THE MESSAGE – UN FILM DEl 1976 SULLA NASCITA DELL’ISLAM

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https://archive.org/details/The-Message-1976-StoryofIslam# (secondo tempo)

 

 

 

 

Il film è stato approvato dai dotti della Università di Al-Azhar al Cairo. Siccome viene considerato irriverente riprodurre l’immagine di Maometto, questi non compare mai e gli avvenimenti vengono raccontati.  Così pure è approvato dall’Alto Congresso della Shiat in Libano. Il film è prodotto e diretto da Moustapha Akkad.

 

TRAMA

 

Si comincia dalla fine. Tre cavalieri attraversano il deserto e poi si dirigono in diverse direzioni. Vediamo il primo arrivare alla corte di Bisanzio e leggere all’imperatore Eraclito un messaggio di Muhamed. “In nome di Dio, clemente e misericordioso, da Muhamed, il messagero di Dio a Eraclio, imperatore di Bisanzio. La pace sia su colui che segue la retta via. l Abbraccia l’Islam per la tua salvezza. Un consigliere dice a Eraclio che si tratta di un nuovo profeta in Arabia.  L’imperatore chiede se è come quando Giovanni Battista, uscendo dal deserto, si recò da Erode ad ammonirlo sulla salvezza. Chiede quindi al messaggero chi ha dato a Maometto simile autorità e gli viene risposto che Dio lo ha mandato in segno di misericordia verso l’umanità. Lo stesso messaggio viene portato a  Muqawqis, Patriarca di Alessandria e a Kisra, Imperatore di Persia, che insulta il messaggero, dicendo che chi puzza di cammelli e di capre non può dire alla Persia chi deve adorare e strappa il foglio.

 

LA MECCA NEL MEDIOEVO

 

 

Ci vengono poi  presentate immagini della città di La Mecca, che è una ricca città di commercianti, che ha per di più il privilegio di ospitare gli dei adorati dagli arabi nella Kaaba. Seicento anni dopo Cristo,  al tempo dei secoli bui in Europa e quando i grandi imperi erano in decadenza, nacque a La Mecca Maometto. Durante il periodo del pellegrinaggio alla Mecca avevano luogo le fiere commerciali e vigeva la “Tregua di Dio”. I preti del deserto portavano i loro idoli che venivano custoditi nella Kaaba. Il luogo santo  di Abramo era ora diventato un luogo di idolatria, ospitando non meno di 360 idoli.  Houbal era un idolo gigantesco che era stato portato dalla Palestina dalla tribù Khuza’ah che aveva come capo  Rabi’ah.  I tre idoli principali erano i tre Garaniq: Al-Lat, Al-Uzza e Manat.

 

Abu Safian, che passeggia, seguito dallo suo schiavo che regge il parasole, chiede a Umaya, seguito da Bilal, suo schiavo,  che regge il suo parasole,  se ha contato gli dei arrivati; questi risponde di no, ma dice che sono oro. Arriva una carovana dalla Siria; vengono fatte arrostire cento pecore per loro e dieci agnelli per dimostrare la ospitalità della Mecca. Ci si preoccupa anche dei poeti, che sono venuti per la fiera e viene offerto loro pane e acqua. Un poeta improvvisa alcuni versi per Abu Sofian, che lo ricompensa con delle monete. Una donna (che poi si apprende essere la moglie di Abu Safian) esamina della seta della Cina e ne ordina sette tagli. Il venditore vanta la sua merce:  dice che è morbida per le membra e bellissima allo sguardo; solo dopo ha luogo la vendita:  chiede 20 dinar, ma deve accontentarsi di 15.

Vediamo l’introduzione di un nuovo idolo nella Kaaba. Abbas, che apprendiamo essere zio di Maometto, e sua moglie provvedono a collocarlo al suo posto. La donna dice che è innaturale passare la notte in una grotta, quando uno  ha una moglie ricca e potrebbe godersi la vita. Provocare la collera di Al-Uzza che conserva la nostra salute, di Manat, il dio della prosperità, di Allat, il dio della famiglia e delle tribù,  e di Hubal che fa partire le carovane e predice il futuro, è pericoloso: soprattutto a portata di orecchi di essi.

 

 

L’INCONTRO CON DIO

 

Maometto era rimasto orfano all’età di sei anni. Quando sua madre Amina morì, fu portato dal vecchio nonno Abd-al-Mouttalib che da allora si prese cura di lui, ma dopo due anni morì. Fu allora lo zio Abu-Talib il suo tutore. Questi era molto povero ed aveva una famiglia numerosa.  Il primo “incontro di Maometto con Dio” ebbe luogo nell’anno 610. Maometto aveva allora quaranta anni ed era sposato da 15 anni con Kadidjia. Conduceva una vita anonima, senza preoccupazioni materiali. Tutti gli anni trascorreva un periodo di ritiro in una caverna sul monte Hira (“la montagna della luce”), per pregare e meditare. Così facevano, a partire da una certa età, gli uomini della Mecca.

Così si verificò il grande avvenimento. Maometto era disteso, avvolto nel suo mantello (il bourda).  Improvvisamente una creatura vestita di bianco e avvolta in una nuvola di luce lo risvegliò, gli porse una stoffa di seta, su cui era scritto un testo a lettere d’oro e gli ordinò di leggere (“Ikra”). Maometto rispose che non sapeva leggere. L’angelo allora lo afferrò per le spalle, lo strinse  e per la seconda volta gli ordinò di leggere. Maometto rispose ancora che non sapeva leggere. La violenza dell’ordine, accompagnata da una scossa, aumentò ancora.  Allora chiese: “Che cosa debbo leggere?”. L’angelo che aveva stretto Maometto talmente forte da fargli credere di dovere morire lo liberò e recitò. Maometto ripeté dopo l’angelo: “Annuncia in nome del Signore che creò l’uomo … e gli insegnò ciò che non sapeva….”. L’angelo si allontanò e Maometto rimase solo. Non appena fu giunto a metà della montagna, una voce lo richiamò: “Maometto, tu sei il messaggero di Allah ed io l’arcangelo Gabriele!”.  L’arcangelo Gabriele era lì sotto forma di uomo, con i talloni uniti. L’angelo alla fine si allontanò e Maometto si trascinò fino alla sua casa.

Naturalmente non vediamo tutto questo, coerentemente con la scelta di non mostrare immagini di Maometto. Lo apprendiamo perché Zaid (Zaid-ben-Haritah), giovane schiavo siriano che Maometto aveva adottato, racconta ciò che è successo. Vediamo Abu Talib che dice che è sempre triste, quando la fiera è finita, perché potrebbe non vedere la successiva. Arriva Zaid di corsa, chiedendo se Maometto era andato a casa sua, perché mancava da tre giorni.  Quindi era rimasto sempre nella grotta, cosa strana e preoccupante.

 

Abu Talib, lo zio, chiede chi conosce la notizia: Kadidjia, Alì, Abu Bakr e lui stesso che è figlio adottivo. Abu Talib chiede discrezione: forse si è trattato di un sogno. Comunque continuerà a proteggerlo. Poi dice che, in fondo, Dio aveva parlato a Mosé da un cespuglio in fiamme.

 

I primi seguaci di Maometto si radunano la notte e si ripetono i suoi insegnamenti. Zaid chiede a Musab come i meccani  possano affermare che è tutta una invenzione, quando queste cose sono già state dette. Altri profeti sono stati già inviati da Allah, come Abramo, Mosé e Gesù, ma non sono stati ascoltati. Adesso il messaggio è stato detto a Maometto e si dice che è nuovo. Bussano alkla porta: è Jafar  che porta un foglio con scritta la parola di dio. “Quando il sole precipiterà  e le stelle cadranno e le montagne svaniranno, quando i cammelli piccoli e grandi saranno abbandonati, quando le bestie selvatiche saranno raggruppate insieme,  quando i mari si innalzeranno, quando le anime saranno messe in fila, quando la bambina che viene sepolta viva chiederà che crimine ha commesso, quando i libri saranno aperti e il cielo sarà strappato via, ogni anima saprà come ha operato.” Si sente il canto del gallo e i giovani si separano.

 

CONFLITTI E PERSECUZIONI

 

I potenti meccani chiedono ad Abu Talib di offrire a Maometto una posizione e denaro e le chiavi della Kaaba, purché cessi la sua predicazione, che offende gli dei degli arabi.  La ricchezza della città deriva in notevole misura dal culto degli idoli che potrebbero abbandonare La Mecca e dare i loro benefici ad un’altra città.  Egli afferma che i morti possono risorgere, cosa insensata. E’ ridicolo che un uomo, visto ieri nella strada, diventi improvvisamente il messaggero di Dio. La su predicazione inoltre crea conflitti nelle famiglie perché mette i giovani, attratti dal nuovo messaggio, contro i genitori.  Presso gli Arabi, i figli devono obbedire ai genitori.

Lo zio dice a Maometto che, se non smette la sua predicazione, gli faranno del male e faranno del male anche a lui che è vecchio. Ma Maometto risponde che, anche se gli mettessero in una mano il sole e nell’altra la luna, non rinuncerebbe alla parola di Dio.

I giovani che hanno partecipato alle riunioni sono aspramente rimproverati dai loro genitori.  Il primo è Hudayfa, figlio di Otba,  che viene rimproverato aspramente dal padre, dal fratello Waleed e dalla sorella Hind. Il padre gli dice che gli ha dato tutto e lui risponde che Maometto gli dà di più. Se ne va a raggiungere gli altri musulmani.

AD Ammar viene detto che ha tenuto in ansia la madre tutta la notte. Quando la statuetta di un idolo cade e va in frantumi con grande costernazione dei suoi genitori, Ammar dice che questo dio non ha saputo proteggere se stesso e che il vero dio è invisibile e non è di terracotta. La madre gli dice che  è possibile vedere tutti i giorni gli dei nella Kaaba e che Maometto insegna dottrine pericolose. Ammar risponde: “Maometto dice che i ricchi non dovrebbero lasciare affondare i poveri, che i forti non dovrebbero opprimere i deboli, che le ragazze dovrebbero potere scegliere, senza essere forzate. Sono forse idee pericolose? Stasera ha detto che bisogna smettere di seppellire le bambine appena nate.” Questo colpisce molto la madre Sumayyah, perché due sue sorelle erano state uccise così e suo padre non ebbe il coraggio di seppellire anche lei. Gli dei che consento l’uccisione delle bambine non sono dei. Ricorda poi a suo marito Yasser che, quando si sposarono, praticamente non si conoscevano. I genitori riconoscono che Maometto è una brava persona e consentono ad Ammar di andare a pregare a casa sua.  Ma quando esce viene seguito da due uomini e portato in un salone, dove sono riuniti i potenti meccani, tra cui Abu-Safian, Abbas e Umaya.

Egli spiega che Maometto memorizza ciò che gli viene detto dall’angelo Gabriele, che è la parola di dio. Egli memorizza tutto e lo ripete a chi sa scrivere che quindi lo scrive. Così nasce il Corano. Abu Safian dice che Maometto non capisce che la ricchezza della Mecca viene dal fatto che ospita gli dei nella Kaaba. Tutti gli anni le tribù del deserto vengono in città e fanno acquisti. E’ assurdo pensare di sostituire 300 dei con uno solo che, oltre tutto, non si vede e non si sa dove è. Gli dei sono per La Mecca oggetto di venerazione e fonte di reddito. Ammar replica che non si può comprare e vendere dio. Gli dicono che è vicino alle frustate.

Umaya fa una domanda: “Maometto dice che uno schiavo è uguale al suo padrone; quindi questo Bilal, che ho comprato, sarebbe uguale a me? Ammar risponde che effettivamente, secondo il profeta, tutti gli uomini sono uguali davanti a dio.  A questo punto, viene ordinato a Bilal di frustarlo, ma questi si rifiuta. Umaya dice che è necessario “correggerlo” e lo frusta a sangue. Chiede che vengano portate le pietre per schiacciarlo, secondo le consuetudini per gli schiavi ribelli.  A questo punto, arriva Zaid di corsa, dicendo che Abu Bakr offre cento, anzi 200 dinar per Bilal. Benché uno dei presenti obietti che è contrario alle regole vendere uno schiavo sotto correzione, Umaya accetta i 200 dinar e Bilal viene liberato.

A questo punto, Zaid fa irruzione nella stanza dove sono riuniti, in segreto, i musulmani, dicendo che Allah ha ordinato a Maometto di predicare l’Islam a tutti. I discepoli escono nelle strade della città, gridando che c’è un solo dio e Maometto è il suo messaggero. Al Jahl incita i meccani a reagire e i musulmani vengono presi a sassate.  Incuranti delle sassate, continuano ad avanzare. Vengono schierate le guardie e Abu Jahl vorrebbe impartire una lezione ai musulmani, ma Abu Safian rifiuta, perché non vuole farli apparire vittime. Mai Zaid e compagni marciano risoluti verso la Kaa’ba. Abu Jahal caccia Zaid dalla scala che conduce alla Kaaba. I Quraishiti vorrebbero uccidere il profeta, ma i suoi lo proteggono. Coerentemente con la impostazione del film, Maometto non viene mostrato, ma ci viene detto che è presente. Improvvisamente tutti tacciono, perché arriva un misterioso cavaliere. E’ Hamza, zio paterno di Maometto.

 

HAMZA

Hamza avanza lentamente, accolto dal grido: “Tu sei valoroso! Tu sei il più valoroso del deserto!”. Arriva vicino al gruppo di musulmani, pieni di ferite e li osserva. Dice ad Abu Jahl che è l’uomo più coraggioso del deserto, quando incontra persone disarmate. Abu Jahl dice che Maometto è un impostore, un bugiardo.  Hamza lo colpisce con un pugno, facendolo cadere a terra. Dice di credere a quello che dice Maometto e vuole dire quello che lui dice.  Chi ha voglia di combattere deve combattere con lui! Si avanza verso Maometto e dice che, andando a caccia di notte nel deserto, ha capito che dio non può essere chiuso in un edificio.

