inaugurata la nuova linea ferroviaria Gibuti-Addis Abeba finanziata dalla China Exim Bank e gestita da China Railways.

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Si chiama “Guerriero delle profondità” (in cinese “Shenhai Yongshi”) il nuovissimo batiscafo interamente costruito in Cina e dotato di equipaggio che ha effettuato con successo i suoi primi test in mare durante una campagna durata 50 giorni tenutasi nel Mar Cinese Meridionale. Il vascello, ritornato oggi nel porto di Sanya nella provincia meridionale di Hainan con la nave madre “Tansuo-1” recentemente entrata in servizio, ha raggiunto una profondità massima di 4500 metri durante le sue prime prove in mare ed ha dimostrato efficacemente la sua idoneità a svolgere i compiti per i quali è nato, confermando che tutta la sua dotazione di strumenti scientifici è perfettamente funzionante. Ovviamente piene di entusiasmo le parole di Bai Chunli, presidente dell’Accademia delle Scienze Cinese, che ritiene  il successo del nuovo batiscafo un ulteriore passo avanti per la ricerca oceanografica di Pechino. La Cina infatti sta dando notevole impulso allo sviluppo di una flotta oceanografica moderna.

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L’accordo diplomatico, politico e, soprattutto, finanziaro che nei giorni scorsi è stato firmato da Xi Jinping e Rodrigo Duterte, presidente delle Filippine, è una svolta importante, che ha sconvolto l’equilibrio economico dell’area. La Cina era il  secondo partner commerciale delle Filippine, dopo il Giappone e prima degli Stati Uniti e Singapore. Secondo il politologo Robert Kagan, nella nuova battaglia del Pacifico si gioca il nuovo ordine mondiale. Un terzo del traffico marittimo mondiale passa per il Mar della Cina del sud. Inoltre, se i calcoli della Cina sono corretti, in questo mare ci sono riserve di petrolio per 7 miliardi di barili: le più grandi del mondo, escluse quelle dell’Arabia Saudita. Xi Xinping ha messo sul tavolo 24 miliardi di dollari. Contano molto più questi delle decine di testate nucleari puntate verso le Filippine, che però sono più un ammonimento agli Stati Uniti, che hanno qui cinque basi militari.

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Nel 2016 la Cina varerà un bilancio record per la difesa! La spesa per nuove armi supererà quella complessiva dell’intera regione Asia-Pacifico! Per l’apparato militare saranno spesi 240 miliardi di dollari: oltre il doppio rispetto al 2011. Il resto dell’Asia, Giappone e India compresi, spenderà “solo” 232,5 miliardi. La Cina si avvia dunque a spendere una cifra analoga agli stanziamenti militari degli Stati Uniti. Fino allo scorso anno le spese militari degli Stati Uniti valevano il 45% del totale mondiale, ma queste spese si riducono di solito nell’anno elettorale. Entro il 2020 il divario tra Usa e Cina risulterà dimezzato. La Cina ha sempre sostenuto che la crescita delle sue spese militari avrebbe seguito il ritmo della sua crescita economica complessiva, ma nel 2016 le spese militari cresceranno del 12%, mentre il Pil crescerà del 6,5%. L’incremento delle spese militari sarà dedicato allo sviluppo di caccia da combattimento e di una avanzata flotta navale, dotata di due portaerei. Va precisato che tra le spese militari rientrano anche quelle relative alla esplorazione dello spazio. La Cina vuole portare i suoi astronauti sulla Luna e precedere gli Usa nella corsa verso Marte.



La Cina “non ha alcun diritto storico sulle isole del “Mar Cinese Meridionale” e ha violato la sovranità delle Filippine costruendo atolli artificiali. Lo ha stabilito la Corte permanente arbitrale dell’Aja, sotto l’egida dell’Onu, demolendo la “linea dei nove punti”, con cui Pechino da quasi settanta anni rivendica il 90% delle acque, da cui transitano ogni anno merci e materie prime per oltre 5 mila miliardi di dollari.

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Sono cominciati i lavori per la prima base permanente all’estero della Cina, a Gibuti, dopo l’accordo dell’anno scorso fra il piccolo Stato africano e il Gigante cinese. Gibuti ha appena 900 mila abitanti, ma è in una posizione strategica: all’ingresso del Mar Rosso e di fronte alla rotta dove passa il 40 per cento del traffico merci del mondo.  La base di Tadjoura, proprio di fronte alla capitale Gibuti, ospiterà fino a 5500 militari e complessivamente 10 mila uomini, fra soldati e civili. Potrà accogliere grandi navi da combattimento, avrà alloggiamenti sia per le forze di marina che dell’esercito e sarà completata da una base aerea. Lo scopo principale, per il ministro della Difesa cinese, è la «lotta alla pirateria» e fornire una base a terra per i marinai costretti a lunghe missioni in mare con conseguenti «problemi psicologici».

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Come dicono Laozi e la tradizione taoista: “Un viaggio di mille miglia inizia da un singolo passo”. Ci sono cinque fattori da tenere presenti per prevedere il futuro impatto della Cina sullo scenario mondiale.

  1. Il peso della Cina nel commercio mondiale è cresciuto dal 3 all’11% negli ultimi vent’anni, ma è ancora inferiore al contributo cinese al prodotto globale che è il 16%.
  2. Per la prima volta gli investimenti diretti verso l’estero hanno superato quelli in entrata. Tuttavia i ricavi dell’estero per le quotate cinesi sono pari al 13% con percentuali raddoppiate nel giro di pochi anni; in Europa, però, si raggiunge il 50%.
  3. Molto importante sarà lo sviluppo della nuova Via della Seta che costituisce un “importante catalizzatore di infrastrutture”. I progetti transfrontalieri inerenti dovrebbero raggiungere 900 mila miliardi di dollari. L’iniziativa “One road, one belt”, ossia la costruzione di una rete di collegamenti terrestri e marittimi tra l’Asia Orientale e l’Europa garantirà la crescita nel medio termine, anche grazie a a finanziamenti extra per le infrastrutture.
  4. Crescente ruolo estero delle policy bank di Pechino che va di pari passo con la globalizzazione delle banche commerciali.
  5. Processo di internazionalizzazione dello yuan che potrebbe portare alla sua inclusione tra i diritti speciali di prelievo che costituiscono il paniere delle valute del Fondo Monetario Internazionale.

