LA GUERRA COMMERCIALE TRA CINA E USA – LA RIPRESA DOPO LA PANDEMIA

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Un parere negativo

La pandemia da coronavirus avvierà una riorganizzazione della supply chain globale. Il processo si stava già verificando prima del virus e le azioni intraprese da Pechino durante la pandemia globale non faranno che accelerare lo spostamento delle fabbriche al di fuori della Cina. Il loro sistema non appare più una base manifatturiera affidabile.

Più il rischio politico aumenta, più il settore manifatturiero sarà obbligato a lasciare la Cina. Bisogna tenere presente che di per sé le aziende non vorranno lasciare la Cina, ma i rischi collegati al rimanere diventeranno troppo alti. Dunque, l’economia della Cina, la quale è fortemente dipendente dall’export, prenderà un serio colpo dal quale non si riprenderà per anni.

 

 


 

Un parere positivo

La Cina è riuscita, complici anche i suoi silenzi di fronte all’emergenza, a ritagliarsi un vantaggio tattico nei confronti del mondo. Prima che le “strane polmoniti” dello Hubei venissero prese seriamente in considerazione, Xi ha tentennato. E non poco. Come mai? Diverse sono le voci a tal proposito. C’è chi parla dei presunti silenzi delle autorità politiche locali e chi, con più malizia, sostiene che il leader cinese abbia voluto insabbiare tutto. Sia come sia, ora la Cina si trova, almeno dal punto di vista della tempistica, davanti a tutti. E può giocare questa carta a proprio vantaggio. Anche perché il suo diretto rivale, Trump, si trova in un momento parecchio complesso sia per l’emergenza coronavirus sia per le elezioni ormai alle porte.

 

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Il pil cinese è sceso del 6,8% a livello annuale nei primi tre mesi di quest’anno, la contrazione più forte da quando Pechino ha iniziato a fornire i dati sul pil trimestrale nel 1992, dopo l’incremento del 6% negli ultimi tre mesi dello scorso anno. La lettura è comunque migliore di quella attesa dal consenso degli economisti che si aspettavano una discesa dell’8,3% anno su anno. Rispetto al trimestre precedente, il pil cinese si è invece contratto del 9,8%.

Al contempo le vendite al dettaglio in Cina sono calate del 15,8% a livello annuale a marzo. La lettura è in miglioramento rispetto al crollo del 20,5% anno su anno registrato nei primi due mesi dell’anno, ma è peggiore delle attese degli economisti che avevano previsto una discesa più contenuta, pari all’8% anno su anno. Inoltre la produzione industriale cinese è rimbalzata del 32,13% a livello mensile a marzo, mentre su base annuale è calata dell’1,1%. La lettura tendenziale è in netto miglioramento rispetto al calo del 13,5% registrato nei primi due mesi dell’anno. Il dato è migliore anche di quanto atteso dagli economisti (-7,5% anno su anno).

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La Cina è il primo paese a uscire dalla pandemia, ma, non avendo adottato misure eccezionali di espansione monetaria,  può ancora ridurre i tassi.  Negli ultimi mesi, il tasso di cambio del renmimbi è stato relativamente stabile (intorno ai 7.8 Yuan nei confronti dell’euro). Non preoccupa l’ingente posizione debitoria in dollari di imprese e banche cinesi, nonostante alla banca centrale di Cina sia precluso l’accesso alle linee swap della Federal Reserve, perché garantita da riserve valutarie di 3100 miliardi di dollari e  e 230 di avanzo delle partite correnti.  Con il rendimento del decennale al 2,6% , i titoli cinesi sembrano una oasi di valore nel panorama del debito pubblico mondiale.

La Cina è tornata a intensificare gli sforzi per sostenere la sua economia colpita dalla pandemia di Covid-19. Nello specifico la PBoC ha abbassato il tasso di finanziamento di medio termine a un anno al 2,95% dal 3,15%, iniettando 100 miliardi di yuan di liquidita’ nel sistema finanziario.


 

Per sei giorni a metà gennaio, la Cina ha saputo che il nuovo coronavirus sarebbe diventato una pandemia mortale, sebbene dicesse al mondo che non c’era nulla da temere. “Prepararsi a rispondere a una pandemia”, ha detto Ma Xiaowei, capo della National Health Commission, ai leader provinciali in una telefonata confidenziale il 14 gennaio, una trascrizione della quale è stata ottenuta dall’Associated Press.

“La trasmissione da uomo a uomo è possibile, ha detto Ma, che ha fatto la chiamata per comunicare ordini diretti da parte del presidente Xi Jinping. Ma nei sei giorni seguenti, le autorità sanitarie cinesi hanno sostenuto pubblicamente che il virus rappresentava un basso rischio per l’uomo.

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Donald Trump ha invitato 200 personalità alla East Room alla Casa Bianca per assistere oggi alla firma della pace commerciale con la Cina, la cosiddetta fase uno, che pone fine a diciotto mesi di trade war. In data 15 gennaio 2020, il documento è stato siglato dai due capi negoziatori: Robert Lighthizer, responsabile del commercio americano e una delle persone più potenti in questo momento a Washington; e il vice premier cinese Liu He, economista con un master ad Harvard, tra i più vicini e fidati uomini del presidente cinese Xi Jinping.

Il presidente Usa ha parlato di un «passo avanti importante» per i rapporti tra i due paesi, definendo «storico» l’accordo siglato tra i due. Trump ha dichiarato che la Cina ha «elogiato» le azioni di contrasto degli Usa sulla contraffazione delle merci. «L’accordo è positivo per il mondo intero» ha aggiunto il presidente cinese Xi Jinping.

Sorrisi. Strette di mano. E la benedizione del presidente americano che ha celebrato il suo trionfo politico alla Casa Bianca, pensando alla rielezione, e oscurato il processo di impeachment che muove i primi passi al Senato. Una vittoria per lui da rivendicare con i farmers, le società energetiche e l’industria manifatturiera made in Usa, principali beneficiari dell’accordo.