Hind dice al marito Abu Safian: “Chi si sarebbe aspettato che Hamza, amante del vino e della caccia al leone, si sarebbe unito a Maometto?” Non si capisce come questi, del tutto ignorante, sappia saputo trovare parole così poetiche. Molti lo seguono, perché ha promesso il paradiso, con tanti alberi nei cieli. Comunque Abu Safian vuole togliere ai meccani la voglia di aderire alla nuova religione.

 

 

LA FUGA IN ETIOPIA

Le persecuzioni si intensificarono, soprattutto contro i più deboli. I genitori di Ammar furono uccisi sotto i suoi occhi. La madre venne trafitta con una lancia da Abu Jahl, perché si rifiutava di adorare Hubal e continuava a dire che non c’era altro dio che Allah e Maometto era il suo profeta. Altri musulmani erano chiusi in una cella in attesa e sentivano le grida. Quando Hamza ritornò con Zaid, Bilal  e un piccolo gruppo si trovò davanti lo spettacolo degli uccisi. Furono liberati Ammar e fu aperta la cella. Hamza riconobbe la necessità di fuggire, per non essere uccisi uno ad uno. Quel giorno stesso, un primo gruppo fuggì. Riuscirono a nascondersi e ad eludere la caccia dei Quraishiti. Giunsero così sani e salvi in Etiopia.

“Le persecuzioni ed i tentativi di seduzione per recuperare i propri parenti alla religione dei padri costituivano un grave pericolo per l’Islam. Maometto decise allora di mandare in esilio in Etiopia tutto il gruppo dei musulmani per sottrarlo alla distruzione, a cui sarebbe andato incontro restando alla Mecca. Una soluzione radicale. Fu la prima decisione che Maometto prese come capo di una collettività sociale.

“Gli etiopi erano governati da un buon re, chiamato Negus. Nessuno era molestato nel suo paese ed egli era lodato da tutti per la sua probità.  Il primo gruppo di musulmani venne inviato in Etiopia nel 615. Al momento della partenza, Maometto disse agli esuli: “L’Etiopia è un paese di verità. Restateci, finché Dio non avrà reso più facili le cose.

Il gruppo degli esiliati in Etiopia era guidato da Ja’far, figlio di Abu-Talib e cugino del profeta. Al momento del suo matrimonio, Maometto aveva adottato Alì, figlio di Abu-Talib, che si trovava in gravi difficoltà finanziarie, e Abbas, lo zio di Maometto, aveva da parte sua adottato Ja’far fratello di Alì. Ja’far era ora un uomo nel pieno delle forze e aveva sposato Asma. Un secondo personaggio importante del gruppo era Utman un oligarca della Mecca, che aveva sposato Ruqaya, figlia del messaggero di Dio, dopo che questa era stata ripudiata dal figlio di Abu-Lahah. Questo primo gruppo si componeva di 109 persone, settantacinque uomini e nove donne quraish, più 35 stranieri.  Ja’far consegnò al Negus una lettera da parte di Maometto, in cui questi chiedeva la sua protezione per coloro che erano costretti ad abbandonare il loro paese, perché adoravano un solo Dio e rifiutavano l’idolatria. Il Negus accolse molto bene i rifugiati arabi e i Quraish si allarmarono. La Mecca decise allora di inviare due ambasciatori, che attraversarono in tutta fretta il mar Rosso per chiedere al Negus di espellere i musulmani. Per facilitare le cose, La Mecca inviò come dono una grande quantità di pelli.  I due ambasciatori Quraish sollecitarono la consegna dei musulmani, dicendo che erano banditi che avevano abbandonato la loro religione, dicendo che i loro padri erano in errore.

Il Negus era combattuto  tra il suo dovere di cristiano davanti ad una nuova religione monoteista, che gli apparve in un primo momento una setta cristiana, e gli interessi di buon vicinato con i pagani arabi della  Mecca.  Il Negus si riunì per deliberare, insieme con il metropolita di Etiopia e tutti i suoi consiglieri. Chiamò Ja’far, chiedendogli di spiegarsi e ribattere alle accuse mossegli. Questi disse che Maometto aveva loro insegnato a evitare il male, a fare del bene ed a non adorare che un solo Dio. Disse anche che i meccani adoravano le pietre e rendevano omaggio agli idoli. Il Negus si convinse così delle buone ragioni dei musulmani.  Disse di non poterli consegnare e restituì le pelli.

Dopo la partenza degli ambasciatori pagani, Ja’far recitò al Negus  e ai suoi consiglieri la diciannovesima sura del Corano, nella quale il profeta affermava di credere nella Santa Vergine Maria, nel Messia e nel Verbo di Dio. Il Negus e i suoi consiglieri piansero di commozione, sentendo che gli arabi veneravano Gesù e la Santa Vergine. Nel frattempo, nuovi gruppi di musulmani si rifugiarono in Etiopia per sfuggire alle persecuzioni dei Quraish; il gruppo raggiunse le 130 persone.”

[liberamente tratto da “vita di Maometto” di Virgil Gheorghiu]

Nel film, Abu Safian manda Amr da  Annajashi, re di Etiopia, dato che è suo amico.  Amr dice a Annajashi che sono fuggiti nel suo paese degli schiavi e che La Mecca, dati i buoni rapporti, chiede la loro restituzione. Insieme a loro, ci sono anche dei ribelli religiosi che hanno rinnegato la religione dei loro padri; seguono un pazzo che chiamano profeta. Il re dice che non può metterli in catene, senza averli ascoltati.  Jafar dice che i meccani sono idolatri che adorano le pietre e hanno più di trecento dei. I ricchi non aiutano i poveri, le donne sono oggetto di maltrattamenti. Il profeta ha insegnato loro la misericordia verso i poveri, ma ciò è per i meccani sovvertimento dell’ordine sociale. Amr dice che La Mecca ha una antica civiltà e non può ascoltare tali insulti, senza reagire. Ciò che i meccani adorano non è l’idolo, ma lo spirito in esso racchiuso.

Jafar riprende poi il tema delle donne che sono diverse, ma pari all’uomo. Dio le ha create per essere compagne dell’uomo. L’uomo è nato da un uomo e da una donna. Bisogna rispettare in ogni donna il grembo da cui siamo stati generati. Amr deride tale concezione, dicendo che le donne si comprano, si usano e si buttano via. Jafar dice poi che Dio ha parlato attraverso Abramo, Noé, Mosé e Gesù Cristo. Non è sorprendente che parli ora tramite Maometto. I profeti hanno fatto miracoli per farsi riconoscere: il miracolo di Maometto è il Corano.Quando il re chiede come conoscono quei nomi, Jafar dice che sono scritti nel Corano. Jafar descrive al re l’episodio dell’annuncio a Maria, che partorirà un figlio, per opera dello Spirito Santo. Il re riconosce che l’Islam ha molto in comune con la religione cristiana e si rifiuta di consegnare i musulmani ai meccani. Essi potranno vivere in pace in Abissinia.

 

 

CACCIATA DI MAOMETTO DALLA MECCA

“Nel 616, Maometto e i musulmani furono cacciati da La Mecca. Esasperati dal rifiuto del re cristiano di Etiopia di consegnare i musulmani, i Quraish decisero di ricorrere alle maniere forti per estirpare l’Islam. La decisione di cacciare Maometto fu presa con grande solennità: venne affissa nel santuario della ka’abah una ordinanza di bando. Funo proibiti i matrimoni con donne e uomini musulmani e venne impedita la vendita di merci ai seguaci della nuova religione.  La solidarietà di sangue entrò subito in gioco, malgrado gli interessi sociali e materiali.  Le famiglie Banu-Mouttalib e Banu-Hachim si unirono ai fuorilegge.   Maometto venne sostenuto dai suoi consanguinei e andò con loro in esilio, anche se i suoi parenti non erano tutti musulmani. Abu Talib fu commovente. Era un idolatra, ma abbandonò La Mecca con suo nipote. Di tutta la famiglia di Abd-al-Mouttalib il solo che si unì al campo avverso fu Abu-Lahab.  Gli altri affrontarono l’esilio per il solo fatto che un uomo del loro sangue era stato cacciato. I musulmani cacciati dalla Mecca si rifugiarono nel “quartiere” di Abu-Talib.

 

 

Abu Safian dice che ciò è intollerabile e che Maometto mette in pericolo le alleanze della città della Mecca. Diventerà uno straniero. Se Abu Talib lo protegge, sarà anche lui cacciato dalla città. Tutta la famiglia sarà cacciata dalla città. Nessun mercante potrà commerciare con loro. Non avranno nessuna terra in cui ripararsi e nessun tetto. Nessun mendicante potrà chiedere la carità per loro. Nessuna donna li sposerà.

Questo fu il peggiore periodo per Maometto. Per tre anni soffrì la fame, la sete e la crudeltà nel deserto aperto. Ma doveva ancora arrivare l’anno del dolore.  Khadija, che era stata sua moglie per 24 anni morì. Abu Talib, il suo vecchio protettore morì e, con il suo ultimo respiro, cercò di riconciliare Maometto con La Mecca. Abu Talib disse che, in fondo, voleva una sola parola: “Un solo dio”. Abu Safian rispose che questa parola detronizzava tutti i loro dei. Tutti i musulmani furono cacciati dalle loro case e dovettero accamparsi nel deserto.

Con la morte di Abu Talib, Maometto rimase senza protezione e non era più sicuro a La Mecca. Con il suo figlio adottivo Zaid, andò a Taif, una città in collina. Chiese di essere accolto, di potere predicare, ma i ragazzi della città furono lasciati liberi di lanciargli pietre, costringendolo a tornare nel deserto. Maometto disse che questo era il giorno più amaro della sua vita. Quando la sua missione sembrava fallita, la sua situazione cambiò.

 

L’EGIRA

Maometto incontrò, di notte, presso le rocce di Aqaba, una deputazione di Medina, una città ricca che si stava distruggendo.  Gli chiesero di stabilirsi a Medina e mediare tra le fazioni in conflitto tra di loro. Maometto accettò ed essi si impegnarono ad adorare un solo dio. Uno di loro, invita però gli altri a riflettere, prima di assumere un tale impegno. Con esso, si isolano dal resto dell’Arabia, diventano nemici dei loro fratelli, distruggono i loro dei. Questo è il significato del giuramento: dopo, non sarà possibile tornare indietro. Se qualcuno ha dei dubbi, ora è il momento di esprimerli. Se Maometto è il profeta, annunciato anche dagli Ebrei di Medina, tutti si impegnano ad onorare un solo dio. Maometto sarà uno di loro e potrà portare nella città i suoi seguaci, che saranno dei fratelli.        Settanta persone seguirono il profeta a Medina, percorrendo, divisi in piccoli gruppi, 250 km di deserto. La “Egira” (fuga a Medina) fu un viaggio che avrebbe cambiato la storia del mondo. Maometto rimase a La Mecca, nonostante il grande pericolo, finché i suoi seguaci non ebbero raggiunto Medina.

Intanto i capi Quraishiti erano riuniti per esaminare la situazione con Solool, presunto re di Medina. Abu Safian gli dice, sprezzante,  che ha perso il regno la notte scorsa, mentre dormiva. Sollol gli dice che d’ora innanzi dovrà preoccuparsi dei suoi traffici, perché, per spedire anche solo uno sbuffo di profumo,  dovrà strisciare intorno a quell’uomo a Medina.  Quanto a lui, aspetterà che gli arabi lo tolgano di mezzo per salvare il loro stile di vita. Intanto, farà finta di accettare il nuovo corso delle cose. Qualcuno suggerisce di uccidere Maometto, ora che non c’è più Abu Talib a  proteggerlo. Sette uomini appartenenti a sette famiglie lo pugnaleranno insieme. Una colpa condivisa da tanti non è una colpa. Ma quando i sette irrompono nella casa di Maometto, trovano il cugino Alì al suo posto!

Abu Safian dice che bisogna inseguirlo nel deserto e che non può essere lontano. Oltre a lui bisogna cercare Abu Bakr e la guida beduina Uriqat. Anche i Quraish hanno una abile guida beduina che segue le tracce. Giungono a una caverna e, presentendo che debba essersi nascosto lì, lo invitano ad uscire, promettendo di riportarlo salvo a La Mecca. Ma c’è una tela di ragno recente distesa sulla entrata e ci sono dei piccoli in un nido. Ne deducono che Maometto non può essere nascosto lì. Una fragile tala di ragno si frappone tra il profeta e la  morte. Ma era un uomo che non doveva morire.

La guida beduina lo condusse attraverso piste non battute nel deserto infuocato. Intanto a Medina, i musulmani e gli abitanti lo aspettavano con ansia, conoscendo bene le condizioni climatiche proibitive. Finalmente lo scorsero in lontananza e iniziarono i festeggiamenti che durarono a lungo. Tutti si disputavano l’onore di accoglierlo nella propria casa; per non offendere nessuno fu deciso che sarebbe stata costruita una casa per lui, là dove la sua cammella bianca si fosse seduta. Così avvenne. Iniziò subito la costruzione della prima moschea. Tutti lavoravano freneticamente, senza risparmiarsi. Anche Maometto volle portare mattoni, dicendo che il lavoro è una forma di preghiera. Quando la moschea fu pronta, i fedeli furono chiamati alla preghiera. Fu Bilal, che aveva una voce molto forte a pronunciare le forme di rito. Si era anche pensato si utilizzare una campana, secondo l’uso cristiano oppure un corno, secondo l’uso deli Ebrei. Alla fine il richiamo alla preghiera con la voce sembrò il migliore.

 

Intanto Solool complottava con Abu Safian e i Quraish.  Era scandalizzato perché Maometto diceva che la lealtà all’Islam era più importante della lealtà alla famiglia tribale, diceva che i cristiani avevano gli stessi diritto dei musulmani e che anche gli ebrei dovevano essere protetti. Maometto costituiva un pericolo, perché stava stravolgendo la città con la uguaglianza e i diritti delle donne, stava impadronendosi della mente dei giovani. Fu deciso che tutto ciò che Maometto e i suoi seguaci avevano lasciato a Mecca sarebbe stato venduto. Così fu per i negozi di Abu Bakr, per la casa di Maometto, per i tappetini e ogni cosa.  Solool portò queste notizie a Medina, dicendo che era necessario combattere per difendere le proprie cose. Hamza però disse che il profeta voleva la pace.