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Durante la gigantesca parata militare per il settantesimo anniversario della Seconda guerra mondiale, l’unico a indossare il vestito tradizionale di Mao era Xi Jinping, mentre tutti gli altri dirigenti indossavano vestiti di foggia occidentale. Sembra un segnale per indicare che l’esercito, che in Cina è l’ultimo decisore, risponde solo a lui. In un paese, dove è in corso una prova di forza tra nuova e vecchia guardia, si tratta di un messaggio importante. Coloro che hanno tratto vantaggio dalla politica della “crescita ad ogni costo, basata sulle esportazioni e sulla costruzione di grandi infrastrutture, sono ancora molto forti e certo non apprezzano il nuovo corso che vuole privilegiare i consumi interni.

In un quadro di incertezza provocato dallo scontro di forze contrapposte, il taglio dei tassi di fine agosto e la minisvalutazione dello yuan sono stare mosse obbligate per tenere sotto controllo la situazione. L’apertura alle Banche centrali estere al Foreign Exchange di yuan direttamente sul mercato cinese rappresenta una ulteriore mossa verso la flessibilità.

Xi Jinping mira a trasformare Pechino nella capitale dell’Oriente, nel principale finanziatore dell’Africa e nell’interlocutore privilegiato dell’Europa: diventare l’epicentro del mondo. La Cina può contare su riserve di valuta estera pari a 3700 miliardi di dollari. Può offrire enormi finanziamenti per infrastrutture, garantendo altresì l’estraneità alle vicende politiche interne.  Così persegue lo storico piano di Via della Seta di terra e di mare. I fondi messi a disposizione per la nuova “Via della Seta” tra Asia ed Europa ammontano a 62 miliardi di dollari che possono diventare 100 con l’avvio della Asian Infrastructure Investment Bank.

Xi non nasconde più la forza della Cina, ma parla di “Sogno cinese” e di un piano concreto di espansione politico-commerciale che ha battezzato “Una Cintura. Una Strada”. A colpi di investimenti multimiliardari, il piano, che si ispira alla antica Via della Seta, sta prendendo forma. La Cintura, terrestre, è un tracciato di strade, ferrovie ad alta velocità e per il trasporto delle merci, oleodotti e gasdotti, linee di comunicazione che dalla Cina attraverseranno l’Asia Centrale, il Medio Oriente, la Russia e l’Europa.

La Strada, marittima, parte dai grandi porti di Shanghai e Canton, fa rotta lungo il Mar Cinese meridionale, l’Oceano Indiano, il Mar Rosso, il Mediterraneo, approdando a Venezia. Secondo i piani di Pechino, queste due nuove Vie della Seta coinvolgeranno 65 paesi e 4.4 miliardi di persone: il 63% della popolazione mondiale ed il 30% del Pil globale.

Il controllo del Mar Cinese Meridionale è di vitale importanza per la Cina che rivendica l’80% di queste acque a scapito dei vicini, come Filippine, Vietnam, Malesia, Taiwan. Di qui passano ogni anno navi che trasportano merci per 5.300 miliardi di dollari, mentre i suoi fondali nascondono petrolio e gas naturale. L’anno scorso Pechino era arrivato ai ferri corti con il Vietnam per le isole Paracelso. Ora ha preso di mira le isole Spratly, rivendicate anche dalle Filippine. La Cina ha costruito una serie di isolotti artificiali sulle coste dell’arcipelago conteso, quadruplicando in cinque mesi la superficie artificiale dell’area. Ma ora ha adottato una nuova e più aggressiva dottrina militare che prevede la “protezione dei mari aperti” da parte della Marina, mentre le forze aeree dovranno passare dalla “difesa” alla “difesa e offesa”. La Cina si sente accerchiata e lamenta l’interventismo americano che, semplicemente, ha lo scopo di proteggere gli alleati degli Stati Uniti.

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Un paese dalla grande storia conosce periodi di decadenza, ma poi riemerge!

Agli inizi del Rinascimento,  la Cina era così tecnologicamente avanzata che lo storico dell’economia Eric L. Jones sostenne che l’impero cinese “nel quattordicesimo secolo era giunto a un soffio dall’industrializzazione”.

All’inizio del 15° secolo, la Cina aveva già la bussola, la stampa a caratteri mobili ed eccellenti capacità navali. Infatti, l’ammiraglio cinese Zhang He guidava spedizioni verso il sud-est asiatico, l’Asia del sud, l’Asia occidentale e l’Africa orientale dal 1405 al 1433 circa, più o meno un secolo prima che i portoghesi raggiungessero l’India. Possedeva anche navi molto più lunghe della Santa Maria di Cristoforo Colombo, la più grande delle tre caravelle che attraversarono l’Atlantico.

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Il viaggio di Xi Jinping in Pakistan (maggio 2015) è stato un grande successo, grazie all’offerta di aiuti per 46 miliardi di dollari ed alla firma di 51 accordi commerciali. Saranno costruite strade, ferrovie ad alta velocità, oleodotti, dighe e porti sull’oceano Indiano. Pechino riesce così a sottrarre agli Stati Uniti un alleato strategico, assicurando commesse miliardarie alle proprie imprese. Le banche cinesi inoltre interverranno in Pakistan con finanziamenti per 20 miliardi di dollari. Le infrastrutture centro-asiatiche permetteranno inoltre alle merci cinesi di disporre di sbocchi rapidi e competitivi.

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I paesi aderenti alla Asian Infrastructure Investment Bank

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BOOM E CROLLI DELLA BORSA CINESE

A una ventina di giorni dal crollo dell8 luglio,  le borse cinesi tornano improvvisamente a perdere terreno. Il listino Shanghai lunedì è arretrato dell’8,48%, in quella che è stata la peggior seduta dal febbraio 2007. Shenzhen ha invece ceduto il 7%. A pesare sono i timori degli investitori per la tenuta dell’economia cinese dopo la diffusione dei dati sull’andamento degli utili delle imprese a giugno che hanno fatto segnare un -0,3% rispetto all’anno precedente e al +0,6% registrato a maggio. Ha contribuito al crollo dei titoli cinese anche il calo dell’indice dei tioli It che è arrivato a perdere il 3%.  Gli energici provvedimenti governativi hanno avuto un effetto transitorio.