La tanto attesa fumata bianca è arrivata: Stati Uniti e Cina hanno trovato un primo accordo sulla guerra dei dazi. L’intesa eliminerà progressivamente le tariffe che i due Paesi si sono imposti reciprocamente nel corso dell’ultimo anno. 

La Cina aumenterà significativamente le importazioni di prodotti agricoli dagli Usa, come carne di maiale, pollame, fagioli di soia, grano, mais e riso, uno dei punti a cui teneva maggiormente Trump. Il presidente ha rimarcato che gli investimenti cinesi (nell’ordine dei 50 miliardi per ciascuno) riguarderanno anche il settore dell’energia e i servizi finanziari, così come ci sarà collaborazione in tema di svalutazioni monetarie  competitive e stretti paletti sul tema. Gli Usa dal canto loro revocheranno il rischio di nuove tariffe al 15% che sarebbero scattate il 15 dicembre scorso su quasi 160 miliardi di dollari di prodotti made in China, a cui Pechino avrebbe risposto con tariffe su 3.300 prodotti statunitensi.

 

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Donald Trump e Liu He

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Nelle scorse due settimane, Cina e Stati Uniti hanno raggiunto un accordo per la riduzione “graduale”  dei dazi che erano stati posti reciprocamente per penalizzare le importazioni di prodotti nella guerra commerciale di questi ultimi quindici mesi. Lo ha detto all’agenzia Bloomberg Gao Feng, portavoce del ministro del commercio di Pechino (7 novembre 2019).

Cina e Stati Uniti devono cancellare dazi che hanno imposto l’uno all’altro simultaneamente per arrivare alla cosiddetta «Fase 1» dell’accordo commerciale, dice Gao Feng. La cancellazione graduale dei dazi, ha detto il portavoce, dipenderà dai progressi nei negoziati». Sulla Fase 1 pare però vi sia già un accordo.

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Il +6% di crescita del Pil, anno su anno, segnato nel terzo trimestre, pur essendo ai minimi da 30 anni, è ben più alto rispetto ai valori che siamo abituati a vedere in Europa e negli Usa. I dati diffusi dall’Ufficio nazionale di statistica del Dragone, risentono dei contraccolpi del braccio di ferro commerciale con gli Usa così come dell’indebolimento del manifatturiero globale.

Ma possono aver pesato anche fattori interni come le pressioni che si sono create sui crediti deteriorati di alcune banche e l’esplosione dell’influenza suina che sta danneggiando gli allevamenti del primo produttore mondiale di carni di maiale. L’ente statistico parla di sostanziale “stabilità” della crescita da tre trimestri e il dato è in linea con le previsioni ufficiali del governo.

Al tempo stesso però, secondo Dow Jones è il valore più basso delle serie storiche dell’attuale sistema di misurazione del pil, iniziato nel 1992 e, anche alzando lo sguardo, una crescita più contenuta si è registrata solo nel 1990, quando la Cina risentiva delle tensioni interne seguite alle proteste di Piazza Tiananmen. Oggi invece nel mirino c’è la guerra dei dazi tra Usa e Cina che ha visto la scorsa settimana una battuta d’arresto dopo l’incontro a Washington tra i due Paesi con la quale è iniziata la cosiddetta Fase uno. Per gli esperti di Ubp questa tregua potrebbe dare nuovo slancio per l’azionario cinese e di Hong Kong.

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Il presidente americano, Donald Trump, ha annunciato che si incontrerà con il capo delegazione e vice premier cinese, Liu He, oggi 11 ottobre 2019 alla Casa Bianca. Un annuncio che ha dissipato i dubbi sull’andamento dei negoziati. Lo stesso Trump ha scritto su Twitter: “Grande giorno per i negoziati con la Cina. Loro vogliono un accordo, ma io? Incontrerò domani il vicepremier alla Casa Bianca”.

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Il governo cinese si sta attrezzando per dipendere meno dalle esportazioni con il lancio di una politica di sviluppo del mercato interno attraverso interventi fiscali per fare crescere economicamente e tecnologicamente le pmi cinesi , che producono già oltre il 50% del pil.

 

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Yang Jiechi, capo dell’Ufficio Affari Esteri del Partito Comunista Cinese, si è recato il 14 agosto 2019 a Washington per incontrare il Segretario di Stato Mike Pompeo. Nonostante il contenuto del colloquio sia riservato, il fatto che avvenga al culmine della guerra commerciale e durante l’occupazione dell’aeroporto di Hong Kong da parte dei manifestanti suggerisce i possibili temi.

 

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Trump minaccia di applicare nuovi dazi su 300 miliardi di dollari di beni cinesi dal 1 settembre. La Cina ha replicato che applicherà contromisure adeguate. La più efficace è la svalutazione dello yuan a 7 per dollaro: il minimo dal 2008. Il 7 agosto la  People’s Bank of China ha fissato il tasso ufficiale dello yuan a 6,9996 nei confronti del dollaro. Si teme ora che la guerra commerciale sfoci in una guerra valutaria. Le borse hanno reagito con una serie di crolli.

 

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L’attesissimo faccia a faccia del 29 giugno 2019 tra il presidente cinese, Xi Jinping, e l’omologo americano, Donald Trump, ha dato l’esito che molti, a cominciare dai mercati finanziari, si aspettavano: hanno concordato il riavvio delle trattative sul commercio. Un’ora e venti minuti di dialogo che il presidente americano ha definito “eccellente”.
Secondo l’agenzia ufficiale di stampa di Pechino. gli Stati Uniti hanno accettato di non imporre nuovi dazi alle esportazioni cinesi, in particolare sui 300 miliardi di dollari circa ventilati nelle ultime settimane dalla Casa Bianca, e i due Paesi hanno deciso di riprendere le trattative “su una base di eguaglianza e di mutuo rispetto”.