 

LA MECCA DICHIARA GUERRA A MAOMETTO

 

Hamza parlò con Maometto e cercò di convincerlo a prendere le armi per difendersi. I Quraish avevano rubato le loro proprietà e si facevano beffe del messaggero di dio. Anche se questi odiava la spada, era indispensabile difendersi.  Loro combattono per avidità e noi combattiamo in nome di Dio.

Ci fu una chiamata alla moschea, anche se non era l’ora della preghiera. Fu Zaid a parlare, dicendo che il profeta aveva avuto una nuova rivelazione: bisognava combattere, ma alla maniera di dio, cioè contro coloro che  combattevano contro i musulmani. La persecuzione era peggiore dell’assassinio. Bisognava cacciarli dai luoghi, da cui avevano cacciato i fedeli, finché la persecuzione non fosse cessata e non fosse onorata la religione di dio. Ma, appena la persecuzione si fosse arrestata, bisognava porre fine alla guerra.

Il gruppo dei musulmani e medinesi si dirige verso i pozzi di Badr per intercettare una carovana. sono 300 uomini con 70 cammelli e due cavalli.  Le limitazioni poste da Maometto sono: non si deve fare del male a una donna a un bambino, a un vecchio, né a un  invalido; non si devono assalire gli uomini che lavorano nei campi, né si devono tagliare alberi. I meccani avvertiti della iniziativa di Maometto raccolgono un gruppo più numeroso e con molti più cammelli.   Vengono inviati messaggi alla carovana di Abu Safian perché raggiunga il gruppo dei meccani ai pozzi di Badr: unendo le forze, sarà possibile sconfiggere facilmente i medinesi. Ma Abu Safian rifiuta e manda la sua carovana a ovest, in modo che, viaggiando tutta la notte,  al mattino sia fuori della portata dei medinesi. Ci sono merci troppo preziose dei meccani nella carovana e non si possono assolutamente correre rischi.  Quando Waleed gli chiede dove è il suo  onore, risponde che  il suo onore è il carico sulla groppa dei cammelli.

I ricchi meccani fanno festa rallegrati da alcune danzatrici (coperte fino alla punta dei piedi, naturalmente!  Arriva la notizia che i medinesi hanno occupato i pozzi e che Abu Safian si è diretto a ovest mettendo in salvo la carovana. Hudayfa dice che, se la carovana è in salvo, non c’è più bisogno di combattere.  Se si combatte, cominceranno spargimenti di sangue tra fratelli. Abu Jahl dice tra padri e figli, dato che  il figlio di Otba, Hudayfa, è musulmano , che avrebbe dovuto frustare. Solo Waleed il secondogenito è il suo vero sangue. Abu Jahl dice che, comunque, Mecca è più importante della  famiglia di Hudayfa.  Otba dice che lui non è un codardo. Sono tutti d’accordo che si combatterà.

 

LA BATTAGLIA DI BADR

I medinesi si lavano e bevono ai pozzi. Hamza beve abbondantemente. I pozzi vengono riempiti di sassi in modo da impedire ai nemici di bere (tranne uno).  Compaiono in cima alla collina i meccani che sono molto più numerosi. Hamza ordina di occupare la propria posizione nello schieramento. I meccani schierano come propri campioni Otba, suo fratello Shaiba e suo figlio Waleed.  Hamsa, Ubaida e Alì sono i campioni dei musulmani.  Hamsa dice che esiste un unico dio e Maometto è il suo profeta. Otba gli si lancia contro, ma viene rapidamente sconfitto e ucciso. Anche Waleed viene ucciso da Alì. L’altro combattimento è più incerto, ma Shaiba viene ucciso da Ubaida che però viene ferito. Inizia il combattimento vero e proprio.  Gli arcieri musulmani si rivelano decisivi nell’annientare le prime ondate di meccani e, soprattutto, i pericolosissimi cavalieri.  Bilal vede Umaya e gli si lancia contro uccidendolo. Viene ucciso  anche il comandante meccano, Abu Jahl. I meccani cominciano a sbandarsi. Infine i musulmani caricano e i meccani si danno alla fuga. I musulmani hanno avuto 18 morti ed i meccani 70.  I musulmani hanno combattuto in ranghi compatti, mentre i meccani hanno attaccato disordinatamente e non hanno saputo fare valere il loro maggiore numero.

Hamza ordina che i prigionieri siano slegati e trattati con umanità, perché così ha ordinato il profeta e dio vede. I ricchi dovranno pagare un riscatto, mentre chi è povero, ma istruito, dovrà insegnare a leggere a 10 musulmani per essere liberato.

Intanto a La Mecca, una folla continua a passare davanti alla casa di Abu Safian, colpevole di avere messo in salvo la sua ricca carovana, invece di dare man forte ai meccani a Badr.  Sua moglie Hind è furibonda contro Hamza e Alì che hanno ucciso suo padre e suo fratello. Vuole compiere le più efferate vendette. Abu Safian promette che sarà formato un potente esercito da inviare contro i musulmani.  Ma la città ha ripreso coraggio e c’è musica nelle case. Hind assiste al perfetto lancio di uno schiavo che centra un piccolo anello sopra i capelli di una danzatrice. Si chiama Wahki.   AHind gli promette la libertà e molto denaro, se riuscirà a uccidere Hamzah.

Arriva un mercante in visita a Medina. Resta sbalordito, vedendo tutti i negozi incustoditi. Ma tutti gli uomini sono alla preghiera. Hamza chiede notizie al mercante e questi gli dice che i meccani stanno raccogliendo tutti gli uomini capaci di maneggiare una spada nel deserto.

 

 

SCONFITTA DELL’ISLAM NELLA BATTAGLIA DI UHUD

 

Da tempo è atteso l’arrivo dell’esercito meccano e ora il momento è arrivato. E’ comandato da Abu Safian. E’ un esercito enorme: 3000 uomini e 700 cavalli: tre volte più numeroso dei musulmani che possono contare su 1000 uomini e 2 cavalli. Prima della battaglia Hind passa davanti ai soldati schierati, incitandoli. Hamza osserva con preoccupazione un gruppo di cavalieri, comandati da Khalid, messi in una strana posizione. Maometto manda 50 arcieri per tenerli sotto tiro, ordinando a questi di non abbandonare la posizione per nessun motivo. Intanto Hind ha indicato a Wahki il suo bersaglio. Abu Safian ordina l’attacco in nome di Hubal. Quando Maometto dà l’ordine, Hamza fa avanzare le schiere dei musulmani. Quando Hamza viene ucciso, attaccano con maggiore vigore pe vendicarlo.   Riescono così a prevalere sui meccani, volgendoli in fuga.

Gli arcieri, violando i tassativi ordini ricevuti, abbandonano la loro posizione, per raccogliere bottino. I cavalieri di Khalid, non più esposti ai lanci degli arcieri, aggirano la collina e arrivano di sorpresa alle spalle dei musulmani e li mettono in rotta. Abu Safian si complimenta con Khalid che è il vincitore. Questi vorrebbe inseguire i musulmani per eliminare Maometto e l’Islam una volta per tutte. Abu Safian dice però che inseguire i fuggitivi tra le montagne è troppo pericoloso e ora il loro compito è finito. Dice a Maometto, che sta sulla collina, che è pareggiato il conto: un giorno per un giorno, Ohor vendica Sadr, i morti musulmani    pareggiano il conto con i morti meccani. Maometto ribatte che i morti musulmani sono saliti in paradiso, mentre i morti meccani bruciano all’inferno. A questo punto, assistiamo alla atroce vendetta di Hind. Non contenta di avere fatto uccidere Hamza, gli fa aprire il petto e gli divora il cuore.

Il mercante che abbiamo già incontrato, parlando con Solool, dice che i musulmani sono matti. Lavorano con accanimento e sembrano quasi felici della sconfitta, perché dio l’ha mandata per mettere alla prova la loro fede! Il mercante dice che vorrebbero Mecca, ma, certo, non l’avranno.  Solool dice che invece l’avranno e invita a non sottovalutarli, come ha fatto lui, a sue spese.  Mecca è non solo la loro origine, ma il luogo dove dio parlò all’uomo: un luogo di cui l’anima sente nostalgia. Nell’anno in corso, i musulmani hanno intenzione di andare in pellegrinaggio alla Mecca: disarmati.  Il mercante dice che Abu Safian li ucciderà tutti durante il loro viaggio nel deserto.

Solool dice che, se si crede in dio come loro, potrebbe essere possibile andare, senza essere uccisi. Anche se, probabilmente, lo saranno.

 

IL TRIONFO DELL’ISLAM

 

I musulmani vanno in pellegrinaggio alla Mecca, senza armi. Arrivano i cavalieri meccani che tentano di provocarli. Zaid dice di stare fermi e non reagire alle provocazioni. Nonostante Khalid faccia ripetutamente impennare il cavallo vicino a Bilal, questi resta immobile come una statua. I cavalieri se ne vanno. Ma è stato mandato Suheil, il che significa che è possibile un accordo. Viene stipulato un accordo che prevede dieci anni di tregua. Questa volta i pellegrini dovranno tornare indietro, ma dopo un anno, potranno tornare e restare a Mecca tre giorni. A questo punto vengono inviati messaggeri ai potenti del mondo (Eraclio, imperatore di Bisanzio, Kisra, imperatore di Persia, Muqawqis, Patriarca di Alexandria), invitandoli a convertirsi all’Islam: sono i tre cavalieri che abbiamo visto all’inizio.

Coloro che sono vicini al profeta ripetono percorrono il deserto per predicare agli uomini del deserto il suo insegnamento. Zaid dice che non ci sono diverse razze nell’Islam e che un arabo non è superiore a uno straniero, né un bianco superiore a un negro, perché tutti rispondono direttamente a dio. Jafahr dice che chi ha fede desidera per il suo vicino quello che desidera per sé.  Bilal dice che l’inchiostro di un sapiente è più sacro del sangue di un martire. E’ necessario imparare a leggere e poi insegnare agli altri. Jafahr dice che gli Ebrei con la Bibbia e i Cristiani con il Testamento devono essere rispettati, perché anche i loro libri vengono da dio. Un altro discepolo dice che Maometto non ama gli uomini che vogliono essere superiori agli altri. Una volta che volle aiutarlo a raccogliere la legna, egli si rifiutò e disse che neanche lui sapeva che cosa sarebbe stato di lui.

Molti personaggi meccani si convertono. Amr dice che è venuto per essere accolto. Anche Khalid riconosce che c’è un unico dio e Maometto è il suo profeta. E’ addolorato per il tempo speso a combattere l’Islam. Bilal lo conforta, dicendo che l’Islam dimentica ciò che è stato fatto prima della conversione. Khalid dice che la sua spada sarà d’ora innanzi messa al servizio dell’Islam.

Alcuni musulmani chiacchierano in mezzo agli alberi. Uno di essi dice che dio può trasformare la sconfitta in vittoria. Due anni fa i musulmani penarono di essere sconfitti ed accettarono una tregua di 10 anni. Ora passano di vittoria in vittoria nel cuore degli uomini. Improvvisamente sopraggiunge un gruppo di uomini che cominciano ad uccidere a colpi di spada e con il lancio di frecce e poi si dileguano.

Abu Safian si reca a Medina per parlare con Maometto e dice che la tregua è stata violata da un gruppo di beduini. Non sono stati i meccani a violare la tregua. Si vede circondato dal disprezzo generale. Tutti lo evitano e si ritrova solo. Gli va incontro Khalid, che ora è musulmano. Lo accusa di non rispettare i patti e gli impegni. Abu Safian non può fare a meno di esprimere la sua rabbia per essere sconfitto da uno che una volta era un pastore. Khalid lo invita a prendere atto che la religione di quel pastore  Gli dice di andare a Mecca ad annunciare che gli dei sono morti e di affrettarsi, perché i musulmani gli saranno presto alle calcagna.

Khalid giunge al punto di raccolta dei musulmani e dice che a sera saranno diecimila uomini di tutte le tribù Ora è possibile combattere i meccani. Intanto Abu Safian giunge a Mecca  Hind gli dice che ora che lui è tornato possono combattere. Qualcuno dice che è possibile combattere dalle case. Abu Safian, sconsolato, dice che è inutile, che sono migliaia e altri si aggiungono continuamente. Hind gli dice ripetutamente che è un vigliacco. Ma non è più il capo della città? Suo padre e suo fratello sono morti invano, se suo marito si rifiuta di combattere. Lui le dice di andare a casa e di badare ai fatti suoi. Mecca è presa, non può resistere.

Intanto i musulmani si accampano per la notte. Bilal dice che ormai possono vedere Mecca, anche attraverso le montagne. Abu Safian e Hind escono a cavallo e contemplano da lontano il grande numero di fuochi.   Si sente il profumo del pane che stanno cocendo. Evidentemente non vogliono fare saccheggi. Abu Safian dice che, quando li cacciò dalla città, non sapeva che portavano Mecca con loro.

Abu Safian cavalca fino al campo dei musulmani e viene accompagnato nella tenda di Maometto. Dice di avere dubbi e Bilal riconosce che alcuni giungono alla religione in pochi minuti, mentre per altri sono necessari molti anni e quindi rispetta i suoi dubbi. Alla fine Abu Safian riconosce che i sui dei non hanno nessuna utilità: dichiara quindi, senza costrizione, che c’è un solo dio e Maometto è il suo profeta. Quindi ritorna a Mecca.

Il giorno dopo, l’immenso esercito dei musulmani giunge in vista della Mecca, lasciando sbalorditi e terrorizzati i meccani. Tutti si chiudono nelle case. Ma gli ordini sono molto chiari: nessun furto, nessuna violenza, nessun abuso. Quelli che sono chiusi nelle case sono al sicuro.   Khalid e i personaggi più autorevoli, a cavallo, precedono l’immenso corteo e si dirigono verso la Kaaba. Vengono aperte le porte. A questo punto vediamo la cammella del profeta ed il suo bastone. Egli entra e butta giù la statua di Hubal. A questo punto vengono portati fuori e fatti a pezzi tutti gli idoli. Maometto dichiarò Mecca città di dio e non fece vendette.  Nella Kaba, dove deve essere onorato Allah, l’unico dio.