Da novembre, la banca centrale cinese ha tagliato per quattro volte i tassi d’interesse nel tentativo di stimolare la crescita.

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Secondo giorno di forte rimbalzo per le Borse cinesi dopo che il governo è intervenuto a sostegno del mercato. Shanghai è arrivata a guadagnare oltre il 5,9%, poi ha chiuso a +4,54 mentre Shenzhen si avvia a segnare un + 4,06%. L’Agenzia Nuova Cina festeggia il rimbalzo con la foto di un saltatore con l’asta.

salto

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Forse la Borsa è arrivata al top. Nonostante i provvedimenti delle autorità per sostenerla, si susseguono le brusche cadute!

Oggi l’Indice composito ha perso il 5,9%; in meno di un mese, dal picco del 12 giugno, i titoli hanno perso oltre il 30%. Scendono anche le altre Borse, da Hong Kong a Tokyo.

1330 imprese sono sospese dalle contrattazioni. Il problema è che le azioni sono state date in pegno alle banche per ottenere prestiti. Se le quotazioni scendono, le garanzie non sono più sufficienti.

La China Securities Regulatory Commission, l’organo di controllo della Borsa, ha dovuto ammettere che «c’è un senso di panico che aumenta le vendite irrazionali di titoli». Per molti mesi la stampa statale aveva incitato gli investitori a scommettere sul «Toro». Ora che le forze del libero mercato stanno prevalendo, il Partito-Stato resta il grande sconfitto.

In Cina, è stato calcolato, la popolazione si è indebitata per 370 miliardi di dollari per acquistare alla cieca azioni in Borsa. E ha usato gli stessi titoli come garanzia di collaterale.

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Gran brutto giorno per i piccoli investitori

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Comunque lunedì 6 luglio si era delineata una stabilizzazione con il benchmark Shanghai Composite Index che era salito del 2.41%. Si trattava del primo significativo incremento nel corso delle ultime 3 settimane. Sinopec and PetroChina e le grandi banche avevano sfiorato un aumento del 10%. Un forte flusso di denaro proveniente da investitori istituzionali si era riversato su questi colossi, influenzando gli indici.

 Diverso l’andamento per le piccole compagnie. Lo Shenzhen Component Index e il Nasdaq-style ChiNext Index, che monitorizzano le aziende più piccole e le start-up hanno perso 1.39% e 4.28% rispettivamente.

Male Hong Kong con il benchmark Hang Seng Index in calo del 3.18%. Qui ha però pesato l’incertezza della situazione greca.

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Alla apertura del 28 maggio, Lo Shanghai Composite Index è arrivato alla soglia dei 5000 punti, un livello mai toccato dal 2008. Dall’inizio del 2015, ciò significa un più 48% e da un anno fa un incremento del 140%. La chiusura però ha segnato un tonfo del 6.5%. Dopo un venerdì piatto, il lunedì 1 giugno ha portato un rimbalzo del 4.5%, mentre il martedì è stato piatto. Dietro il mercato azionario, c’è la mano del governo di Pechino e forse dello stesso Xi Jinping. L’agenzia statale “Xinhua” ha scritto che il Toro combatterà nel lungo periodo e che un momentaneo ridimensionamento permetterà al mercato di andare più lontano.

In una intervista al Quotidiano del popolo del 25 maggio a un autorevole personaggio (anonimo), questi dichiarava: “La chiave per una crescita stabile, allo stadio a cui siamo arrivati, dipende dalla capacità di trasferire il risparmio agli investimenti effettivi. Non preoccupatevi di uno o due punti in meno nel Pil, l’importante è che più risparmio dei privati diventi investimento”. Poche ore dopo Pechino annunciava un piano per 1043 nuove infrastrutture, dalle autostrade ai ponti, alle ferrovie, agli aeroporti, da finanziare con 1970 miliardi di yuan (317 miliardi di dollari) che saranno raccolti con partnership pubblico-privato.

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Il grande balzo dei vari benchmark della Cina continentale è stata favorita dal re-rating del mercato da parte degli operatori internazionali che hanno maggiori possibilità di accesso a questo enorme mercato. Lo Stock Connect tra Shanghai e Hong Kong ha prodotto rapidamente i suoi effetti, dopo un inizio al rallentatore; per di più ci sono ulteriori previsioni di maggiore presenza dei titoli cinesi nei portafogli internazionali, data la possibilità di un ulteriore collegamento con la piazza di Shenzhen.

Le A-share hanno fatto registrare un autentico rally. La Borsa di Shanghai negli ultimi 6 mesi è cresciuta del 70% ed ha toccato i 4175 punti che non raggiungeva dal 2008. Lo Shanghai Stock Exchange ha una capitalizzazione di mercato di 5200 miliardi di dollari. Anche Hong Kong è stata trascinata nella corsa ed ha una capitalizzazione di 3900 miliardi di dollari

Il CSI300, un benchmark interno cinese, è passato in pochi mesi da un p/e di 12 all’attuale 18,7. Non siamo ancora in una situazione di ipercomprato, ma il mercato non è più a sconto. L’indice Hang Seng, rappresentativo del mercato di Hong Kong, è caratterizzato da un p/e minore di 12 ed è posizionato sui livelli relativamente bassi ed ha quindi ampie possibilità di ulteriori rialzi. I volumi giornalieri in miliardi di dollari di Hong Kong sono di 270 nella Borsa della regione autonoma.

La voce ufficiale del governo di Pechino, il Quotidiano del Popolo, nella edizione dell’1 aprile, ha salutato con entusiasmo “l’estate della Borsa”. “Le azioni delle grandi banche nazionali, quelle dei settori dell’acciaio, ingegneria meccanica, immobiliare e software hanno mostrato una positiva tendenza al rialzo”. Il risultato è stato che nei primi due giorni  di aprile si è avuto un milione di nuovi investitori, facendo salire a 13 milioni i nuovi investitori negli ultimi sei mesi. Sulla piazza cinese si contano ora 190 milioni di account azionari.