 

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Più che un G20 è un G2: gli occhi del mondo puntati sulla sfida Trump-Xi. La vera posta in gioco è il dollaro come valuta mondiale Più che un G20 è un G2: gli occhi del mondo puntati sulla sfida Trump-Xi. La vera posta in gioco è il dollaro come valuta mondiale.

 

A parte il loro comune segno zodiacale Gemelli,  Xi e Trump non potrebbero essere più diversi per toni, modi, cultura e galateo. Questo retroterra ha giocato e gioca un ruolo fondamentale nel rapporto tra i due uomini più potenti del pianeta chiamati, ancora una volta, al G20 di Osaka, a trovare un accordo sulla governance mondiale, non solo sul versante del commercio internazionale.

Per certi versi sembra in arrivo una minestra riscaldata. È solo questione di ore. Per l’ennesima volta la montagna potrebbe partorire un topolino, come è già successo nei precedenti incontri. E ognuno dei due giganti potrebbe tornare a casa con un nulla di fatto, con buona pace del resto del Pianeta.

 

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Arrivo di Xi ad Osaka

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Xi con Narendra Modi

 

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Xi con Angela Merkel

 

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Xi con Putin e Narendra Modi

 

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L’arrivo di Conte a Osaka

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La Cina ora minaccia Android: Oppo e Xiaomi testano il sistema operativo di Huawei. Il governo cinese vuole esercitare una pressione sugli Stati Uniti, mobilitando la sua industria tecnologica di prim’ordine.

 

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Mentre la notizia della mossa Usa verso Huawei cominciava a fare il giro del mondo, il presidente Xi Jinping si recava  nella provincia meridionale di Jiangxi, dove ha sede la Jl-Mag, una azienda di terre rare, materiale di fondamentale importanza per l’industria tech, soprattutto quella legata ai microconduttori.  Una minaccia di ritorsione che ha fatto bloccare la minaccia a Huawei.  In caso di acuirsi ulteriore dello scontro, la Cina potrebbe arrivare alla limitazione stessa dell’export di terre rare verso gli Stati Uniti.

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La guerra dei dazi tra Usa e Cina sta per compiere un anno. Annunciati nell’aprile 2018 i primi dazi sono difatti partiti il 6 luglio. Per certi versi assomiglia più a una partita a scacchi in cui agli attacchi dell’uno (Donald Trump) seguono le controffensive dell’altro (Xi Jinping). Il tutto condito da una retorica che nel corso di questi mesi ha alimentato la volatilità sui mercati finanziari, in particolare sui settori più direttamente coinvolti (tecnologico, agricolo, automobilistico). Trump, soprattutto attraverso twitter, sta alternando la strategia del “bastone e della carota”. A un affondo fa seguire un’apertura, e tweet discorrendo. Il presidente cinese, invece, è di poche parole e preferisce rispondere con i fatti.

La partita si sta giocando con due armi:

  • le aliquote (finora ne sono state usate due, 10% e 25%)
  • il cambio dollaro/yuan.

Il fattore chiave da capire è che se la divisa cinese si svaluta, il che assicura maggiore competitività alle merci cinesi esportate negli USA. In questo momento, tenendo conto anche della risposta cinese dal 1 giugno, la Cina sta arrecando un danno maggiore di  quello subito; 75 miliardi contro 63 miliardi. Nel frattempo il cambio dollaro/yuan si è svalutato da 6,3 a 6,9. La svalutazione impatta su tutti i 539 miliardi di beni esportati dalla Cina verso gli Usa, pari a un recupero di competitività, alias abbassamento del costo per gli acquirenti Usa delle merci importate dalla Cina. La contesa potrà impattare sui titoli di Stato Usa, di cui la Cina (dopo la Federal Reserve) è il secondo detentore mondiale. Non è quindi un caso se ad oggi (i dati resi noti dalla Fed sono al 31 marzo 2019) i Treasury in mano ai cinesi siano scesi a 1,12 trilioni di dollari, il valore più basso degli ultimi due anni. Proprio in concomitanza con la forte svalutazione in corso della divisa cinese. Insomma, quella in atto tra Usa e Cina non è una partita a scacchi da principianti.

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La Cina non resta a guardare e come atteso risponde alle nuove restrizioni commerciali introdotte dagli Usa. Dal 1° giugno Pechino alzerà i dazi al 25% su 60 miliardi di dollari di importazioni americane. Le nuove misure dovrebbero “colpire” 2.493 beni made in Usa.

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I futures su Wall Street viaggiano in netto rosso, -1,21% per il timore che questa volta a pagare veramente pegno siano gli americani, con un balzo dell’inflazione a causa di un prossimo netto rialzo dei prezzi dalla Cina. E molti dei beni che saranno toccati vengono in realtà da controllate cinesi di gruppi americani. Una doppia beffa alla corporate America.

“In nessun momento la Cina perderà il rispetto del Paese, e nessuno dovrebbe aspettarsi che la Cina inghiotta frutti amari che danneggiano i suoi interessi principali”, ha scritto oggi in un commento il People’s Daily, un quotidiano controllato dal partito comunista, sottolineando che Pechino è aperta ai colloqui, ma non si arrenderà mai davanti a importanti questioni di principio.

Nel frattempo, il South China Morning Post ha pubblicato questa mattina (13 maggio 2019) un’intervista a Wei Jianguo, ex viceministro al Ministero del Commercio (Mofcom), oggi vice presidente del China Center for International Economic Exchanges, un think tank legato al governo cinese. Wei ha spiegato che Pechino ha molte carte per difendersi dagli Stati Uniti ed è probabile che applichi sanzioni che vanno oltre le tariffe sul commercio di beni. Wei ha citato prima di tutti i beni agricoli statunitensi, in particolare soia, grano, mais e la carne di maiale, sapendo che il settore rappresenta una parte fondamentale degli elettori del presidente statunitense Donald Trump, già avviato alla corsa verso le elezioni del 2020.