Ormai Maometto cominciava a sentire la morte vicina. Chiamò a sé i fedeli e ricordò loro l’essenza della sua predicazione. Nell’Islam non ci sono né razze, né tribù. Tutti sono uguali davanti a dio.  Tutti i musulmani sono fratelli e devono aiutarsi l’un l’altro. Disse che lasciava ai musulmani un libro, il Corano, che era parola di Dio. Il 6 giugno 632 Maometto morì.  Molti non credevano fosse morto: un uomo simile non poteva morire. Ma Abu Bakr nella moschea disse ai fedeli che Maometto era morto, ma Allah era vivo.

 

IMMAGINI

 

loc1

 

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MAOMETTO INVIA MESSAGGERI

 

cavalieri

 

 

inviato

 

meccano

 

eraclito

L’imperatore Eraclio

 

LA MECCA E GLI IDOLI DELLA KAABA

 

mes

Un poeta declama i suoi versi

 

pupazzo

Un idolo che viene introdotto nella Kaba

 

abbas

 

 

 

 

hind

Hind acquista un taglio di seta al mercato

 

montagna della luce

La “montagna della luce”, dove si trovava la grotta

I PRIMI SEGUACI

 

 

 

 

ammar

 

 

zaid

I primi seguaci: da destra Zaid, Hudayfa, Jafar con il foglio, Ammar, Musab

uscite

Facendo seguito all’ordine di Maometto, i musulmani si riversano nelle strade

 

cerca della kaaba

Zaid e i seguaci di Maometto cercano di raggiungere la Kaa’ba

 

 

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Abu Safian “frena” Abu Jahl che vorrebbe cogliere l’occasione per una dura repressione

 

ABU SAFYAN E L’ARISTOCRAZIA MECCANA

 

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Abu Safian (Michael Ansara)

abu

 

 

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(Michael Ansara e Bruno Barnabe)

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Abbas, zio diMaometto, e Abu Jahl

 

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Utba e Hind

 

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BILAL

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Zaid offre 200 dinar per Bilal al signor Umaya che accetta

 

HAMZA

 

bil

 

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Sayyidina Hamzah Radhiallahu Anhu, uno degli zii paterni di Maometto, parla con Abu Jahl

 

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mesham

 

 

FUGA IN ABISSINIA

 

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negus

 

negus

 

neg

 

 

babul

BABUL

 

mosquea

 

abu

L’EGIRA

 

 

talib

Con la morte di Abu Talib Maometto perse ogni protezione

 

arrivo

La cammella del profeta sceglie il luogo in cui sedersi

 

taglia

 

avanti

 

 

 

hazrat bilal al habashi

Per la sua voce forte Bilal viene scelto per invitare i fedeli alla preghiera

 

re

Re Solool complotta con i meccani

 

LE BATTAGLIE DI BADR E UHUD

 

 

accamp

L’accampamento di Abu Safian, dove Waleed viene a chiedergli di unirsi a lui a Badr

 

duello

 

 badr

I “campioni”  meccani per la disfida preliminare a Badr

 

cappuccio

Hind è assetata di vendetta

 

 

haha

 

haha

 

distruz

michael-ansara-and-michael-forest-in-the-message-1976

 

 

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Hind fa scempio del cadavere di Hamza

 

 

TRIONFO DELL’ISLAM

 

 

schiavo

Bilal soccorre un vecchio durante il pellegrinaggio

 

chiè

 

 

leone

Khalid, che era un nemico,  diventa un combattente per l’Islam

 jafar

 Khalid diventa il capo dei combattenti

 safianbis

 Abu Safian, nella tenda di Maometto, riconosce che c'è un solo dio

LA DISTRUZIONE DEGLI IDOLI

 

armata

 

 

khalidbis

 

 

dist

 

dist1

 

I LUOGHI

 

LA MECCA OGGI

lamecca

 

 

kaaba1

 

TAIF

taif

 

 

saudi

 

 

saudi - Copia

NOTIZIE DI STORIA

da “La vita di Maometto” di Virgil Gheorghiu

VIAGGIO ALLE PORTE DI LA MECCA

Nel mese di febbraio del 628, Maometto lasciò Medina e si diresse verso La Mecca per compiere il pio pellegrinaggio alla Ka’abah. Questo genere di pellegrinaggio esisteva da sempre e consisteva in qualche pratica che già esisteva presso gli antenati e che l’Islam aveva accettato senza mutare nulla. Innanzitutto il fedele che intendeva recarsi in pellegrinaggio si metteva nella situazione di haram, vale a dire di digiuno, di astinenza sessuale, si rasava la testa e portava un vestito detto iram, costituito da un solo pezzo di stoffa, senza nessun ornamento.

Maometto invitò tutti i fedeli ad accompagnarlo. Vi era una categoria di musulmani che si sentì estremamente onorato dall’invito del profeta ad accompagnarlo: i rifugiati dalla Mecca. Per tutti gli arabi, La Mecca era il luogo dove Adamo aveva eretto il primo santuario, ricostruito in seguito da Abramo. Inoltre per i rifugiati, La Mecca era la patria da cui erano stati separati. La colonna che partì da Medina comprendeva duemila uomini. Le cerimonie del pellegrinaggio a La Mecca erano aperte ad ogni religione. Quindi, La Mecca non poteva proibire ai musulmani un pellegrinaggio che era aperto a tutti. Ma i Quraish non potevano neppure tollerare che il loro principale nemico, Maometto, entrasse in città.  La religione era la principale fonte di entrate della città.  Durante i mesi della Tregua di dio, chiunque poteva entrarvi. Fare discriminazioni tra una religione e l’altra voleva dire per La Mecca rinunciare a essere una oasi di tolleranza.

I meccani tentarono in vari modi di creare ostacoli, ma Maometto era deciso a riconciliarsi con La Mecca, anche contro la volontà di quest’ultima, e, per riuscirci, la prima cosa  da fare era evitare di fare scorrere il sangue.  Bisognava non cedere alle provocazioni.   La volontà di La Mecca non aveva nessuna importanza rispetto alla volontà di dio.  In secondo luogo, il pellegrinaggio avrebbe dovuto dimostrare che l’Islam non era una religione straniera, ma essenzialmente araba e che aveva il suo centro proprio alla Mecca.

Arrivato alla frontiera con il territorio sacro Maometto si fermò. Maometto chiamò Uthman, suo genero, che aveva sposato sua figlia Ruqaya e, dopo la morte di questa, l’altra figlia  Umm Khultum. Gli spiegò che doveva andare come suo ambasciatore a La Mecca a trattare con i Quraishiti.  Qualche tempo dopo circolò la notizia che il genero del profeta era stato catturato e imprigionato, poi che fosse addirittura stato ucciso. Qualora la notizia fosse stata confermata, la linea di condotta sarebbe stata diversa. Maometto chiamò i fedeli, uno ad uno, e fece loro giurare che avrebbero eseguito i suoi ordini, anche se fossero stati contrari alla ragione e ai loro desideri. Fece inoltre giurare che avrebbero combattuto fino alla morte se lui l’avesse ordinato. Il giuramento “sotto l’albero di Hudaibiya”  produsse alla Mecca un effetto terrificante. I Quraish erano terrorizzati all’idea che Maometto pensasse di assalire e saccheggiare la città.  Per il timore, liberarono immediatamente Uthman e fecero sapere che erano disposti a intavolare trattative. Dopo vari emissari, fu infine inviato Suhail-ben-Amr con pieni poteri.

Viene concordata una tregua di dieci anni. I musulmani rinunciavano a entrare a La Mecca, ma i Quraish si impegnavano a garantire loro l’accesso l’anno successivo. I musulmani avrebbero potuto restare per tre giorni, mentre i meccani avrebbero lasciato la città.  Il vantaggio principale per Maometto era l’accordo di non aggressione valido per dieci anni. Durante questo periodo di tempo avrebbe potuto stipulare alleanze con chi avesse voluto e combattere contro chiunque. La Mecca non si sarebbe intromessa.

Questo accordo sollevò una ondata di indignazione nel campo musulmano. Tutti i fedeli si sentivano offesi ed umiliati: erano giunti alle porte della Mecca e, senza essere stati vinti, prendevano spontaneamente l’impegno di ritirarsi. Naturalmente i fedeli non potevano discutere le decisioni del  Profeta a causa del giuramento prestato.

Grazie al patto di non aggressione di dieci anni, l’Islam avrebbe potuto liquidare i suoi nemici nelle vicinanze di Medina, senza che La Mecca potesse intromettersi.  I Beduini avevano un timore superstizioso della forza economica, religiosa e militare della Mecca ed erano restii a prendere le armi contro di essa. Ora, dopo il patto, i Beduini furono disposti a seguire Maometto. In pratica, La Mecca aveva riconosciuto l’Islam. Nel seguente anno 629, i musulmani sarebbero venuti alla ka’abah, come un vero popolo, come una ummah.

Nel maggio 628, approfittando della neutralità della Mecca, garantita dal trattato, Maometto occupò l’oasi di Khaibar, abitata da una popolazione ebrea.

Nel 629, nel mese della Tregua, Maometto, alla testa di 2000 musulmani disarmati, fece i suo ingresso alla Mecca. Dopo sette anni di esilio della città, come semplici pellegrini, fecero il giro della ka’abah, il tawaf, profondamente commossi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anziché vedere il film che dura re ore, si può vedere una serie di video:

 

PRIMO VIDEO 

https://www.youtube.com/watch?v=LOwoK96iHq A

Rimuovere lo spazio prima della A finale

SECONDO VIDEO

 

https://www.youtube.com/watch?v=m1qVghnwU_I#t=7.850895 8

Rimuovere lo spazio prima dell’8 finale

 

TERZO VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=oCbF-uMnRXU#t=44.607354 2

Rimuovere lo spazio prima del 2 finale

 

 


Film in urdu con sottotitoli in inglese

http://www.dailymotion.com/video/x2idn7 0

 

 

Vedere anche:q

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ANTICA VIA DELLA SETA

 

 

 

 

 

Per quanto indietro si risalga nei testi antichi, la produzione dei tessuti – tra cui i più importanti sono la seta e la canapa – rappresenta un lavoro e un sapere femminili.  Quando cominciò l’allevamento domestico del baco da seta (verso il 1000 a.C.), si può dire che ormai era in uso presso le famiglie in gran parte dei villaggi cinesi. Donne e bambine dedicavano gran parte del loro tempo ad allevare i bachi. Per questo è necessario raccogliere più volte al giorno foglie fresche di gelso, e nutrirne gli eterni affamati. I gelsi vennero piantati ovunque. Nutriti in maniera adeguata, mantenuti a temperatura media e costante in locali pulitissimi, posti al momento giusto su grate,  i bachi filavano e tessevano il bozzolo; quando era terminato, bisognava sbollentarlo; quindi cominciavano le operazioni di dipanamento, per cui si operava contemporaneamente su fili di più bozzoli per ottenere un unico filato. Il tutto con pazienza, cura, abilità e tempo, per ottenere infine la seta greggia. Tessitura, tintura, e ricamo sono altre arti, in cui i Cinesi hanno ottenuto risultati eccellenti e sempre migliori.   

BISANZIO E LA PERSIA

“L’Etiopia e lo Yemen controllavano il traffico delle navi provenienti da est sul mar Rosso; l’altra via accessibile alle navi era il golfo Persico, controllato dalla Persia. Con i regni cristiani in Etiopia e in Yemen/Himyar, a sua volta sottoposto alla egemonia della Etiopia, l’impero bizantino cristiano sperava di stringere alleanze politiche e commerciali, per deviare sul mar Rosso e sui porti bizantini una parte del flusso commerciale accaparrato dai persiani. Gli Etiopi traevano profitto dalla seta acquistata direttamente dall’India, e dalla stessa Bisanzio, pagandola meno che ai persiani.

L’imperatore Giustiniano inviò in Etiopia e nell’Himyar l’ambasciatore Giuliano che chiese loro di fare fronte comune contro i Persiani, in nome della comune fede religiosa. L’ambasciata fallì, perché il re dell’Himyar non si sentiva abbastanza forte per lottare contro la Persia. Gli Etiopi non potevano acquistare la seta direttamente dagli Indiani, perché i mercanti persiani “la facevano da padroni” nei porti stessi, dove le navi indiane facevano il primo scalo e avevano l’abitudine di l’abitudine di acquistare interi carichi e lì non c’era niente da fare. Dunque, occorreva continuare a comprare la seta dai mercanti persiani, principalmente a Nisibi, città di dogana (l’odierna Nusajbin, sul fiume Khabur, affluente sulla riva sinistra dell’Eufrate, al confine tra Siria e Turchia), ma anche a Callinico e ad Artaxa.

In quelle città arrivavano le merci provenienti dall’Asia centrale e da più distante, attraversando tutta la Persia via terra. I prodotti indiani, o sbarcati nei porti nord-occidentali dell’India e inoltrati via terra fino all’attuale Afghanistan, arrivavano in Asia centrale e in Persia. Analogamente, le merci provenienti dall’India in nave attraverso il golfo Persico o prodotte nei paesi costieri del golfo, giungevano dalla Persia nelle città di dogana citate. La Persia, in una fase di potenza militare ed economica, monopolizzava quindi buona parte del traffico terrestre e marittimo; spediva ovunque mercanzie e navi e controllava alcuni porti dell’India e di Ceylon, oltre a quelli del golfo Persico. Era assai temuta dai regni lungo le coste del mar Rosso, in quanto eliminava la concorrenza proveniente dall’India. Così era dall’intermediario persiano che i vicini occidentali di questi erano obbligati ad acquistare tessuti e filati di seta, mussole di cotone, pepe, spezie, aromi e profumi.