La febbre borsistica ha contagiato soprattutto i cinesi comuni: un immenso parco buoi richiamato dal colore rosso che simboleggia la fortuna e viene usato per il mercato toro, mentre il mercato orso è rappresentato dal verde. Si può parlare di “bolla”? Cosa succede se il parco buoi viene preso dal panico? Il Quotidiano del Popolo vede rischi di breve termine, in quanto, dopo questo rialzo, una pausa è fisiologica. Successivamente però ci sarà una lenta crescita, di cui beneficerà la economia cinese.

Eppure i dati economici continuano a segnalare un rallentamento della economia cinese che ha indotto la People’s Bank of China a operare due successivi tagli del tasso di sconto a partire dal novembre 2014. Nel primo trimestre 2015, la crescita è stata del 7% contro il 7,3% del quarto trimestre 2014. Soffrono la produzione manifatturiera ed edilizia. Si dice che ci siano oltre 400 milioni di metri quadri di case invendute. Per alimentare la euforia della Borsa, si parla però di nuovi grandi programmi di spesa pubblica in infrastrutture, come ferrovie da alta velocità ed aeroporti. Si scommette altresì su ulteriori tagli dei tassi.

La Borsa di Shanghai ha una lunga storia che risale alla Prima Guerra dell’Oppio del 1842, vinta dagli inglesi sull’impero cinese. Nel 1846 iniziò lo scambio delle azioni. Nel 1930 Shanghai era diventato il centro finanziari dell’Estremo Oriente. L’occupazione giapponese del 1941 bloccò le operazioni che ripresero nel 1946, ma cessarono nel 1949 con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Fu Deng Xiaoping che fece riaprire la Borsa il 19 dicembre 1990.

Nel periodo dal 2007 al 2008 la Borsa visse un periodo turbolento. Nell’ottobre 2007, l’indice toccò il record storico di 6124 punti, triplicando il valore rispetto al 2006; però a fine 2008 crollò a 1800 punti. Chi riuscì ad uscire prima del crollo si ritrovò ricco, mentre gli altri furono rovinati.

Servirebbe la sfera di cristallo per sapere cosa ci riserva il futuro, ma occorre stare in guardia.

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A partire da lunedì 11 maggio 2015, i tassi sui finanziamenti a un anno scendono di 0,25 punti percentuali, cioè al 5,1%, e quelli sui depositi, tagliati dello stesso ammontare, al 2,25%. E’ il terzo taglio in sei mesi. Il taglio precedente aveva avuto luogo a fine febbraio. Secondo la banca centrale, il taglio aiuterà lo sviluppo della economia, che è in frenata. Probabili ulteriori tagli se la economia resterà debole. La crescita del 7% del primo trimestre 2015 è per la Cina la più bassa degli ultimi sei anni. Evidentemente la People’s Bank of China è vigile e ogni intervento favorisce la Borsa, oltre che l’economia! Prezzi delle azioni più elevati permettono alle società quotate di finanziarsi attraverso la Borsa e di ridurre la dipendenza dal debito.

Anche la Cina è preoccupata dei rischi di deflazione! L’indice dei prezzi al consumo è sceso a circa 1.5%, mentre l’indice dei prezzi alla produzione è stato in deflazione per mesi.

Eppure, dal punto di vista degli investimenti, lo scenario non è del tutto negativo. L’azionario cinese dovrebbe trarre vantaggio dalla liberalizzazione del mercato e dalle politiche monetarie più incisive.

Inoltre, la People’s Bank of China incoraggia le banche ad acquistare obbligazioni emesse dagli enti locali fortemente indebitati, per permettere a questi di continuare a spendere in infrastrutture, frenando l’impatto derivante dalla frenata del settore immobiliare e manufatturiero.

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 La legislazione sempre più favorevole ai risparmiatori e l’ottimismo sempre più diffuso sui mercati internazionali ha determinato una autentica euforia ed una crescita dei vari indici borsistici locali tra il 40% ed il 145%. Si tratta però di un boom che comincia a mostrare una forte volatilità.

Il gruppo Zhuhai Zhongfu, produttore di bottiglie, dopo un aumento della quotazione del 125% da inizio anno, è finito in default. Già China Baoding Tianwei (a controllo statale) ha dichiarata la insolvenza su un bond ad aprile, seguita da la Cloud Live.  Il terzo caso di insolvenza su un bond è sembrato un campanello d’allarme ed ha determinato un tonfo del 6.5% della Borsa cinese. Dopo un venerdì piatto, lunedì 1 giugno 2015 l’indice è risalito del 4.5%.   C’è però in Cina un grave problema: il fortissimo indebitamento delle imprese, aumentato dal 98% del Pil nel 2007 al 155% del Pil del 2014, a cui si contrappone un debito pari al 19% del Pil a livello di paese. Questa enorme quantità di fondi è arrivata sia dalle banche tradizionali, sia dal sistema bancario ombra che, secondo Moody’s, ammonta ormai al 66% del Pil. Con il rallentamento dell’economia cinese questo fardello rischia di diventare più pesante. Sono bastate alcune misure per frenare la crescita del credito per causare insolvenze nel mercato dei bond. Nelle banche stanno poi aumentando velocemente i crediti in sofferenza. E ora che succederà? Gli investitori scommettono su una crescita dell’afflusso di fondi dall’estero, perché i mercati cinesi dovrebbero aumentare il loro peso negli indici Msci. Infine molti sono convinti che un paese che ha 3300 miliardi di riserve valutarie e un debito pubblico esiguo può gestire agevolmente qualsiasi problema strutturale.

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 Xi Jinping, presidente della Repubblica Cinese

 

 liIl primo ministro Li Keqiang

Preoccupa fortemente il fatto che il fatto che a investire in Borsa o a dare garanzie alle banche locali siano state anche le 31 province del Paese. Standard & Poor’s da almeno un anno ripete che le emissioni di 15 di esse sono spazzatura, perché, «secondo i criteri della società americana di rating, presentano caratteristiche speculative».