“La Cina ha non solo la determinazione e la capacità, ma anche la volontà di combattere una guerra prolungata”, ha aggiunto Wei. La Cina potrebbe applicare sanzioni anche su aerei e veicoli statunitensi, ha aggiunto. La Cina, ha ripreso Wei, potrebbe andare oltre il commercio di beni e servizi, puntando ai settori finanziario, turistico e culturale. Wei ha avvertito che Washington ha commesso un errore strategico nell’aumentare le tariffe. La mossa potrebbe ritorcersi contro perché “l’estrema pressione” non costringerebbe la Cina a capitolare.

 

 

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Un minuto dopo la mezzanotte di Washington, le sei del mattino in Italia (del 10 maggio 2019), è scattato il nuovo pacchetto di dazi annunciati da Donald Trump: le tariffe su 200 miliardi di dollari di importazioni made in China salgono dal 10 al 25%. Pechino ha già annunciato che risponderà a tono, pur senza precisare come, maggiori dettagli dovrebbero arrivare a breve.

Ed è in questo clima di nuovo teso, dopo mesi di tregua che avevano fatto tirare il fiato alle Borse e al resto del mondo, che i due negoziatori Liu He e Robert Lighthizer torneranno a sedersi al tavolo oggi, sperando che l’incontro sia più utile della cena consumata ieri. Almeno i mercati si concedono una speranza: dopo un’improvvisa caduta in rosso nei minuti successivi all’entrata in vigore dei dazi, i listini asiatici sono rimbalzati in territorio positivo, con Shanghai a trainare tutti.

 

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Per il presidente Trump le trattative con la Cina procedono “troppo lentamente”. E nel tentativo di alzare la posta ha annunciato su twitter (6 maggio 2019)  che da venerdì saliranno dal 10% al 25% i dazi americani su 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi. Non è tutto. Verranno imposti nuovi dazi del 25% su altri 325 miliardi di prodotti cinesi non tassati finora. L’annuncio di Trump ha sorpreso la Cina che, secondo fonti vicine al governo riportate dal Wall Street Journal, starebbe valutando di uscire dai negoziati e cancellare del tutto le trattative commerciali con gli Stati Uniti. Era stato lo stesso Trump il primo novembre con una telefonata al presidente cinese Xi Jinping a spingere per le negoziazioni tra i due paesi.

L’affondo di Trump potrebbe rappresentare una forzatura di mano sul tavolo delle trattative commerciali con il colosso asiatico per arrivare a un’intesa chiave al più presto. Infatti Trump non sarebbe contento della velocità delle trattative, ma in questo modo rischia anche un prolungamento dei colloqui. Le autorità cinesi hanno cancellato, in circostanze simili, una spedizione negli Usa lo scorso settembre.

“Dal momento che la Cina ha sempre detto che la sua politica è quella di non voler negoziare sotto costrizione, è reale la possibilità che Pechino possa cancellare gli incontri con gli Usa”, afferma stamani Goldman Sachs in una nota. Con tutte le conseguenze negative del caso, proprio mentre gli investitori si stavano abituando a una possibile ripresa dell’economia mondiale in una fase molto positiva per l’azionario: “nei mercati globali tornerebbero le difficoltà, la crescita cinese finirebbe di nuovo sotto pressione con ripercussioni anche sull’economia globale”.

 

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La delegazione cinese arriverà ugualmente negli Usa e ne farà parte il vicepremier Liu He.

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La grande guerra economica Usa-Cina forse non ci sarà. Dopo due anni di tensioni sugli squilibri commerciali tra le due maggiori economie del pianeta, nelle ultime settimane prevalgono i segnali di accordo. L’ultimo viene da Donald Trump, che in due tweet ha annunciato il rinvio  dei superdazi su 200 miliardi di importazioni annue made in China. 

Sono felice di annunciare – scrive Trump – che abbiamo fatto dei progressi sostanziali nei nostri negoziati commerciali con la Cina, su questioni strutturali che includono la tutela della proprietà intellettuale, i trasferimenti di tecnologie, l’agricoltura, i servizi, la moneta e altri temi. In conseguenza di questi negoziati produttivi, rinvierò l’entrata in vigore dei dazi che era prevista dal primo marzo.

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Era da 15 lunghissimi anni che gli acquisti nei negozi cinesi non crescevano così poco. A novembre le vendite al dettaglio si sono fermate a +8,1%, cinque decimi sotto ottobre e sette sotto le stime degli analisti, un dato che per i ritmi di crescita a cui il Dragone e la sua nuova classe media hanno abituato al mondo è molto deludente. L’ennesimo segnale che l’economia sta rallentando in maniera più brusca del previsto, soprattutto per ragioni interne come la stretta al credito più che per i dazi di Trump, i cui pieni effetti devono ancora farsi sentire. A novembre la produzione industriale è cresciuta solo del 5,4%, cinque decimi sotto le previsioni e al minimo da dieci anni a questa parte; a pesare è stata soprattutto la parte rivolta verso l’estero.

 

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La giustizia canadese concede a Lady Huawei la libertà su cauzione. Il giudice  ha fissato in 10 milioni di dollari canadesi la somma da pagare ordinando a Meng di restare nell’area di Vancouver, consegnare il passaporto e indossare un dispositivo gps. Meng dovrà anche farsi carico dei costi per la sua sicurezza.

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La notizia che il vice premier cinese Liu He  l’11 dicembre 2018 abbia chiamato il segretario al Tesoro Usa, Steven Mnuchin, per discutere di una possibile agenda di colloqui sul disgelo commerciale ha confortato gli investitori, sebbene rimanga alta la tensione legata all’arresto canadese della cfo di Huawei Technologies. E’ stato poi Donald Trump in persona a twittare segnali positivi: “Colloqui molto produttivi in corso con la Cina! “ ,

 

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La direttrice finanziaria del gigante cinese Huawei, Meng Wanzhou, figlia del fondatore, è stata arrestata a Vancouver, in Canada, in base a un mandato di arresto emesso dagli Usa. Gli Usa hanno chiesto l’estradizione e l’udienza è stata fissata per domani. La notizia è resa nota dal ministero della Giustizia canadese. La richiesta di arresto statunitense – si apprende dai media – riguarderebbe violazioni alle sanzioni americane contro l’Iran e arriva proprio nel giorno in cui la compagnia cinese viene bandita da British Telecom per “rischio spionaggio” .La crisi diplomatica rischia di complicarsi proprio nel momento in cui Stati Uniti e Cina sembravano avere raggiunto una tregua.