L’industria persiana stessa produceva molti tessuti di seta di qualità, vetri, ceramiche e molte altre cose; ma era soprattutto il monopolio della seta a essere importante, e il commercio era, come nell’impero bizantino, strettamente regolamentato e controllato dallo stato, il quale, grazie alla applicazione di diverse e pesanti gabelle,  ne traeva grandi guadagni. Il traffico delle sete gregge era, del resto, un monopolio statale. L’industria persiana era una grande acquirente dei preziosi filati, e produceva magnifici tessuti di seta, i cui motivi e lo stile molto riconoscibili hanno permesso di seguirne con precisione, nelle vestigia storiche, la diffusione commerciale: ne sono stati ritrovati in molti paesi occidentali, e anche in Asia centrale.

A metà del VI secolo, a proposito delle sete persiane, la questione dipendeva più dall’arte dei tessitori che dalla produzione di bozzoli.  Si sa che, per i setaioli, un re di Persia aveva ordinato il ratto delle larve in quantità consistente in Siria e le aveva fatte trasferire in Iran. Anche se esisteva l’allevamento dei bachi da seta, la produzione non era legata ai bisogni dei setaioli persiani. Costoro si rifornivano di seta cinese e dell’Asia centrale, perché era circa da un secolo e mezzo che la sericoltura era stata introdotta nel regno di Khotan.  Da lì probabilmente si era diffusa a tutta la cosiddetta “Serinda”, da dove i due monaci nestoriani della leggenda si erano verosimilmente procurato le uova.

Nel 562, dopo decenni di guerre, il sovrani dei due grandi imperi, Giustiniano e Cosroe I, firmarono un trattato di “pace eterna” (che tuttavia non durò molto a lungo), in cui le clausole commerciali avevano un ruolo fondamentale.  Nisibi e un’eltra città di dogana erano aperte ai bizantini e il commercio della seta greggia era pianificato. La potenza persiana sembrava inevitabile.

L’occasione di aggirare il monopolio persiano si presentò in seguito ad un nuovo cambiamento della carta politica ed etnica dell’Asia, con una nuova ondata di conquistatori: i Turchi.

Liberamente tratto da “La via della seta” di Luce Boulnois

AVVENTO DELL’ISLAM

All’inizio del VII secolo, le potenze politiche ai due estremi del mondo erano la Cina e la Persia sassanide, due grandi poli sempre in buoni rapporti tra loro, con interessi commerciali comuni; tra questi due poli, dalla metà del VI secolo c’erano le confederazioni turche che si imponevano, tenendo in stato di vassallaggio o protettorato numerosi piccoli regni, non dando tregua agli avanzamenti cinesi, tenuti a distanza dai sovrani persiani. I profitti del commercio avevano un ruolo fondamentale nei loro rapporti. Più oltre a ovest, l’impero bizantino non era riuscito a superare lo sbarramento persiano, e contava ben poco  nel sistema. Il VII secolo fu del resto per Bisanzio un periodo di agitazioni interne e di sconfitte all’estero: perse metà dei territori, su cui aveva regnato Giustiniano. Quanto all’Europa, subiva ancora i contraccolpi delle invasioni che, in ondate successive, l’avevano devastata.

 

C’erano poi due potenze in fieri: gli arabi con l’islam e il regno tibetano. La conquista araba, una implosione della nuova religione rivelata, dovuta a una tribù di carovanieri e di mercanti del commercio internazionale, cominciò poco dopo la morte di Maometto, nel 632; in una dozzina di anni riuscì a dominale e si sforzò di convertire all’islam la Mesopotamia, la Palestina, la Siria e l’Egitto. I conquistatori attraversarono l’Eufrate nel 635, presero Ctesifonte nel 638, e, mentre si impadronivano di Gerusalemme, di Damasco e di Alessandria, la dinastia sassanide si esauriva con la morte di re Yazdgard III, ucciso nel 635 e, con la fuga in Cina di Firuz, l’erede al trono. Successivamente, egli visse soprattutto in Asia Centrale, sotto la protezione dell’imperatore cinese. La dinastia sassanide scomparve completamente nel 651, lasciando il posto a quella dei califfi Omayyadi. L’avanzamento verso est della nuova potenza non si sarebbe fermato lì: non solo avrebbe conquistato poco a poco metà dei regni turchi o indipendenti in Asia Centrale, ma sarebbe stata necessaria tutta la potenza militare dei Tang per bloccarne l’avanzata. Questo per quanto riguarda l’aspetto militare e politico: in campo economico, l’insediarsi su un così vasto insieme di territori dall’Asia Centrale al Marocco, di un potere sempre disposto ad attivare il commercio e rendere dinamici prodotti e industrie, finito il periodo della conquista si sarebbe rivelato un motore potente per la economia degli scambi.  

IL GRANDE NAVIGATORE ZHENG HE

Quando  Yongle ascese al trono, nominò Zheng He capo degli eunuchi, responsabile degli affari generali della reggia e lo gratificò del cognome Zheng. Dagli storici cinesi Yongle è considerato un imperatore molto capace. Di fatto, subito dopo la sua ascesa ai trono, inviò suoi rappresentanti nell’isola di Giava, nella penisola di Malacca, a Cochin e a Calicut. Decise inoltre di spedire una flotta in Occidente. per estendere l’influenza dell’impero Ming e per sviluppare le relazioni amichevoli e commerciali con i paesi stranieri. A comandare la flotta scelse Zheng He, uomo superiore per intelligenza e abilità. L’11 luglio 1405, Zheng He salpò da Liujiagang al comando di una flotta di 62 navi. La flotta, superate Champa, Giava, Palembang. Sumatra e Sri Lanka, raggiunse finalmente Calicut, sulla costa occidentale dell’India, dove Zheng He elevò una stele di pietra come ricordo. Dopo aver navigato per due anni, Zheng He tornò a Nanjing per imbarcarsi in vista di un secondo viaggio. Questa volta lasciò a Sri Lanka una lapide scolpita in tre lingue (Cinese, Tamil e Persiano) che fu scoperta nel 1911 ed è conservata nel Museo di Colombo. La lapide ricorda l’omaggio e i doni portati da Zheng He e dai suoi compatrioti in iscrizioni redatte in cinese, in tamil e in persiano.

Durante il quarto viaggio Zheng He raggiunse Hormuz nel Golfo Persico e dividendo la flotta in piccole squadre riuscì a visitare più contrade che nei viaggi precedenti. Il quinto viaggio lo portò ad Aden, all’ingresso del Mar Rosso. Navigò lungo la costa orientale dell’Africa fino a Mogadiscio, Brava in Somalia, a Malindi nel Kenia e ad altri posti a sud dell’equatore. Nel suo viaggio di ritorno in patria, aprì una nuova via diretta fra Malindi e Quilon. L’ultimo viaggio di Zheng He in Occidente durò due anni, dal 1431 al 1433. Quando la sua flotta arrivò a Calicut, inviò dei pellegrini che si unirono a una nave di viaggiatori, diretti alla Mecca.

In 28 anni, dal 1405 al 1433, Zheng He viaggiò per sette volte lungo la Via della Seta attraverso l’Oceano Indiano. Ad ogni sosta nei porti stranieri, rendeva una visita di cortesia al governatore del luogo e si impegnava in scambi culturali e commerciali con gli abitanti, dando un contributo grandissimo al rafforzamento delle relazioni diplomatiche con quei paesi. In ogni viaggio, inviati stranieri si univano alla flotta per il viaggio di ritorno in Cina. Nel suo sesto viaggio tornarono con lui più di 1200 inviati da 16 paesi. Questi contatti amichevoli potenziarono la comprensione reciproca fra i popoli della Cina, dell’Asia e dell’Africa. La flotta di Zheng He trasportava all’estero manufatti di seta, di bronzo, di ferro, di porcellana, di oro e di argento e monete. Porcellane cinesi sono state scoperte durante gli scavi archeologici in quasi tutte le aree geografiche toccate dalla flotta. Nelle tombe e nei castelli del Kenia e della Tanzania, risalenti al XV secolo, sono stati rinvenuti piatti e vasi cinesi in porcellana. Spezie, colori da tintoria, gioielli e animali rari furono importati in Cina, nello stesso periodo. Infine, i sette viaggi di Zheng He verso l’Occidente ci illuminano globalmente sulla fiorente industria cinese delle costruzioni navali e sulla avanzata maestria nella navigazione durante la dinastia Ming. Ognuno dei vascelli di Zheng He era lungo 147 metri, aveva una larghezza di sei metri, 12 vele e 9 alberi con equipaggi di 200-300 marinai. Soltanto con un’arte consumata del navigare e una forte decisione, i marinai che usavano queste navi dipendenti dai venti, potevano attraversare l’Oceano Indiano. Questi navigatori decidevano la loro direzione con l’aiuto di bussole e osservando il sole di giorno e le stelle di notte. Inoltre, durante i viaggi, sondavano la profondità delle acque ed esaminavano il fondo marino. Come risultato, poterono viaggiare nel burrascoso oceano con sicurezza come andassero sulla terra ferma.

 

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By User:Schreiber

Da Chang’an, la capitale della Cina, a Roma, alla estremità opposta della Eurasia, La Via della Seta fu per secoli la rotta commerciale tra civiltà e un corridoio, lungo il quale viaggiarono idee, conoscenze e religioni.

Chang’an è stata la antica capitale della Cina, sotto dieci dinastie. Al tempo della dinastia Ming, il nome divenne Xi’an, tuttora in uso.  Verso il 750 d.C. era una delle più popolose città del mondo e, secondo alcune fonti, contava un milione di persone.

Da Xi’an, i rami settentrionali proseguivano fino a Dunhuang, importantissimo centro buddista con le celebri grotte di Mogao. Lì si divideva in tre rami, di cui due si ricongiungevano a Kashgar. Il terzo invece passava attraverso il Tien Shan (grande sistema montuoso dell’Asia Centrale)  in direzione di Alma Ata.  Tutti questi percorsi si riunivano nella antica Sogdiana e proseguivano verso quelli che oggi sono Uzbekistan, Afghanistan, Turkmenistan e Iran fino a Baghdad e poi, sfruttando in gran parte l’Eufrate, giungevano fino al Mediterraneo.

 

La Mongolia Interna è una immensa regione che forma un lunghissimo arco nel nord-ovest della Cina e collega la Siberia all’Asia Centrale, occupando circa un terzo della superficie della Cina. L’ambiente geografico va dalle foreste ai deserti sabbiosi alle praterie. Dal punto di vista etnico, i territori sono dimora di numerose minoranze: mongoli,  uiguri e hui, russi, kazaki e kirghizi. Tre province (Mongolia Interna, Ningxia e Xinjiang) sono ufficialmente riconosciute come province autonome. Le principali attrattive di Xinjiang e Gansu sono le città-oasi nel deserto lungo la Via della Seta, ricche di grotte con dipinti buddhisti, suggestive rovine, caotici mercati.

Confinante con la Repubblica di Mongolia e la Russia a nord,  con gli stati dell’Asia Centrale a ovest e con il subcontinente indiano a sud, la regione resta legata alla Cina che per secoli operò per imporvi la propria egemonia. Oggi la popolazione è in maggioranza composta da cinesi han che sembrano però avere poco in comune con le comunità indigene della zona.

 

Tashkent è la capitale dell’Uzbekistan.

 

IMMAGINI

XI’AN (CHANG’AN) 

 

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La pagoda della Grande Oca Selvatica

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L’esercito di terracotta sepolto assieme all’imperatore Qin Shi Huang 

 

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L’esercito dei guerrieri di terracotta

Di user:Robin Chen – Opera propria, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=566277

 

KASHGAR

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Immagini della città vecchia

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La tomba di Apakh Hoja

CC BY-SA 2.5 es, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=431904

Kashgar si trova presso una oasi del deserto di Taklamakan nel Xinkjiang. E’ un luogo storico di incontro di genti lungo la Via della Seta.  La strada del Karakorum lo collega al Pakistan attraverso il passo Khunjerab. Attraverso il passo di Korugart si raggiunge il Kirghizistan.

Fondata 2000 anni fa, fu a lungo dominata dalla popolazione nomade dei Xiongnu.  Quando questa fu sconfitta dal generale cinese Ban Chao nel 73 d.C. divenne formalmente parte del Celeste Impero. La città ha vissuto da protagonista gli anni, in cui la via della Seta era il fulcro degli scambi commerciali e culturali tra Europa e Asia, accogliendo un gran numero di bazar e dotandosi di edifici frutto della commistione di vari stili.

 

 

KHIVA (oggi in Uzbekistan)

 

 

khiva

 

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Mura di Itchan Kala

Khiva è l’antica capitale della Coresmia e del khanato di Khiva (dal 1592) e si trova oggi nella provincia di Khorezm in Uzbekistan. Fu sede di un importante mercato di schiavi.

 

IL TIAN SHAN

 

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Central Tian Shan mountain range with Khan Tengri (6995 m) in the center. Taken on the flight from Urumqi to Bishkek, where Mt. Khan Tengri and Mt. Tomur (Jengish Chokusu / Mt Pobeda) can be seen clearly.

Di Chen Zhao – originally posted to Flickr as 天山山脉西段航拍 / West Tian Shan mountains, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8723906

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Tian Chi

Di Babak Fakhamzadeh from São Paulo, Brazil – Tian Chi, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=45264478

Il rilievo è caratterizzato da una combinazione di catene montuose e da una serie di valli e bacini intermedi che si allungano generalmente da est a ovest. La depressione più profonda del Tien Shan orientale è la depressione di Turfan  (o Turpan), regione in cui si trova il punto più basso dell’Asia Centrale (154 metri sotto il livello del mare). Le montagne sono di tipo alpino con pendici impervie e lungo le loro creste si estendono ghiacciai.

TURFAN

 

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La moschea di Emin con il minareto

Turfan si trova accanto alla antica capitale uigura di Gaochang. La dinastia Qing conquistò questa regione, in larga parte musulmana, negli anni 1750, sconfiggendo in una serie di battaglie gli uiguri e i mongoli, grazie al suo superiore armamento. Il minareto fu innalzato nel 1777 durante il regno dell’imperatore Qing Qianlong (1735 – 1796) e fu terminato l’anno successivi.  Con la sua altezza di 44 metri, è il minareto più alto della Cina.