Aggiunge inoltre che tutti e tre i governi delle province del Nord-Est della Cina si trovano in questa situazione anche a causa di una trasparenza fiscale debole e della loro situazione di liquidità.

Stando ai dati ufficiali il debito complessivo delle amministrazioni locali è 17.900 miliardi di yuan (quasi 2.700 miliardi di euro).

Soltanto la provincia più ricca, quella del Guangdong, ha un passivo di mille miliardi di renminbi (oltre 150 miliardi di euro).

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LETTERE DI UNO SCONOSCIUTO – IL NUOVO FILM DI ZHANG YIMOU

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E’ un film che non ha suscitato l’entusiasmo dei critici per la impostazione scelta da Zhang Yimou, cioè la realizzazione di un “melodramma intimista”. Forse i critici si aspettavano un film drammatico con ostentazione di sentimenti, conflitti esplosivi, scene madri e così via. Invece  Zhang Yimou smorza i toni, evita l’enfasi. Ci sono dolori troppo grandi per potere essere espressi. La Rivoluzione Culturale è stata una tragedia che ha sconvolto la Cina e che si tende a rimuovere. Con l’arrivo al potere di Deng Xiaoping sono stati riabilitati professori e dirigenti vittime della follia maoista, mentre sono stati rimossi i responsabili del grande sconvolgimento. Ma un processo alla Rivoluzione Culturale non è stato fatto e non sarà mai fatto. Mao Zedong resta ancora il Grande Timoniere: tanto, da morto, danni non ne può fare più! La amnesia che affligge Feng Wanyu sembra essere una potente metafora del processo di rimozione della Rivoluzione Culturale.

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Lu Yanshi è un professore che, ai tempi della Rivoluzione Culturale è stato mandato in un campo di lavoro per essere rieducato. Alla fine di tale periodo, Lu viene riabilitato e torna a casa per rivedere la moglie Feng Wanyu e la figlia Tantan. Lo attende però una amara delusione, perché la moglie non lo riconosce più. Sono passati molti anni dall’ultima volta che si sono visti, ma la amnesia ha una origine psicologica. Rappresenta un inconscio tentativo di cancellare fatti atroci che si sono verificati. Un indizio è rappresentato dalla scena, in cui Feng scambia il marito per il compagno Fang e gli urla di uscire dalla sua casa, perché è stanca di essere violentata.

Un altro tragico episodio è rappresentato dall’arresto di Lu che, durante un trasferimento, era riuscito a scendere dal treno ed a fuggire. Egli era riuscito ad avvertire la moglie e ad invitarla a incontrarlo, ma era stato denunciato alla polizia dalla figlia Tantan. Questa era una bravissima ballerina, la migliore del corso, ma non aveva potuto ottenere il ruolo di protagonista, perché figlia di un nemico del popolo. Aveva quindi cercato di riscattarsi, denunciando il padre, ma inutilmente. La madre non l’aveva perdonata e l’aveva cacciata di casa. Tantan, dopo aver rinunciato ai sogni di ballerina, era diventata operaia in una fabbrica tessile.

Seguendo i consigli dello psicologo, Lu cerca di risvegliare i ricordi della moglie, attraverso episodi che hanno vissuto insieme. Sfortunatamente, in  tutte le fotografie che li ritraggono insieme l’immagine di Lu è stata ritagliata.  Tantan confessa poi al padre di essere stata lei a ritagliare la sua immagine dalle foto.

Per trovare modo di comunicare con la moglie, Lu si improvvisa accordatore di piano. Si fa poi trovare mentre suona il pianoforte, come faceva una volta, ma il tentativo di presentarsi come marito è inutile.

Spunta poi una cassetta di lettere che Lu e Tantan portano a casa di Feng. Sono le lettere che Lu ha scritto dal campo di lavoro. Anche se non è detto chiaramente, sembra che Tantan abbia nascosto le lettere alla madre.

A questo punto Lu diventa “il lettore”, perché Feng non riesce a leggerle e Lu si presta volentieri a questo compito. Scrive anche nuove lettere. Con una convince la moglie a perdonare la figlia ed a riprenderla in casa. In un’altra annuncia il suo ritorno il 5 del mese successivo, sperando che la moglie lo riconosca, ma inutilmente. Da quel momento, ogni mese Feng si reca alla stazione per aspettare il marito, mentre invece Lu è accanto a lei e la accompagna.

Nella scena finale, si vede Lu che trascina una specie di risciò in cui è seduta la moglie.

Una pioggia scrosciante accompagna molte scene del film, quasi a simboleggiare lo sforzo di ripulire il paese dalle infamie del passato.

 

FENG WANYU, LA MOGLIE

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IL PROFESSOR LU YANSHI

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DANDAN, LA FIGLIA

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L’INCONTRO MANCATO

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L’INUTILE ATTESA ALLA STAZIONE

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ALLA RICERCA DI RICORDI CONDIVISI

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Dandan si esibisce davanti ai genitori come ballerina, per fare riaffiorare i ricordi del passato

 LE LETTERE

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 GLI ATTORI

 gong1Gong Li (a sinistra) interpreta Feng Wanyu

 

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 danZhang Huiwen nel ruolo di Dandan

 chen daomingChen Daoming nel ruolo di Lu Yangsi

 

Zhang Yimou realizza un film importante che forse dovrebbe essere giudicato dal punto di vista degli spettatori cinesi.

La storia è presa dal romanzo “Il criminale Lu Yangsi”,   scritto da Geling Yang.

 

 

 Vedere anche:

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LA GRANDE AMICIZIA TRA CINA E RUSSIA

Negli ultimi anni la convergenza tra Cina e Russia si è progressivamente accentuata, a partire da una netta accelerazione nelle relazioni bilaterali in seguito ai gravi contrasti tra Cremlino e Occidente nel 2014. Dalla collaborazione economica, fondata sulla fornitura russa di energia a buon mercato all’Impero di Mezzo, l’asse Mosca-Pechino si è gradualmente rinsaldato, via via che la Cina è riuscita a coinvolgere la Russia nel grande progetto strategico della “Nuova via della Seta”.   