Se c’era bisogno di una prova che la tregua fra Donald Trump e Xi Jinping raggiunta al G20 di Buenos Aires era precaria e aleatoria, eccola. L’arresto della direttrice finanziaria di Huawei in Canada, Meng Wanzhou (che è anche la figlia del fondatore dell’azienda) è un colpo duro alle relazioni bilaterali. Il mandato di cattura e la richiesta di estradizione avanzata dagli Stati Uniti sono una sfida al colosso delle telecomunicazioni  cinesi strettamente legato al regime di Pechino, un’azienda che incarna la volontà cinese di supremazia nelle tecnologie avanzate.

A rendere ancora più incandescente questa vicenda c’è l’accusa: violazione delle sanzioni contro l’Iran. Quali sanzioni? Sembra non si tratti delle sanzioni più recenti, quelle reintrodotte dall’Amministrazione Trump dopo la denuncia dell’accordo nucleare. Quel patto nucleare resta valido per tutte le altre nazioni firmatarie, dalla Cina alla Russia all’Unione europea. Ma la Huawei era sospettata di aggirare sanzioni dal 2016, quindi dai tempi di Obama, e in tal caso la violazione si riferirebbe a un regime di embargo riconosciuto dalla comunità internazionale.

 

Huawei's Executive Board Director Meng Wanzhou attends the VTB Capital Investment Forum "Russia Calling!" in Moscow

 

Meng wanzhou

 

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Non scatterà a gennaio il rincaro delle tasse doganali americane dal 10% al 25%, che doveva colpire 200 miliardi di dollari di merci importate dalla Cina. Per ora la misura protezionista è solo rinviata, mentre ripartono i negoziati tra le due superpotenze. La procedura è stata congelata per 90 giorni, durante i quali le due superpotenze proveranno a trattare. Ma il clima è cambiato nel corso della cena di lavoro tra le due delegazioni, avvenuta a Buenos Aires il 1 dicembre 2018..  Sussistono tuttavia forti dubbi sulla prospettiva di un vero accordo. Wall Street, dopo una breve euforia, il giorno successivo (4 dicembre) si è abbandonata alla paura, accusando forti cali.

 

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U.S. President Trump sits for exclusive interview with Reuters in Oval Office at White House in Washington

 

La guerra commerciale tra Stati Uniti e il resto del mondo è stato uno dei temi centrali del 2018 ed è da molti indicata come una delle cause della volatilità che ha caratterizzato i mercati in questo anno così diverso dal tranquillo 2017. Non stupisce quindi che le banche di investimento abbiano i fari puntati sull’incontro giovedì prossimo 29 novembre tra il presidente Usa Donald Trump e Xi Jinping al G20 di Buenos Aires.

Trump si sta preparando all’incontro, lanciando messaggi bellcosi all’avversario. In un’intervista al Wall Street Journal Trump ha infatti dichiarato di essere intenzionato ad aumentare al 25% i dazi su 200 miliardi di dollari di merci cinesi. Il presidente ha anche minacciato di imporre nuove tariffe sul resto delle esportazioni di Pechino negli Stati Uniti, se i negoziati non risultassero favorevoli agli Stati Uniti. Probabilmente  queste parole sono “parte integrante dello stile negoziale di Trump”, che mira a intensificare al massimo la pressione in vista del meeting.

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Il  2 novembre il presidente americano, Donald Trump, infiamma l’Asia con i listini asiatici che rimbalzano ai massimi degli ultimi tre anni. Donald Trump si è detto interessato a raggiungere un accordo con il presidente cinese Xi Jinping al vertice del G20 in Argentina. Resta però sul tavolo il problema del furto della proprietà intellettuale da parte dei gruppi tech cinesi, che è il nodo centrale nella guerra dei dazi avviata dagli Usa contro la Cina.

Il presidente Trump ha poi detto di aver avuto colloqui telefonici “molto buoni” con il leader cinese Xi Jinping e che sono in programma incontri in questo senso al summit G20 alla fine di questo mese. “Ho appena avuto una lunga e molto buona telefonata con il presidente Xi Jinping della Cina. Abbiamo parlato di molti temi, con una forte enfasi sul Commercio”, ha twittato Trump.

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La guerra commerciale con gli Usa fa sentire i suoi effetti. La Cina è  cresciuta nel periodo luglio-settembre 2018 “solo” al tasso del 6,5%, contro attese degli economisti per un +6,6% e contro il +6,7% precedente. Si tratta del ritmo più lento dal 2009, dal collasso di Lehman Brothers e dalla crisi globale dei mercati. Dopo aver ceduto quasi il 3% ieri e il 25% da inizio anno, Shanghai oggi ha recepito il messaggio e alle ore 7:30 italiane guadagna lo 0,31%, mentre Hong Kong sale dello 0,18%. Il 19 ottobre il governatore della People’s Bank of China, Yi Gang è intervenuto per confermare che va tutto bene. E che l’economia crescerà del 6,5% quest’anno, come previsto dal governo centrale e che i fondamentali sono solidi.

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Lo scorso anno la ricchezza complessiva dei miliardari del mondo è aumentata di 1.400 miliardi di dollari, l’incremento annuale (+19%) più grande mai registrato, arrivando alla cifra record di 8.900 miliardi di dollari, divisi tra 2.158 persone.  Il tasso di crescita più elevato si registra in Asia, dove si ha  un aumento medio della ricchezza del 32% a 2.700 miliardi di dollari e tre nuovi miliardari a settimana, diventati ricchi con la tecnologia o le vendite al consumo. La Cina produce due nuovi “Paperoni” ogni settimana: nel 2006 erano sedici in tutto, mentre quest’anno sono 373.