 

 

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FERGANA VALLEY

 

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SAMARCANDA

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Il mausoleo di Gur Emir, dove è sepolto Tamerlano

BUKHARA

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Mausoleo di Ismail Samany

 

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 Moschea di Poi- Kalyan

TASHKENT

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Moschea Dzhuma

Medrese_Barak_Chan,_Toshkent,_Uzbekistan_11.05.2014

Madrasa Barak Chan

Di THORSTEN – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=44489452

 

GHAZNI

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Il Minareto di Ghazni

Von bluuurgh – Eigenes Werk, Gemeinfrei, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=215611

 

ghazni

La città vecchia

Von U.S. Air Force photo by Tech. Sgt. J.T. May III – http://www.defenseimagery.mil/imagery.html#a=search&s=prt&guid=724d0711d31e276dba7686293e9ca6c8ae03e97d VIRIN 100418-F-4473M-141, Gemeinfrei, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10153464

 

seta

BAGHDAD 

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Baghdad medioevale

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Fondata nel 762 d.C. dal califfo abbaside Al-Mansur, divenne la capitale religiosa e amministrativa della sua dinastia. Dopo un periodo di estremo splendore, la città iniziò a decadere a metà del IX secolo quando gli Abbasidi iniziarono a indebolirsi; distrutta dai Mongoli nel 1258 e poi da Tamerlano nel 1401, fu conquistata dai Persiani e poi dai Turchi che la resero capoluogo di provincia e le ridiedero grande prestigio.

 

NISIBI (attuale Nusajbin)

 

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TABRIZ

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500px Photo ID: 117838489 - http://whc.unesco.org/en/list/1346

IL BAZAR

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LA MOSCHEA BLU

Tabriz è situata nell’Iran nord-occidentale.

 

 

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DENG XIAOPING, IL POLITICO CHE DISSE AI CINESI: “ARRICCHITEVI!”

Deng Xiaoping (nato a Guang’an il 22 agosto 1904, morto il 19 febbraio 1997 a Pechino) ricoprì vari incarichi direttivi nel Partito Comunista Cinese ai tempi di Mao Zedong e divenne leader de facto della Cina dal 1979 al 1992. E’ stato il pioniere della Riforma Economica cinese e l’artefice del “socialismo con caratteristiche cinesi”.  Si trattava di una teoria che mirava a giustificare la transizione dalla economia pianificata alla economia aperta di mercato.

 

 
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La grande campagna della Rivoluzione Culturale contro Deng Xiaoping

 

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Visita al presidente Carter negli USA

 

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Il compagno Deng Xiaoping nella sua visita a Shenzen nel 1992

 

 

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La serie TV dedicata a Deng Xiaoping

GRANDI INNOVAZIONI

LE ZONE ECONOMICHE SPECIALI

L’ istituzione delle prime Zone Economiche Speciali (ZES) in Cina è iniziata a seguito della politica di riforme economiche (la cosiddetta politica della porta aperta) intrapresa nel paese a decorrere dal 1978.

In particolare, nel 1979, vennero create le prime tre ZES nelle municipalità di Shenzhen, Zhuhai e Shantou, tutte site nella provincia meridionale del Guangdong, nel 1980 venne istituita la ZES di Xiamen, nella provincia di Fujian, ed infine nel 1988 venne costituita la ZES dell’intera isola di Hainan divenuta nel contempo provincia.

 

 

LEGGE DEL FIGLIO UNICO

Ai tempi di Mao Zedong, la popolazione cinese cresceva di 30 milioni di persone l’anno. Nel 1962 il boom di nascite suscitò preoccupazione e si decise di iniziare una politica di pianificazione familiare nelle città più densamente popolate. Fu nel 1973 che fu lanciata una politica di controllo delle nascite.  La sovrappopolazione era ormai considerata un ostacolo allo sviluppo e alla modernizzazione. Nel 1979 il governo di Deng Xiao Ping varò una politica di controllo organico della natalità. Fu approvata la legge del “figlio unico”. A quel tempo, la Cina accoglieva un quarto della popolazione mondiale, pur disponendo solo del 7% del terreno coltivabile. I due terzi della popolazione avevano meno di trenta anni.

 

 

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CONFUCIO, IL SAGGIO CHE RIFORMO’ LA CINA

 

 

 

 

 

 

[Kongzi, “il maestro Kong”, nacque 2500 anni fa in una Cina frammentata, dove numerosi regni guerreggiavano tra di loro.  Lui si propose di restaurare l’ordine, prendendo come modello antichi sovrani ed educando gli uomini a praticare la virtù.

 

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“La disgregazione dell’ordine arcaico nel periodo delle Primavere ed Autunni ed il lento e graduale affermarsi di un nuovo ordine nel periodo degli Stati Combattenti si accompagnarono ad una profonda crisi ideologica. All’inizio si cercò di giustificare gli sconvolgimenti politici e sociali in base alle antiche istituzioni ed agli antichi valori, ma tale espediente non poté durare a lungo, perché si era fatto ormai troppo grande il divario tra la realtà e le norme, di cui avrebbe dovuto essere espressione. Inoltre, quelle norme affondavano le proprie radici in un complesso di credenze e di tradizioni, il cui autentico significato sfuggiva in gran parte ai Cinesi dell’epoca. Nel periodo degli Stati Combattenti, si fece più  pressante quindi l’esigenza di ristabilire un comune sistema di valori e di rifondare un ordine universalmente accettato in un modo in cui dominavano la forza, la astuzia e la sete di ricchezza.

Un fenomeno caratteristico di quegli anni fu lo sviluppo di varie scuole di pensiero. Maestri di morale e teorici della politica si recavano da una corte all’altra per prestare la loro opera di consiglieri e di precettori. I più famosi avevano gruppi di discepoli al loro seguito. I capi di Stato li ospitavano e cercavano di sfruttare al massimo il loro insegnamento, nel tentativo di individuare gli strumenti più idonei al governo dei propri sudditi e le tecniche più efficaci per fiaccare e annientare i loro avversari. Era una epoca di ricerche e di esperimenti, perché il vecchio mondo era crollato e si cercava in modo più o meno consapevole di costruirne uno nuovo.

Il primo di questi maestri, di cui ci sia giunto il nome è Confucio (Kong fuzi o maestro Kong: i gesuiti latinizzarono tale espressione in Confucius, da cui deriva il nome italiano). Egli nacque nel 551 a.C. nella città di Qufu nel piccolo principato di Lu (nell’odierna provincia dello Shandong). Suo padre, secondo la leggenda lontano discendente del re della dinastia Shang (sconfitta dagli Zhou nel 1041 a.C.) morì nel 448 a.C. Benché le sue origini fossero aristocratiche, il suo status sociale era ormai decaduto e sembra che, in gioventù sia stato costretto a svolgere lavori umili. Come molti altri piccoli gentiluomini, appartenenti a rami collaterali dei lignaggi aristocratici, egli poté però studiare le “sei arti” (liuyi: i riti, la musica, il tiro con l’arco, la guida dei carri, la calligrafia, la matematica) che costituivano il fondamento della educazione nobiliare.

A partire dal 501, Confucio ricoprì una serie di cariche nel principato di Lu; tra l’altro, sembra sia riuscito a sventare una macchinazione contro il suo signore, il duca Ding, messa in opera dal signore di Qi. Nel496 lasciò tuttavia la corte di Lu a causa di alcuni contrasti sorti con il duca Ding (questi avrebbe trascurato i doveri del governo per godersi i doni ricevuti dal duca Qi), e diede inizio auna serie di peregrinazioni che lo avrebbero portato in molti Stati cinesi; i suoi consigli e il suo insegnamento non riuscirono però in alcun modo ad influire sugli avvenimenti e sulla politica dei vari signori. Nel 483 a.C. Confucio ritornò al suo paese natale, dove si dedicò all’insegnamento privato. In questo periodo si sarebbe occupato della revisione degli antichi testi, dalla quale sarebbero derivati i  Classici confuciani. La sua scuola crebbe in rinomanza e aumentò progressivamente il numero di discepoli. Morì nel 479 a.C.

 

Nonostante la eccezionale importanza avuta dalla dottrina confuciana nella storia cinese, la ricostruzione del pensiero originario del Maestro  appare quanto mai ardua. La fonte principale, e anche la più attendibile, è costituita da Lunyu (Dialoghi),  opera in venti libri che, pur presentando aggiunte posteriori, sembra risalire per la maggior parte ai suoi immediati discepoli. Tale opera è però, per la sua stessa natura, estremamente frammentaria (registra una serie di conversazioni tenute da Confucio con principi e discepoli). Il discorso è polverizzato in una serie di aneddoti e aforismi e tocca gli argomenti più vari, senza nessuna sistematicità. Non sempre, inoltre, i numerosi commentari redatti nel corso dei secoli contribuiscono a illustrarne l’autentico significato.  Nelle interpretazioni successive, pesa la evoluzione subita dal Confucianesimo, che avrebbe finito per allontanarsi in maniera sensibile dal pensiero originario di Confucio.

 

Un fatto comunque è certo: il pensiero di Confucio si colloca in una fase di transizione. In esso si può ancora rilevare un aspetto che tende al recupero delle antiche istituzioni e degli antichi valori ai fini della rifondazione di un ordine universale.  Nello stesso tempo, però, proprio nel  corso di questo tentativo di recupero, si definiscono alcuni valori nuovi, che ci appaiono come diretta espressione dei mutamenti caratteristici del periodo.

Confucio non intendeva presentarsi come l’iniziatore di un nuovo movimento filosofico o religioso: “Io trasmetto e non creo, credo negli Antichi e li amo”. In questa frase, che è senza dubbio tra le più note del Maestro, è contenuto il nucleo fondamentale del suo insegnamento.  Chi erano gli Antichi? La soluzione di questo problema ci può aiutare a capire  in che modo Confucio si considerava legato alla tradizione, vale a dire quale fosse il contenuto di quella  che potremmo definire come la sua volontà “soggettiva” di conservazione. Per Confucio, gli Antichi rappresentavano lo specchio , in cui il presernte avrebbe dovuto riflettersi per conservare il dao.  Il dao (letteralmente “via”) costituiva il principio basilare dell’universo: conformarsi al dao voleva dire rispettare rispettare le regole fondamentali inerenti al processo naturale della esistenza, sia degli uomini che delle cose.]

 

Da “Storia della Cina” di Sabattini e Santangelo

TEMPLI DI CONFUCIO

 

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Temple of Confucius at Beijing is the second largest Confucian Temple in China. Translation inscription "Big Xu Gate",under monument translation-"Statue of Confucius, the great Chinese philosopher "

Tempio di Confucio a Pechino

 

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Tempio di Confucio a Qufu

 

 

 

 

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Vedere anche:

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PARTNERSHIP STRATEGICA TRA CINA E UE ATTRAVERSO LA NUOVA VIA DELLA SETA

La Bundesbank acquisterà yuan. La banca centrale tedesca ha deciso di inserire la valuta cinese tra le sue riserve valutarie. La novità segue un’analoga decisione presa l’anno scorso dalla BCE  che ha investito a giugno 500 milioni di euro, sottraendoli agli asset in dollari. La notizia ha fatto apprezzare la valuta di Pechino, che ha segnato, verso il dollaro, il massimo da due anni. D’altra parte, il renminbi è ora incluso negliSdr (i Diritti speciali di prelievo del FMI). Secondo le stime della Banca centrale tedesca, il valore del renminbi non dà agli esportatori cinesi un vantaggio competitivo. Non manca tuttavia la cautela per una moneta che non è ancora totalmente convertibile.

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Il premier cinese Li Keqiang è arrivato mercoledì 1 giugno 2017 in visita a Berlino, pe poi proseguire alla volta di Bruxelles per il consueto summit annuale Cina – Unione Europea. Li punta ad una partnership strategica tra Cina ed Unione Europea ed il terreno sembra favorevole, visto il senso di profonda frustrazione suscitato da Donald Trump. Nei giorni scorsi la  cancelliera Angela Merkel non ha nascosto il suo disappunto per le posizioni di Trump, contrarie al libero scambio e agli accordi sul clima di Parigi.  Nel corso di questo diciannovesimo meeting Cina – Ue Li Keqiang incontrerà Tusk, presidente del Consiglio europeo, e Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione.

 

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Chinese Premier Minister Li Keqiang visits Berlin

 

Chinese Premier Minister Li Keqiang visits Berlin

 

 

LA VIA DELLA SETA OGGI

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L’evocazione degli itinerari storici della Via della Seta che hanno collegato l’Occidente e l’Oriente fino dai tempi dell’Impero Romano è l’espediente retorico usato dalla Cina moderna per lanciare ed abbellire la sua strategia eurasiatica di integrazione commerciale, tecnologica, finanziaria e culturale. Tale strategia è sostenuta da un ricco fondo destinato a finanziare investimenti all’estero e che si muoverà in sintonia con la Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali di recente istituzione.

La strategia cinese one belt, one road è un programma complesso e ambizioso – articolato tanto su un itinerario terrestre, la Silk Road, quanto su uno marittimo, la Maritime Silk Road – che riunisce obiettivi di politica interna (aiutare lo sviluppo di aree arretrate, soprattutto, della Cina occidentale, attraversata dalla Via della Seta terrestre) con obiettivi di politica estera, via terra, (rafforzare i legami con i paesi dell’Asia centrale tradizionalmente legati alla Russia)  e via mare (rafforzare i legami dei paesi dell’Asia del Sudest fino all’Australia).

La Via della Seta primeggia quanto a importanza politica, ma è la Rotta della Seta primeggia per importanza commerciale. Secondo stime tedesche,  tutte le merci che passano via terra valgono quanto il carico di tre navi che seguono la via marittima in meno di una settimana. Sulla mappa delle autorità cinesi appaiono solo sei “stazioni” europee, tra cui Atene, Mosca, Duisburg, Rotterdam e Venezia.