Al forum sulla Via della Seta di Pechino Xi e Putin hanno potuto festeggiare numerosi successi. Nel 2018 l’ interscambio tra Russia e Cina è aumentato del 24,5% toccando i 108 miliardi di dollari, un nuovo record, rendendo, secondo Putin, la collaborazione bilaterale tra i due Paesi “un esempio per il mondo di oggi”. L’incontro ha anche segnato un nuovo passo in avanti nell’integrazione nella Belt and Road Initiative di Mosca e dell’Unione Economica Euroasiatica che gravita attorno alla Russia.  Cruciale in questo senso l’annuncio dell’apertura di una linea di credito cinese da 10 miliardi di dollari alla Banca statale russa per lo sviluppo, finalizzata alla costruzione di un’autostrada euroasiatica tra Bielorussia e Cina, passante per Russia e Kazakistan, che connetterebbe le metropoli dell’Impero di Mezzo all’Europa continentale. 

Non mancano, in ogni caso, gli elementi di distanza tra Mosca e Pechino. Un settore in cui le strategie dei due giganti differiscono è quello dell’Artico, ove Mosca intende sfruttare le sue prerogative sovrane, imponendo il controllo sul passaggio delle navi e sull’operatività di compagnie estere nelle concessioni energetiche, rendendo la Cina “preoccupata dalla scelta di Mosca di massimizzare i controlli e le tariffe per il traffico navale”. Vi è poi il maggiore elemento di contrasto: la Siberia., che rappresentala cassaforte economica del Paese, ma è sempre più integrata nella catena del valore cinese, a causa dell’industria delle materie prime e della crescente immigrazione. 

 

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Il presidente russo Vladimir Putin ha riconosciuto al diciannovesimo Congresso del Partito Comunista Cinese una apertura senza precedenti. Ha detto che la Cina è uno dei più importanti attori sulla scena economica globale e che le riforme pianificate assicureranno una crescita sostenibile. Si augura una ampia collaborazione tra Russia e Cina nei settori della tecnologia, delle ricerche spaziali e della economia.

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Sempre più stretto il legame tra russi e cinesi: la China Energy Corporation (Cefc) ha acquisito da un consorzio di Glencore e Qatar Investment Authority una quota del 14,16% di Rosneft, un’operazione pari a 9,1 miliardi di dollari che rafforza ulteriormente il partneriato energetico tra Mosca e Pechino. Il  L’operazione rientra a pieno titolo nella iniziativa One Belt, One Road , lanciata dai cinesi  per promuovere la nascita di una rete logistica e infrastrutturale terrestre e marina che includa Asia, Europa e Africa. Il Tycoon cinese Ye Jianming, presidente di Cefc,    ha dichiarato che tale iniziativa ha fortemente contribuito al buon esito dell’accordo.

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L’amministrazione Obama ha spinto lo Zar Vladimir Putin nelle braccia del presidente cinese Xi Jinping. Ora Donald Trump è costretto dal Congresso a seguire la stessa politica e si adegua per sopravvivere. Ora Putin ha vietato l’uso delle VPN (Virtual private Network), reti private virtuali che consentono ai navigatori di internet di viaggiare senza essere riconosciuti e bloccati. E’ esattamente quanto aveva già fatto il governo cinese, il quale ha anche ottenuto da Apple di cancellare dall’Apple store visibile dai cinesi una sessantina di applicazioni che consentono di navigare in libertà. La Cina inoltre impedisce l’uso di Twitter, Facebook, Google. E’ comprensibile in un paese di 1,4 miliardi di abitanti, di cui 400 milioni ancora in grande povertà. Gestire un così grande paese, con forti dislivelli sociali ed economici, non è come gestire i 250 milioni di cittadini americani. Eppure i governanti americani continuano a pensare che la democrazia sia un prodotto esportabile, come la Coca Cola, e non una evoluzione che deve avvenire nell’animo e nella cultura dei cittadini e di chi li governa.

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Le alleanze si consolidano anche intensificando i rapporti commerciali. Il 6 dicembre 2016 è partito da Xi’an, capitale della provincia nordoccidentale cinese di Shaanxi, il primo treno diretto a Mosca. Il treno era composto da 41 container, contenenti principalmente beni di consumo durevoli. Il viaggio durerà 11 giorni, mentre il tradizionale percorso terra-mare ne richiede 45.

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Xi Jinping ha incontrato Vladimir Putin a Parigi, in occasione della Conferenza sul clima. I due leader hanno parlato della collaborazione per combattere il terrorismo.

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Sono terminate la manovre “Joint-Sea-2015” che si sono svolte a metà maggio 2015 nel Mediterraneo con la partecipazione di 6 navi russe e 3 navi cinesi.

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Xi Jinping ha assistito, a fianco di Putin, alla parata per celebrare il settantesimo anniversario del Victory Day.

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Reparti delle tre armi dell’Esercito Popolare Cinese hanno sfilato sulla Piazza Rossa nella grande parata per celebrare il settantesimo anniversario del Victory Day. Il presidente Xi Jinping è venuto in visita ed ha colto l’occasione per consegnare medaglie ai veterani che combatterono contro gli invasori giapponesi.

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antigiapponesi

In occasione della visita di Xi Jinping a Pechino è stato anche siglato l’accordo relativo al gasdotto Altai che pescherà nei giacimenti siberiani che Gazprom utilizza anche per rifornire l’Europa e che è soprannominato Rotta Occidentale. E’ stato fissato il percorso che punterà diritto verso la Cina attraverso il Kanas Pass, senza passare né per il Kazakhstan, né per la Mongolia (una deviazione non gradita dalla Cina). C’è già l’impegno “formale” per una fornitura “iniziale” di 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno per trent’anni, che potrà essere successivamente ampliata. Non sembra però che sia stato ancora fissato il prezzo, su cui esistono disaccordi. Dal 2018 la Cina dovrebbe inoltre ricevere 38 miliardi di metri cubi dalla Rotta Orientale.