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Si sospetta che la Cina abbia accumulato ben 40.000 miliardi di yen (oltre 5000 miliardi di euro), tenuti fuori bilancio dalle amministrazioni locali del paese; è emerso da una ricerca di S&P Global Ratings. Molte amministrazioni locali in Cina contraggono debiti che non contabilizzano, per evitare i limiti di indebitamento imposti dalle autorità centrali. Secondo S&P si tratterebbe di un problema crescente all’interno del paese, ed è probabile che negli ultimi anni l’entità dei debiti di questo tipo sia aumentata costantemente.

“S&P Global Ratings ritiene che l’entità dei debiti tenuti fuori bilancio dalle organizzazioni locali possa ammontare a diversi multipli della somma comunicata pubblicamente”. Tenendo conto dei debiti nascosti, il debito pubblico potrebbe avere raggiunto il 60% del Pil.

 

 

 

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L’ultimo «viaggio d’ispezione» di Xi Jinping nella provincia nordorientale dell’Heilongjiang è stata più che routine propagandistica. Il leader supremo è uscito da un’estate difficile, durante la quale ha ricevuto qualche critica interna per la linea politico-economica di fronte all’offensiva dei dazi lanciata dalla Casa Bianca.

Nel pieno della guerra commerciale con gli Stati Uniti, Xi Jinping gira tra campagne e fabbriche, per rinsaldare il consenso, si mischia tra contadini e tute blu e predica che il protezionismo e l’unilateralismo rendono sempre più difficile per la Cina ottenere tecnologie e know-how, costringendola a contare solo su se stessa.  

I ritratti di Xi  ricordano le immagini che hanno accompagnato il culto della personalità di Mao, maestro nell’arringare le masse. L’elogio della nuova autarchia fa venire in mente anche Mussolini durante la Battaglia del grano negli Anni Trenta, davanti a una macchina trebbiatrice. La grande differenza è che  ora Xi vuole il primato cinese nell’alta tecnologia, anche se ama ancora farsi vedere tra contadini e operai.

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La Cina ha cancellato l’appuntamento per la ripresa dei colloqui commerciali con gli Stati Uniti, secondo il Wall Street Journal che cita fonti dell’amministrazione Usa. All’incontro dovevano essere presenti il segretario al tesoro americano Steve Mnuchin e il vicepremier cinese Liu He. La decisione di Pechino è stata presa dopo il varo di dazi Usa sul Made in China per 200 miliardi di dollari e la risposta di Pechino con  nuove tariffe per 60 miliardi sui prodotti americani.

L’incontro doveva servire ad individuare i mezzi per allentare le tensioni. Stando a quanto riferito dal Wall Street Journal, Liu ha cambiato idea dopo l’imposizione dei nuovi dazi, in vigore a partire dal 24 settembre. Pechino, sottolineano le fonti, “fa fede al suo impegno di evitare negoziati sotto minaccia” con la cancellazione dei colloqui.  Pechino tuttavia “lascia aperta la possibilità di avviare nuovi negoziati con Washington il mese prossimo”.

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Steve Mnuchin

 

l dialogo non ferma lo scontro commerciale tra Stati Uniti e Cina. Al via oggi una nuova tranche di dazi americani per 16 miliardi di dollari su merci importate dalla Cina. Le nuove tariffe, con tassazione al 25%, portano a un totale di 50 miliardi di beni cinesi colpiti dagli Stati Uniti su volere del presidente Trump.

La Cina ha annunciato una reazione immediata con tariffe sullo stesso importo di 16 miliardi di beni statunitensi, puntando a prodotti iconici come le motociclette Harley Davidson, il bourbon e il succo d’arancia, tra centinaia di altri.

Le misure commerciali arrivano mentre procedono i colloqui tra americani e cinesi a Washington per cercare di porre fine alla guerra economica tra le due superpotenze economiche mondiali. Gli Stati Uniti accusano la Cina di pratiche commerciali sleali, in particolare sulla tecnologia. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump vuole ridurre il deficit commerciale dei paesi

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Il ministero dell’Economia di Pechino ha annunciato che la Cina invierà il vice ministro del Commercio, Wang Shouwen, negli Stati Uniti alla fine di agosto per riprendere il dialogo sul commercio, dopo l’avvio della guerra dei dazi tra le due superpotenze mondiali. Wang, rappresentate per i negoziati sul commercio internazionale, incontrerà un alto funzionario del Tesoro Usa, David Malpass, su invito degli Stati Uniti.

Pechino ha comunque ribadito di essere contraria alle pratiche unilaterali e di protezionismo e di non accettare alcune misura di restrizione unilaterale del commercio. “La Cina accoglie la comunicazione e il dialogo sulla base della reciprocità, dell’uguaglianza e dell’integrità”, recita la nota del ministero. Lo scorso giugno il ministro del commercio Usa, Wilbur Ross, aveva incontrato il vicepremier cinese, Liu He, a Pechino. E un mese prima Liu aveva visto il segretario Usa al Tesoro, Steven Mnuchin, a Washington.

 

 

La guerra continua!  La Cina si dice pronta a imporre dazi  su prodotti di importazione Usa per 60 miliardi di dollari: il ministero delle Finanze cinese precisa che Pechino prevede di imporre dazi a livelli del 25%, 20%, 10% e 5% e che la Cina applicherà le tariffe non appena gli Stati Uniti adotteranno i nuovi dazi nei confronti dell’import dall’Asia. Pochi giorni fa, dalla Casa Bianca era filtrata la possibilità di un incremento delle tariffe su flussi di merci per 200 miliardi. Oggi, proprio in tema commerciale, emerge dai dati che la campagna di Trump non sta producendo effetti – ricordando comunque che le misure tariffarie sono scattate solo in parte. A giugno, il deficit commerciale a stelle e strisce è salito a 46,3 miliardi di dollari: poco sotto le attese, ma in netta crescita anche con la Cina.