La One Belt, One Road, proposta dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013, è frutto della volontà di stabilire collegamenti strategici più solidi e formare una grande Eurasia: l’iniziativa infatti coinvolgerebbe 4,4 miliardi di persone (pari a circa il 66% della popolazione globale), distribuiti in 60 paesi, quali Cina, Russia, India, Iran ed Europa,  con un Pil totale di 21 trilioni di dollari (fonte Mc Kinsey).  Lo sviluppo del percorso avverrà secondo due traiettorie: la prima, marittima, attraverso le vie oceanichee (21th  Century Marittime Silk Road) , passando per le coste orientali del continente africano; la seconda, la Silk Road Economic Belt, collegherà via terra le città cinesi fino ad arrivare a Rotterdam. Il progetto è di grande portata e consentirebbe non solo un rafforzamento politico, ma anche una spinta per gli investimenti nelle costruzioni  e la creazione di posti di lavoro.

Lo stanziamento di fondi di circa un trilione di dollari per la One Belt, One Road (il collegamento via terra) ha interessati in primo luogo i paesi dell’Asia Centrale, i quali, a causa delle tensioni politiche con i paesi vicini, non sono ancora sviluppati e competitivi per quanto riguarda le connessioni  commerciali. Uno tra questi è il Kazakistan, che ha investito nella costruzione di strade, porti e centri commerciali.  Conseguentemente, l’indice azionaro Kase (Kazakistan Stock Exchange) è cresciuto più del 60% negli ultimi 12 mesi.

 

 

 

Vedere anche:

https://wordpress.com/posts/giannicristiani.wordpress.com/5977

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I RAPPORTI CINA _ USA. LA VISITA DI XI JINPING NEGLI STATI UNITI E LA VISITA DI TRUMP IN CINA.

Il surplus commerciale cinese con gli USA ha raggiunto un nuovo record nel 2017: 275,8 miliardi di dollari, contro i 250,7 miliardi dl 2016 e 260,7 miliardi del 2015.

I due colossi dell’economia mondiale hanno raggiunto un’intesa che sembra scongiurare il conflitto innescato dalla decisione di Donald Trump di imporre dazi sulle importazioni. Washington e Pechino hanno concordato di “prendere misure efficaci per ridurre in modo sostanziale il deficit degli Usa nel commercio di merci” con la Cina, in particolare per quanto riguarda i prodotti agricoli ed energetici. Lo rende noto un comunicato congiunto diffuso dalla Casa Bianca dopo le “consultazioni costruttive” svoltesi nella capitale americana. Le autorità cinesi si sono impegnate inoltre ad apportare “rilevanti modifiche alle leggi e regolamenti” per la protezione della proprietà intellettuale, compresa la legge sui brevetti.

AI CONFINI TRA CINA E COREA

Cina e Corea del Nord condividono 1.416 chilometri di confine comune. È un confine blindatissimo, ma ciononostante poroso. Da qui passano quei beni cinesi, come il petrolio, che nonostante le sanzioni internazionali tengono in vita il regime di Kim Jong-un. In senso contrario viaggiano le residue esportazioni di Pyongyang e, ogni tanto, soldati che sconfinano creando il panico nei villaggi cinesi di frontiera.  È proprio qui che, temendo il peggio, cioè una guerra che provocherebbe un disastro umanitario, la Cina starebbe allestendo dei campi profughi, almeno cinque secondo le fonti. Il primo a darne notizia, tra i media occidentali, è stato il Financial Times.

 

COLLABORAZIONE PER FERMARE IL PAZZO?

L’ultimo test missilistico di Kim Jong-un  (29 novembre 2017) ha scavato un solco ancora più profondo tra la Cina e la Corea del Nord. Xi Jinping non tollera più quelle considera vere e proprie provocazioni da parte del regime nordcoreano, e, pur escludendo ad ogni costo la soluzione militare da parte degli Stati Uniti e dei partner asiatici Usa, sta rendendo la vita difficile al regime di Pyongyang. Chiuso il traffico aereo tra Pechino e la capitale nordcoreana, interrotto il ponte dell’Amicizia che collega la Cina e la Corea del Nord, applicate in toto le sanzioni Onu e applicate dure restrizioni al commercio tra i due Paesi, il governo di Xi Jinping ha di fatto lasciato intendere al mondo che in realtà questo vicino nordcoreano era solo una scomoda necessità storica più che un vero e proprio alleato. E adesso, con quest’ultimo test del missile intercontinentale Hwasong-15, la situazione si è fatta tutt’altro che semplice fra Pechino e Pyongyang.

Subito dopo il lancio del missile, Donald Trump ha telefonato a Xi Jinping per chiedere di fare il possibile per piegare Kim Jong-un a più miti consigli. Ma non c’è stata soltanto una chiacchierata telefonica tra i due leader. Ci sono stati altri colloqui, in altre sedi, sempre fra Cina e Stati Uniti, che fanno credere che qualcosa stavolta è cambiato. Alla National Defense University di Washington, quasi in totale anonimato, c’è stato un incontro fra due gruppi di militari cinesi e americani incentrato sulla gestione di una crisi fra le due forze armate. Il Pentagono ha subito voluto sottolineare che questo meeting era già programmato e che non aveva alcun riferimento alla Corea del Nord, ma è chiaro che, anche qualora fosse stato programmato in passato, giunge in un momento molto opportuno.

 

MEDIAZIONE CINESE  TRA USA E NORDCOREA

Xi Jinping ha preso l’iniziativa di mandare un inviato speciale in Corea del Nord. A detta dell’agenzia di stampa Xinhua, scopo ufficiale della visita del delegato cinese, il noto diplomatico Song Tao, sarà quello di informare il regime di Pyongyang sugli esiti del diciannovesimo Congresso del Partito comunista cinese e di visitare il Paese. Non viene specificata la durata del viaggio di Song Tao in Corea del Nord, ma si suppone che abbia la sua scadenza naturale nel momento in cui Kim e il suo governo avranno avuto piena visione dei piani di Xi Jinping per risolvere la crisi. Il governo di Pechino persevera nella volontà di giungere a un accordo che preveda il cosiddetto “doppio stop” da parte Usa e da parte nordcoreana, e dunque la fine delle provocazioni militari di Kim e delle esercitazioni anche congiunte delle forze americane: ipotesi che per ora dal Pentagono sembrano bocciare. Il viaggio del delegato di Pechino arriva dopo due anni dall’ultimo viaggio ufficiale di un funzionario cinese nel Paese di Kim. A ottobre del 2015, Liu Yunshan, membro del Politburo cinese, visitò Pyongyang e incontrò il dittatore nordcoreano, ma, al netto di un invito al dialogo da parte di Xi, non ci furono impulsi verso la via della pacificazione. Questa volta le cose sembrano essere diverse: la Cina non ha più intenzione di mettere a repentaglio la stabilità del Pacifico e dei propri mercati per colpa di Kim Jong-un, specialmente se va a discapito dei suoi commerci con la Corea del Sud e gli Stati Uniti. La posta in gioco è troppo alta per permettersi un vicino così scomodo.

IL TOUR DI NOVE GIORNI DI TRUMP IN ASIA

 

La Casa Bianca enfatizza i risultati di questo vertice: le imprese americane, da Qualcomm alla Boeing, da Goldman Sachs a Caterpillar annunciano intese che valgono 250 miliardi di dollari.  Ma i detrattori di Trump ricordano che sono accordi da spalmare in un decennio almeno e che molti erano in gestazione da tempo e altri sono solo memorandum preparatori. Sinopec, azienda statale cinese dell’energia, promette di investire 43 miliardi in Alaska per sviluppare un gasdotto: il governatore dello Stato sostiene che saranno creati 12 mila posti di lavoro americani. Boeing incassa l’ordine per 300 aerei, un affare da 37 miliardi di dollari. Il segretario di stato Rex Tillerson ammette che sono numeri ancora molto piccoli comparati con lo squilibrio commerciale.

 

Xi  ha detto che la cooperazione tra le due superpotenze è l’unica scelta praticabile. Ha osservato che «le differenze ci sono ma bisogna lavorare insieme e questo vertice storico ha indicato la direzione». Trump torna sulla Nord Corea, tema centrale della sua missione in Asia: definisce il regime di Kim «assassino», dice ancora che Xi è di grande aiuto e assicura che «possiamo liberare il mondo dalla minaccia nucleare nordcoreana». E’ un fatto che il leader cinese non ha mai voluto incontrare il Maresciallo di Pyongyang, lo disprezza e sta stringendo le sanzioni.

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I principali obiettivi che il presidente americano si pone, sono due. In primo luogo, vuole ridurre «l’enorme» disavanzo commerciale nei confronti di Pechino, che nel 2016 ha venduto a Washington 347 miliardi di dollari di merci in più rispetto a quante ne ha acquistate. Per riequilibrare la bilancia e favorire la creazione di nuovi posti di lavoro sono arrivati in Cina anche i dirigenti di circa 40 multinazionali americane, tra cui Goldman Sachs e Boeing. In particolare, si attende la nascita di un fondo congiunto da cinque miliardi di dollari tra il fondo sovrano cinese, la China Investment Corporation, e il colosso bancario americano per portare investimenti nel manifatturiero Usa.

Il secondo obiettivo riguarda un maggiore impegno della Cina per contenere le ambizioni nucleari della Corea del Nord. Il tema è delicato: Pechino ha meno influenza di quanto si pensi sul dittatore Kim Jong-un. Se evitare una crisi regionale è nei suoi interessi, non può neanche permettersi che il regime crolli. Per questo ha applicato le sanzioni stabilite dall’Onu a metà agosto, ma si è rifiutata di porre fine alle esportazioni di petrolio a Pyongyang, ribadendo che non approverà sanzioni aggiuntive oltre a quelle decise dalle Nazioni Unite.

In cambio di accordi economici e qualche promessa sulla Corea del Nord, Xi spingerà Trump a firmare una dichiarazione amichevole comune sulla cooperazione tra i due Paesi e ribadire il principio dell’unica Cina e della coesistenza pacifica nel Mar cinese meridionale. Inoltre, chiederà a Washington di autorizzare una maggiore collaborazione tra i due Paesi in diversi settori (aviazione, aerospaziale, ingegneria, hi-tech) che permettano alla Cina di acquisire nuova tecnologia.

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Sono stati firmati accordi per 250 miliardi di dollari, molti dei quali però non vincolanti. Essi rischiano però di restare uno specchietto per le allodole e di non riequilibrare lo sbilancio commerciale.

 


Domenica 5 novembre 2017 Donald Trump è atterrato in Giappone, prima tappa del suo viaggio di nove giorni in Asia.

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Trump con Shinzo Abe

Durante una visita di tre giorni in Cina, Trump cercherà  di persuadere il presidente Xi Jinping a usare la propria influenza sulla Corea del Nord per cambiare il regime belligerante di Kim e allontanare Pyongyang dalle sue continue minacce militari. La Cina, argomenterà, è il fornitore cruciale di beni alimentari, combustibile e finanziamenti della Corea del Nord ed è l’unico Paese che può costringere Kim a cambiare corso. Trump si offrirà nuovamente di migliorare le relazioni commerciali tra gli Stati Uniti e la Cina in cambio della sua collaborazione, e avviserà che la Cina rischierebbe più degli Stati Uniti se dovesse esplodere il conflitto nella Penisola coreana.

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Il Segretario al Commercio Wilbur Ross ha annunciato il 12 maggio 2017 un piano che rappresenterà “un nuovo apice” nei rapporti bilaterali. Chi temeva una guerra commerciale con la Cina è stato smentito. Una cosa sono le sparate di un candidato in campagna elettorale, ma le decisioni di un Presidente sono una cosa molto diversa.

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Il 6 aprile 2017 Xi Jinping è arrivato in Florida per l’incontro con il suo omologo Donald Trump. Xi si dice pronto a intensificare i rapporti con gli Stati Uniti su nuove basi. L’incontro ha avuto luogo nella favolosa dimora di Trump a Mar-a-Lago. Il presidente americano ha accettato l’invito a visitare la Cina. Oltre ai rapporti commerciali tra i due paesi, è sul tavolo lo spinoso problema dell’aggressività della Corea del Nord e del suo armamento nucleare. Trump ha informato Xi dell’attacco lanciato nella notte contro una base siriana: gli Usa mostrano i muscoli!

Xi, al termine dell’incontro, ha detto che esso si è rivelato positivo.  I due presidenti si sono impegnati a sviluppare una cooperazione che porti reciproci vantaggi e a gestire le differenze sulla base del rispetto reciproco. E’ stata altresì una occasione per approfondire la loro reciproca conoscenza e cementare una relazione basata sulla fiducia. Cina e Stati Uniti sono l’uno per l’altro il principale partner commerciale. La cooperazione economica e commerciale offre ampie prospettive: una opportunità che i due paesi sapranno cogliere.Una parte importante delle relazioni tra i due paesi è costituita dai rapporti militari, che richiedono fiducia reciproca: Xi ha auspicato scambi militari a vari livelli e consultazioni tra i ministri della Difesa.

 

 

 

Il presidente Xi Jinping accolto dal segretario di stato Rex Tillerson al suo arrivo all’aeroporto di Palm Beach in Florida

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Una passeggiata insieme a Mar-a-Lago

 

IMMAGINI DI MAR-A-LAGO

Il patio

Salone

 

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THE WARLORDS 2007 ( TAU MING CHONG) – AI TEMPI DELLA CORROTTA DINASTIA QING

L’azione si svolge in Cina nel 1860. La sofferenza della popolazione, sotto il governo della corrotta dinastia Qing, pose le basi per la ribellione di Taiping.  70 milioni di persone morirono di fame o in battaglia.

Il film inizia con un selvaggio combattimento tra i lealisti e i ribelli e poi ci mostra un campo  di battaglia coperto di morti. Un ferito riprende i sensi, si fa largo in mezzo alla montagna di cadaveri e si allontana. E’ Pang Qing  Yun, il generale, l’unico sopravvissuto: tutti i suoi uomini sono morti!  “Disse che da allora era un uomo morto! Disse anche che, in quei tempi, la morte giungeva facilmente, ma vivere era duro.”