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Nei prossimi giorni arriveranno nel Mediterraneo navi delle flotte cinese e russa per compiere manovre congiunte! Lo scopo è di rafforzare la collaborazione dei due paesi e di migliorare la capacità delle due Marine di affrontare eventuali sfide! I cinesi invieranno due fregate classificate Type 54A Jiangkai nel codice Nato. Mai la Marina cinese si era impegnata in acque così lontane dalle sue coste! Nel 2011 erano state inviate navi per evacuare 30 mila cinesi, dopo il crollo del regime di Gheddafi.

La Russia non ha ancora comunicato la composizione della sua squadra che dovrebbe comprendere sette navi. La Marina russa è una presenza fissa nel Mediterraneo. Da quando è esplosa la crisi siriana, la Russia ha schierato a rotazione numerose unità nello spazio di mare tra Cipro ed il porto di Tartus, il punto di appoggio offerto dalla Siria ai russi.  Le navi proteggono i cargo che portano armi al regime di Damasco, oltre a svolgere attività di intelligence elettronica.

E’ significativa la collaborazione della Cina con la Russia, dopo che questa è rimasta isolata a causa della crisi ucraina.

marine congiunte

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Le sanzioni occidentali contro la Russia per la guerra in Ucraina hanno portato al consolidamento dei legami tra Russia e Cina. Obama ha commesso un enorme errore strategico, spingendo perché l’Ucraina entrasse nella Nato, coinvolgendo nell’errore anche i paesi dell’Unione europea. Obama si aspettava forse che la Russia rinunciasse alla sua influenza su un paese, dove vivono milioni di cittadini di etnia russa e dove passa un fondamentale gasdotto per la vendita del combustibile russo all’Europa? Si aspettava di avere di fronte un agnellino e non invece un ex KGB come Putin?

Intanto in Cina la Assemblea del Popolo ha deciso un aumento delle spese militari del 10%. Le attuali buone relazioni tra Russia e Cina sono state indotte dalle mosse sbagliate di Obama, ma i due paesi restano nel profondo diffidenti l’uno dell’altro.

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I rapporti di amicizia tra Cina e Russia stanno dando grande impulso alle importazioni cinesi di petrolio russo, con grande disappunto dei paesi dell’Opec che, di fronte alla discesa dei prezzi ed al crollo delle importazioni americane, vedono nella Cina uno dei pochi mercati dove la domanda è ancora robusta.

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L’orso e il dragone

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Russia's President Vladimir Putin and his Chinese counterpart Xi Jinping shake hands during a bilateral meeting at the Diaoyutai State Guesthouse in Beijing

Il forte surplus globale di greggio alimenta l’antagonismo tra l’Opec e la Russia, oltre che tra le nazioni Opec stesse. Ma l’isolamento della Russia causato dalla crisi ucraina la spinge ad avvicinarsi a Pechino.

Secondo i dati doganali cinesi rilasciati il 22 gennaio 2015, le importazioni dalla Russia nel 2014 sono cresciute del 36% (11% del totale), mentre  quelle dall’Arabia Saudita sono diminuite dell’8% (16% del totale) e quelle dal Venezuela dell’11%.

 La Cina vede con favore la diminuzione delle importazioni via mare dal Medio Oriente che sono suscettibili di interruzioni della fornitura in caso di conflitti. Inoltre vuole impedire un forte deterioramento della economia sovietica che potrebbe causare instabilità ai confini.

A maggio 2014, Xi Jinping e Vladimir Putin hanno siglato un importante contratto che prevede la fornitura di centinaia di miliardi di dollari di gas naturale per la Cina. Da allora le banche cinesi sono state prodighe di prestiti alle società russe, messe in crisi dalle sanzioni occidentali.  Mosca vuole a tutti i costi acquisire nuovi clienti per il proprio petrolio e il proprio gas.

Alcuni analisti ritengono che non sia venuta meno la diffidenza tra i due paesi che per decenni hanno gareggiato per l’egemonia nel continente asiatico. I rapporti tra Xi e Putin sembrano tuttavia improntati alla massima cordialità, come dimostrano i frequenti incontri bilaterali, dove si vedono i due leader brindare con un bicchierino di haijiu, un distillato cinese.

Intanto diventano tesi i rapporti tra Cina e paesi Opec. In un incontro riservato, tenutosi a novembre con Arabia Saudita, Venezuela e Messico, la Russia ha rifiutato di partecipare ad una manovra di riduzione della produzione a sostegno dei prezzi. Ciò ha indotto l’Arabia Saudita ad abbandonare ogni piano di riduzione della produzione ed a lottare per conservare la propria quota di mercato. Dopo il crollo delle importazioni americane, la domanda asiatica rappresenta quasi il 70% delle esportazioni saudite.

Le esportazioni di greggio russo verso la Cina sono state di 30 milioni di tonnellate nel 2014 e si prevede saliranno a 50 milioni di tonnellate nel 2020. Come corrispettivo la Russia sembra più disponibile ad accogliere investimenti cinesi nei suoi giacimenti di petrolio e di gas. Durante la visita a Pechino di Putin nel mese di novembre 2014, la China National Petroleum Corporation (CNPC), il principale produttore di petrolio cinese, ha concordato con Rosneft la acquisizione di una quota nella sua controllata Zao Vankorneft, che sta sviluppando un grande giacimento petrolifero russo.

Le società cinesi hanno anche sviluppato una forte presenza nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale, che ancora restano fortemente legate alla Russia.

Il miglioramento delle relazioni politiche non può tuttavia cancellare i persistenti motivi di contrasto. C’è prima di tutto la forte pressione della popolazione cinese alle frontiere della Siberia, scarsamente abitata. Poi ci sono le diverse alleanze; la Russia è vicina all’India, mentre la Cina punta sul rivale Pakistan. Pechino non ha mai amato il Vietnam, vicino da sempre alla Russia, a cui garantisce appoggio militare in estremo Oriente.