Il grande timore è che l’escalation della guerra commerciale (e ora anche valutaria) di Trump con la Cina possa indurre Pechino a mettere mano al suo colossale portafoglio di Treasuries, il primo al mondo, arrivato alle dimensioni record di 1,18 trilioni di dollari.

La Cina fa paura, anche se per ora non ci sono segnali di tensione su questo fronte. Gli ultimi dati disponibili, quelli di maggio, riferiscono di ulteriori acquisti di titoli di Stato Usa per 7 miliardi di dollari da parte di Pechino. Ma è ancora troppo presto per dire se la guerra commerciale avrà un impatto sugli acquisti esteri di Treasuries. Trump sa essere fin troppo imprevedibile, e – anche se improbabile – non è escluso che la situazione gli possa sfuggire di mano.

 

 

 

 

 

Vedere anche:https://www.youtube.com/watch?v=hj0BnKW-Qt I

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LANTERNE ROSSE (RAISE THE RED LANTERN) – UN GRANDE FILM DI ZHANG YIMOU SULLAVITA DELLE DONNE NELLA CINA TRADIZIONALE

 

https://www.youtube.com/watch?v=7v16o7_noM Y

 

https://www.youtube.com/watch?v=7l02p9CC0t w (in spagnolo)

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Premiato con il Leone d’Argento al Festival di Venezia del 1991, è il film che ha reso famoso Zhang Yimou in campo internazionale. Il film è tratto dal romanzo Mogli e concubine di Su Tong.

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La vicenda si svolge nella Cina del Nord, nel periodo dei signori della guerra, nel 1920.

Songlian ha 19 anni ed è rimasta da poco orfana del padre, mentre aveva perduto da tempo la madre. Ha frequentato per sei mesi l’università, ma ora non è più possibile. Vive con la matrigna che parla continuamente di denaro. Decide così di sposarsi con un uomo ricco, anche se la matrigna la mette in guardia: se sposa un uomo ricco, non sarà moglie, ma concubina. Decide così di sposare Chen Zuoqin  (Ma Jingwu)  maturo discendente di una ricca famiglia.  Lui ha già tre mogli: Yuru , Zhuoyun (Cao Cuifen) e Meishan.

 La sera tutte aspettano fuori dalla porta, in attesa di istruzioni. Queste consistono nella scelta della favorita per la notte. Per colei che passerà la notte con Chen saranno accese le lanterne rosse. A lei sarà inoltre riservato il privilegio del massaggio dei piedi, che stimola la sessualità.

La prima notte di Songlian con Chen è disturbata da un finto malessere di Meishan che richiede urgentemente la presenza di Chen, il quale acconsente. Il giorno dopo, Chen sceglie di nuovo Songlian e Meishan si finge di nuovo malata. Questa volta però il signore dice che può aspettare fino al giorno seguente. Meishan si mette a cantare in modo da disturbare.

Quando sente cantare, Songlian si inoltra nel palazzo e sale le scale. Vede così Meishan che canta in abiti di scena. Quando questa si accorge di essere osservata, smette. Songlian dice di ascoltarla volentieri, ma l’altra non ha più voglia di cantare. Ritornando in camera, trova Chen che sta mettendo le mani addosso a Yan’er, cosa che suscita la sua irritazione.

Meishan invita Songlian a giocare a carte con lei, il medico Gao e un suo amico. Raccogliendo una carta sotto il tavolo Songlian scopre che la terza signora fa piedino al medico. Il dottor Gao mette un disco di quando Meishan era cantante d’opera.

 

Improvvisamente il palazzo è allietato dal suono di un flauto: è Feipu, il figlio della prima signora che suona. Songlian è affascinata. Lei tiene nella valigia un flauto, l’ultimo ricordo di suo padre. Seguendo il suono, Songlian raggiunge il ragazzo che le dimostra simpatia. Però si allontana subito, perché è chiamato dalla madre.

Songlian cerca il flauto nella sua valigia, però è scomparso. Furibonda, trascina la serva nella sua stanza e scopre che tiene in stanza le lanterne rosse, cosa per lei proibita. Comincia a rovistare alla ricerca del flauto e trova un pupazzo che la rappresenta con tanti spilli conficcati. Il nome Songlian è stato scritto da Zhuoyun, che si è dimostrato tanto amica e le ha regalato della seta. Yan’er ha dato il flauto a Chen che lo ha bruciato, ritenendolo sconveniente per una donna.

Zhuoyun vuole farsi accorciare i capelli, perché il signore le ha detto che con i capelli corti sembrerebbe più giovane. Songlian è costretta a tagliarle i capelli e maldestramente la ferisce a un orecchio. Il dottor Gao dice che non è una cosa grave. Chen, per consolarla, passa alcune notti con lei. Ciò la induce a perdonare Songlian che va a scusarsi e dice che non lo ha fatto apposta.

L’incidente fornisce l’occasione a Meishan di fare una visita a Songlian. Le racconta di quanto sia perfida Zhuoyun, delle loro rivalità per i figli, degli espedienti utilizzati.  Dice che rimasero gravide contemporaneamente, ma che Zhuoyun prese costose medicine per partorire prima, ma fortunatamente suo figlio Feilan nacque alcune ore prima. Dice a Songlian che se non mette al mondo un figlio cadrà in disgrazia presso Chen.

Questo le dà l’idea di fingersi incinta. Naturalmente Chen è entusiasta della idea di avere un altro figlio. Secondo la consuetudine, le lanterne resteranno sempre accese nella quarta casa, giorno e notte. Come rivelerà a Feipu, pensava che la bugia sarebbe durata poco: bastava che il signore dormisse con lei, perché restasse incinta veramente.  Comunque approfitta della situazione per i suoi capricci. La vecchia Gao viene chiamata continuamente per farle il massaggio dei piedi. La seconda signora è costretta ad andare da lei per farle un massaggio alla spalla.