Cammina in mezzo alla gente, poi resta solo con una donna. Stramazza per terra sopraffatto dalla fame. La donna lo soccorre e gli dà da mangiare. Dice che tutti i suoi uomini sono morti e lui solo è sopravvissuto, fingendosi morto. Più di 1600 uomini, dopo tre giorni e tre notti di combattimento, sono morti.  L’esercito di He Kui era inumano! I suoi fratelli furono sgozzati uno dopo l’altro dai nemici, mentre gli uomini di He Kui assistevano senza intervenire. Passò la notte con la donna in una casa deserta. La zuppa e la donna lo riportarono alla vita! Apprenderemo poi che la donna è Lian, la moglie di Er-Hu. Era sola perché era fuggita dal suo villaggio.

 Si risveglia solo e esce nel villaggio, dove va a vendere la sua spada e il suo mantello di generale. Arriva un gruppo di cavalieri. Il loro capo ordina che ognuno mangi il proprio cibo, prima di proseguire il viaggio. Il capo guarda gli stivali dell’uomo e cerca di colpirlo con la spada per rubarglieli. L’uomo scansa il colpo e riesce ad immobilizzare il suo aggressore. Questo riconosce che l’uomo sa combattere e si offre di presentarlo al suo “grande fratello”.

I cavalieri sono seguiti da un grande gruppo di uomini armati di picche. Sono abitanti del villaggio vicino, diventati briganti. Sono guidati da due uomini: Er’hu e Wu-Jiang.  Si sta preparando una imboscata ai soldati che trasportano viveri. Bisogna rubare o morire di fame. Qingyun si offre di aiutarli, ma i due uomini non si fidano:

Il convoglio dei soldati deve passare in una stretta gola. Il gruppo dei banditi a cavallo sbarra loro improvvisamente la strada. Intanto gli uomini appiedati si sono appostati alla sommità, dai due lati della gola. Vengono lanciate reti per intrappolare i soldati. Poi gli uomini appiedati si lanciano sui soldati. Segue un furioso combattimento. Qingyun, il generale osserva dall’alto,. Quando vede il capo dei banditi in difficoltà si lancia nella gola e gli salva la vita. Poi, facendosi scudo con un soldato, si lancia contro il capo del distaccamento dei soldati e lo uccide. A questo punto i soldati si arrendono e i banditi sono liberi di rubare i viveri che questi trasportavano.

Il gruppo dei banditi raggiunge il loro villaggio.  Il loro capo (“Brother Jiang”, cioè Wu-Jiang) indossa gli stivali che il  generale gli ha dato. Al villaggio questi rivede la donna che lo ha soccorso, ma questa si copre il viso e va incontro a Wu-Jiang, uno dei cavalieri. Si appartano e fanno l’amore: evidentemente sono marito e moglie! Il  generale ripensa all’incontro. Lei aveva detto di venire da Yangzhou. Là c’è l’abitudine di addestrare le donne come cortigiane e poi venderle. Lei, a quindici anni, quando stava per essere venduta, fu rapita da Wu-Jiang. Poi lui uccise alcuni uomini e divenne un bandito.

C’è grande festa al villaggio, dato che ci sono viveri in abbondanza.Brother Jiang si siede insieme a lui e gli chiede come mai ha disertato. Il generale dice che le sue truppe e le truppe Kui  avevano pianificato di allearsi contro il nemico. Ma i Kui tradirono e le sue truppe furono sopraffatte dal numero e tutti i suoi fratelli furono uccisi. Jiang dice che l’amore tra fratelli è molto importante, perché senza quello è difficile sopravvivere.

La moglie porta il pranzo a Wu-Jiang e gli chiede se le nuove reclute resteranno. Lui risponde che nessuno se ne va se c’è cibo, eccetto Pang, che è diverso da loro e non si sa se resterà. Lui le regala una croce che ha rubato a un morto. Ritornando a casa, vede in lontananza Pang e fugge e si nasconde. Lui la raggiunge. Le chiede se è successo veramente qualcosa quella notte tra loro o se ha solo sognato. Se era fuggita, perché è tornata?  Lei  dice che è fuggita molte volte, ma è tornata. Lui le dice che  deve decidere della sua vita.

In quel momento risuona un forte nitrito di cavalli. Sono i soldati che vogliono riprendersi i viveri rubati. Il villaggio è messo a ferro e fuoco. Recuperati i viveri, i soldati se ne vanno. La gente è disperata, perché rischia la fame. I banditi rimpiangono di non avere armi, per potere reagire. Pang suggerisce di entrare nell’esercito, ricevendo in cambio una paga per nutrire le famiglie. Il potente esercito Kui li rifiuterebbe, ma l’armata di Lord Chen è alla disperata ricerca di uomini. Vuole rafforzarsi per competere con l’esercito Kui e li accoglierebbe. Pang dice a Er-Hu di cogliere questa opportunità: solo così gli eventi appena verificatisi non si ripeteranno!|La proposta viene accolta, anche se Shi rinfaccia a Pang di avere abbandonato precedentemente l’esercito Ching. Ma nessuno lo ascolta. Uccidono tre prigionieri legati per fare un giuramento di sangue. Pang dice  di pensari bene, perché non sarà possibile tornare indietro.

“Noi, Pang Qing-Yun, Zhao Er’hu e Jiang Wu-Jang facciamo un giuramento di sangue! Coloro che ci fanno del male meritano la morte. Chi tradisce un fratello merita la morte. Il cielo e la terra siano testimoni”. Tutti gli uomini validi si mettono in marcia, tranne Shi e i suoi uomini che non vogliono collaborare con l’esercito Ching.

Il gruppo percorre un lungo tragitto per raggiungere l’esercito. Pang, con i suoi due “fratelli” si presenta ai comandanti. Uno dice: “L’intero battaglione di Pang perì nella battaglia contro i ribelli Taiping in Hechuan. Voi siete sparito per due mesi. Come osate riapparire ora?” Pang risponde: ” Lord Jiang mandò l’esercito Kui ad aiutarci nella battaglia di Hechuan, ma lasciarono che ce la cavassimo da soli. Tutti i miei uomini furono uccisi sul campo di battaglia!”. Dice Jiang: “Tutti uccisi e voi solo sopravvissuto?”.  Risponde Pang: “Sono sopravvissuto solo per vedere voi, Lord Jiang”. Chiede il personaggio al centro: “Quanti uomini avete?”” I tre ridono. Dice Pang: “Datemi altri 800 uomini e in 15 giorni conquisterò la città di Shu. Addirittura in 10!”.   “Vi daremo 1500 buoni soldati. Ma niente salario!”. Risponde Pang: “Non abbiamo bisogno di salario, ma, quando conquisteremo Shu, metà delle spoglie saranno nostre!” “Pang Qing-Yun, chiamate il vostro esercito: “Shan”.

Il comandante dei 1500 uomini dice che sono gli ultimi rimasti di Lord Chen. Se dovessero essere perduti, Lord Chen sarebbe senza potere davanti alla Corte Imperiale. L’aiuto che può dare è solo dare l’impressione di essere numerosi. Pang dice che questa è la sola speranza di vittoria. L’alternativa è essere alla mercé dell’esercito Kui.

Pang si rende conto che la situazione è a loro sfavore, dato che si troveranno di fronte 200 fucili. Per vincere dovranno attaccare, irrompere attraverso la linea del fuoco nemica ed impegnare gli avversari in un combattimento corpo a corpo. Serve una avanguardia di 200 uomini.  Alcuni moriranno, ma le loro famiglie avranno doppio o triplo salario. Si scatena l’entusiasmo e tanti si offrono.

Ma la differenza di forze è enorme: 800 uomini contro 5000. Comunque gli irregolari hanno un coraggio enorme e riescono ad arrivare alla linea del fuoco. Dietro di loro gli arcieri cominciano a colpire i nemici. I difensori della città hanno cannoni e cavalleria, ma sono in difficoltà. Quando il loro generale viene ucciso da Er’Hue la sua testa mozzata viene mostrata dall’alto, i difensori si arrendono.

Il generale Pang viene elogiato e messo a capo di 5 battaglioni. Il suo vecchio “amico” He Kui lo aspetta: un incontro tra vecchi alleati! In realtà He Kui è lì per controllare Pang e i suoi uomini.

Pang riesce a conquistare una città. He Kui dice che assumerà il controllo della città dopo tre giorni. Per tre giorni i soldati avranno libertà di rubare il denaro e i viveri e di violentare le donne. Però, quando Pang sorprende due soldati che hanno violentato donne, vuole farli giustiziare.  Provvede Er’Hu a tagliare loro la testa.

Pang dice che vuole conquistare Suzhou entro tre mesi. Intanto Lord Di e Lord Chen dice che, senza rifornimenti e con poche migliaia di uomini, non ce la farà. Ormai diffidano del generale, perché è troppo ambizioso, a loro giudizio. Infatti, l’assedio di Suzhou si trascina stancamente per un anno. Sia la città, sia gli assedianti rischiano di morire di fame.I soldati di Pang hanno scavato trincee per ripararsi. Per porre fine a questa situazione, Er’Hu si offre di entrare di nascosto in città e uccidere il comandante nemico Huang. Pang dice che chi ci ha provato, non è tornato. Non vuole mettere tante vite a rischio. Andrà da Lord Di a chiedere viveri e munizioni. Wu-Jiang obietta che, attaccando Suzhou, hanno violato gli ordini di Lord Di. Infatti non trovano ascolto. Disperato, Pang decide di ricorrere a He Kui e gli propone un patto. Questi dice che Suzhu è già sua e non ha bisogno di aiuto. Pang dice che conquisterà Nanchino. I suoi uomini combatteranno e moriranno e a He Kui basterà seguirli. Poi si divideranno a metà la città: inutile stare sempre agli ordini di Lord Di e Lord Chen.

Intanto Zhao Er’Hu si  prepara a entrare a Suzhou da solo. Viene raggiunto dalla moglie Lian, che gli dona una croce, perché lo protegga. Pang e  Wu-Jiang  ritornano dalla visita a He Kui e trovano che i viveri sono arrivati. I soldati mangiano abbondantemente. Pang vede Lian e l’attrazione tra i due riesplode. Lei scappa, ma viene raggiunta e posseduta da Pang, che le promette, se sopravvive, di sposarla.

Il  comandante degli assediati, Huang, è stanco ed avvilito. La moglie è morta e lui vorrebbe raggiungerla. La città è alla fame. Lui non vuole sentire la parola resa; ordina ai suoi uomini di deporre le armi, ma lui combatte accanitamente con Er’hu e, alla fine, si lascia trafiggere. Intanto Pang si preparava ad attaccare la città, ma le porte si aprono ed escono i civili con  Er’Hu. Questi dice di avere promesso viveri, ma Pang dice che l’esercito ha viveri solo per 10 giorni e non può sfamare altra gente.

Er’Hu dice che si sono arresi, ma Pang dice che sono loro nemici e ordina di ucciderli. Wu-Jang dice che ha ragione. Gli arcieri, dall’alto, scoccano le loro frecce e fanno strage dei prigionieri. I cadaveri vengono sepolti in fosse comuni. Er’Hu viene fatto prigioniero. Da quel giorno, Er’Hu non rivolge più la parola a Pang. Si mette alla testa di un gruppo di soldati che vogliono andarsene. Pang dice che non possono andarsene, perché ciò costituisce ammutinamento. Dice che i 4000 uccisi dagli arcieri erano soldati e i soldati devono essere pronti a morire. Dice che bisogna prendere Nanchino, prima che la prenda He Kui: in questo caso, milioni di civili rischiano di essere uccisi. Pang e Wu-Jang supplicano Er’Hu di non andarsene e si inginocchiano davanti a lui. Er’Hu acconsente, ma dice che, se Pang non manterrà le promesse, lo ucciderà!

Pang, Er’Hu e Wu-Jiang sono celebrati negli spettacoli popolari come “tre fratelli”. Insieme conquistano la capitale Nanchino!  Lunga vita alla “Imperatrice Vedova”!

Tre mesi dopo la presa di Nanchino, Er’Hu annuncia che saranno pagati i salari ai soldati. Pang dice che non si può utilizzare il Tesoro reale, che appartiene agli Shan. Er’Hu dichiara che il generale Pang è il solo capo, ma procede imperterrito con la distribuzione del denaro.

Un messaggero comunica a He Kui che Nanchino è in mano a Pang e al suo esercito. Per avere speranze di vittoria, He Kui deve tirare Er’Hu dalla propria parte! C’è un incontro tra Zhao Er’Hu e He Kui. He Kui dice che Er’Hu ha combattuto, ma Pang ha ricevuto tutti i vantaggi della vittoria. Le loro forze riunite potrebbero sconfiggere il generale. Er’Hu rifiuta. He Kui gli dice di pensarci bene.

Intanto vediamo Lian che sale su una barca, dove l’aspetta il generale. Wu-Jiang assiste sbalordito.

 

Li Lyaning e il generale Pang sono ricevuti dalla Imperatrice Vedova. Il generale viene nominato governatore di Jiansu e chiede tre mesi di esenzione dalle tasse per la città. L’Imperatrice accoglie la sua richiesta. Il generale però ora è stato abbandonato dai suoi alleati, che si sono uniti a He Kui.

 

Wu-Jiang uccide Lian e Pang.

 

 

 

 

 

 

 

 

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IL GENERALE PANG QING YUN 

 

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WU-JIANG

UN GIURAMENTO DI SANGUE

 

LIAN, MOGLIE DI ER’HU

 

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L’ESERCITO

 

 

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Jet Li interpreta il generale Pang Qingyun.

Andy Lu è Zhao Er’hu.

Takeshi Kaneshiro è Zhang Wu-Jiang.

 

Il regista è Peter Chan.

https://www.youtube.com/watch?v=LqmmPmuoCD 8

https://www.youtube.com/watch?v=LqmmPmuoCD 8

 

 

27th Hong Kong Film Awards: Jet Lee

45th Golden Horse Awards

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=bZwAkCPyZxw&t=826 s

 

 

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