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TAGLI DEI TASSI DI INTERESSE E DELLA RISERVA OBBLIGATORIA CINESI

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A partire da lunedì 11 maggio 2015, i tassi sui finanziamenti a un anno scendono di 0,25 punti percentuali, cioè al 5,1%, e quelli sui depositi, tagliati dello stesso ammontare, al 2,25%. E’ il terzo taglio in sei mesi. Il taglio precedente aveva avuto luogo a fine febbraio. Secondo la banca centrale, il taglio aiuterà lo sviluppo della economia, che è in frenata. Probabili ulteriori tagli se la economia resterà debole. La crescita del 7% del primo trimestre 2015 è per la Cina la più bassa degli ultimi sei anni.

Intanto in aprile la Cina è diventato il maggiore importatore di petrolio al mondo. Ciò si deve soprattutto al fenomeno dello shale gas negli Stati Uniti.

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Il 19 aprile 2015 c’era stato unulteriore abbassamento di un punto dei requisiti di Riserva Obbligatoria per stimolare la economia!

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La Pboc ha deciso  abbassare il costo del denaro dello 0,25% su depositi (2,5% ora) e i tassi di riferimento sui prestiti ad un anno (5,35% ) nel corso del weekend a causa di una pressione costante al ribasso sull’economia del paese. Si tratta del secondo intervento della Pboc negli ultimi tre mesi.

Intanto l’indagine congiunturale  curata di Hsbc (che monitora l’andamento dell’attività delle aziende medio-piccole) a febbraio ha evidenziato un miglioramento a 50,7 (massimo da 7 mesi) da 49,7 di gennaio (50,1 il consenso). Permane però un sentiment ribassista.  L’aumento è stato attribuito ad una destagionalizzazione incompleta e alla ricostituzione di alcuni stock, attivata dal rimbalzo di alcuni prezzi delle materie prime.

Invece l’indice Pmi (China manufacturing Purchasing Managers Index – PMI) ufficiale di febbraio, che è elaborato dal governo ed è centrato sulle imprese di dimensioni maggiori, ha segnalato una contrazione dell’attività per il secondo mese consecutivo a 49,9 da 48,8 di gennaio. Migliora il quadro dei servizi che, secondo il Pmi ufficiale, ha accelerato la crescita a 53,9 da 53,7.

Giovedì si aprirà il summit annuale del Partito comunista, durante il quale i dirigenti dovranno discutere di come convivere con un rallentamento strutturale della crescita del pil. Questa è stata del 7,4% nel 2014, il ritmo più lento negli ultimi 25 anni. Molti economisti prevedono che il governo abbasserà ufficialmente le attese di crescita per il 2015 attorno al 7%.

 

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La banca centrale cinese ha abbassato la riserva obbligatoria delle banche dal 20% al 19.5% del totale delle attività con effetto immediato. L’annuncio è del 4 febbraio 2015.

Questo provvedimento libera fino a 96 miliardi di dollari dai bilanci delle banche, per destinarli al credito a famiglie e imprese.

Nel 2014 il Pil è cresciuto solo del 7.4%, mentre nel 2013 la crescita era stata del 7.7%. Senza questo incremento la crescita cinese rischiava di scendere sotto il livello di guardia del 7%.

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La Cina è, al momento, la grande perdente nella guerra delle valute, visto che lo yuan negli ultimi sei mesi si è apprezzato in termini reali del 10%. La Cina sta perdendo in maniera drammatica competitività nei confronti dell’euro e del Giappone, aree che pesano per il 35.3% della sua bilancia commerciale. A questo si aggiunga che lo yuan è agganciato al dollaro, sia pure in maniera blanda. Ci sono da attendere ulteriori reazioni.

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La Banca Centrale di Cina (People’s Bank of China) ha tagliato a sorpresa il tasso sui depositi a un anno al 2.75% e il tasso sui prestiti a un anno di 40 punti base dal 6% al 5.60% con effetto dal 22 novembre 2014.  Si tratta del primo taglio dal luglio 2012.

L’intenzione è abbassare i tassi di interesse ed i costi privati di finanziamento per alleviare i problemi che incontrano molte imprese. Il taglio viene attribuito ai livelli di crescita dell’economia che sono i più bassi degli ultimi 24 anni.

La Banca Centrale Ha detto che l’economia sta marciando nel range appropriato e che sono emersi segnali positivi nella ristrutturazione economica. Tuttavia gli alti costi ed impedimenti al rifinanziamento restano problemi rilevanti per l’economia reale. La riduzione degli alti costi di rifinanziamento per le imprese, soprattutto per le piccole e micro-imprese è di grande importanza per stabilizzare la crescita economica, la creazione di posti di lavoro e il benessere della popolazione.

Negli ultimi mesi la Banca Centrale aveva cercato di stimolare la economia con iniezioni di liquidità e tagli alla quota di riserva obbligatoria delle banche commerciali.

Dopo vari tentativi di affrontare gli alti costi di finanziamento, le cose sono migliorate in alcune regioni,   ma le imprese affrontano ancora difficoltà e lacune,  soprattutto le piccole, sono più vulnerabili agli alti costi di altre.

La Banca Centrale ha però detto che i tagli non dovrebbero essere interpretati come una deviazione da una “politica monetaria prudente”, ma aggiungeranno flessibilità agli strumenti usuali per consentire una regolazione fine in linea con lo sviluppo economico.

Poiché l’economia sta ancora crescendo ad un tasso sano con i miglioramenti industriali, la crescita deve fare più affidamento sulla innovazione che sull’investimento. Non c’è necessità di uno stimolo forte.

La chiave per gestire complicate situazioni internazionali e domestiche e supportare una stabile crescita economica a lungo termine   è uno sviluppo vigoroso ottenuto attraverso le riforme interne.

La banca Centrale ha anche alzato il limite superiore della banda di oscillazione dei tassi sui depositi a 1,2 volte il tasso base da1,1 volte, come stabilito nel giugno 2012:  un grande passo nella riforma dei tassi di interesse.

Fino a giugno 2012 non era consentito alle banche commerciali cinesi offrire tassi sui depositi superiori al tasso base.

Questa mossa non solo attribuisce un ruolo maggiore ai meccanismi di mercato nella formazione dei tassi di interesse, ma è un passo verso una totale liberalizzazione dei tassi sui depositi in futuro.

 

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dr. Meierhofer –   Creative Commons Attribution/Share-Alike License e GNU Free Documentation License

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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