Solo che Yan’er scopre un paio di mutande macchiate di sangue: evidentemente Songlian non è incinta. Yan’er si precipita da Zhuoyun e le mostra le mutande. Con la scusa di un malessere, viene chiamato il dottor Gao il quale constata che Songlian non è incinta e informa Chen. Questi è fortemente adirato per la menzogna e fa oscurare le lanterne. Songlian capisce però rapidamente che è Yan’er che ha fatto la spia. Si precipita nella sua stanza e getta nel cortile le lanterne rosse che questa teneva nella sua stanza: una serva non può avere lanterne rosse.

La prima signora dice che la punizione deve essere quella prevista dalle consuetudini: deve stare inginocchiata nella neve. Rifiuta di chiedere perdono e quindi resta al freddo fino ad ammalarsi. Sarà portata all’ospedale, dove morirà. Songlian imparerà della sua morte dalla sua nuova serva: una donna anziana.

Songlian è turbata dalla morte di Yan’er. Sta fuori al mattino presto e vede Meishan che canta. Le due donne parlano. Songlian dice a Meishan che le piace il dottor Gao. Questa  si lascia sfuggire che lo vedrà.

Viene il giorno del ventesimo compleanno di Songlian e questa si fa portare del vino dalla serva per festeggiare.  Solo che beve troppo e si ubriaca. E così le scappa detto che Meishan è con il dottore Gao.  Zhuoyun non si lascia sfuggire l’occasione. I due vengono sorpresi a letto insieme in un albergo. Songlian vede che la donna si dibatte, quando i servi la riportano a casa. Poi, quando Chen torna a casa, si sentono nuovamente grida edella donna. Songlian esce e, seguendo le grida, si ritrova alla sommità del palazzo. Vede così il gruppo di servi, seguito da Chen, che trasporta la donna verso la stanza della morte. Poi le grida cessano e i servi se ne vanno. Songlian va a vedere e vede Meishan impiccata nella stanza della morte. Comincia a gridare istericamente: “Assassini!”. La portano nella sua camera e arriva Chen. La ragazza, fuori di sé, continua a gridare che sono assassini. Chen le chiede cosa ha visto e lei risponde che non ha visto niente e che è pazza.

Viene l’estate e arriva una Quinta signora. E’ molto giovane, poco più che bambina. Vedendo Songlian, chiede chi è e le dicono che è la povera Quarta Signora, ormai diventata pazza.

 

 

 

 

 

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L’ARRIVO

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Sgradevole incontro con Yan’er (interpretata da Ling Kong)

 

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SONGLIAN come “QUARTA SIGNORA”

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Il massaggio dei piedi

 

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Il letto

 

LE ALTRE MOGLI

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Yuru, la attempata prima  moglie

 

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Zhuoyun, la seconda moglie  (Cao Cuifen)

 

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Meishan, la terza moglie

 

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La sera le mogli aspettano le comunicazioni di Chen, cioè chi sarà la prescelta per la notte

 

PRANZI IN COMUNE

 

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MEISHAN CANTA

 

 

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Meishan dice che non ha più voglia di cantare

GIOCO A CARTE

 

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SONGLIAN CON CHEN

 

 

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Songlian sorprende Yan’er nella sua stanza con Chen

 

insieme

Songlian lamenta di essere spiata da Yan’er, dice che rovista tra la sua roba. Chiede inoltre notizie sulla strana stanza che ha visto all’ultimo piano, ma Chen minimizza

Songlian chiede e ottiene che il pasto sia portato loro in camera, anche se Chen è contrariato, perché ciò non è in armonia con le abitudini della casa.

 

CONFIDENZE

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FALSA GRAVIDANZA

 

 

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Songlian entra nella stanza di Yan’er e resta colpita dalle lanterne rosse

 

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Le lanterne rosse di Yan’er vengono bruciate e lei deve restare inginocchiata sulla neve

 

 

LA STANZA DELLA MORTE

 

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Songlian nella stanza di Meishan, in disordine dopo la sua morte.

 

LA QUINTA SIGNORA

 

quinta

 

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LA RIVOLUZIONE CULTURALE

Nel 1958 Mao lanciò il grande balzo in avanti, un piano che contraddiceva il modello sovietico che privilegiava lo sviluppo della industria pesante e sostenuto da altri dirigenti cinesi.   In base a questo programma l’agricoltura cinese sarebbe stata collettivizzata e sarebbe stata incentivata la piccola industria rurale a base collettivista. Mentre questo esperimento era in corso, Kruscev ritirò l’appoggio tecnico sovietico, non condividendo le idee economiche di Mao. Il grande balzo terminò nel 1961, a causa della fortissima carenza di beni alimentari che aveva causato. Il grande balzo in avanti, sia in Cina sia all’estero, è considerato responsabile della morte di milioni di persone, uccise dalla fame e dalla feroce repressione delle rivolte dei piccoli proprietari espropriati.

L’insuccesso della politica economica, avviata nel 1958 dal presidente Mao Zedong  con “il grande balzo in avanti”, aveva portato alla formazione di una robusta opposizione interna, che trovava la sua guida più autorevole nel segretario del Partito comunista cinese, Deng Xiaoping.

Mao rischiava di essere emarginato dalla dirigenza del partito. Egli reagì allora con una mossa estremamente audace e ricca di fantasia: nel 1966 invitò tutti i giovani studenti, e in particolare i figli e le figlie degli operai, dei contadini poveri e dei soldati, a realizzare una “rivoluzione culturale”. Mao li esortò a dimenticare ogni timore ed a mettere in discussione i dirigenti del partito tutte le volte in cui il loro comportamento fosse stato giudicato sbagliato.  I giovani studenti e le giovani studentesse delle scuole medie superiori e delle università accolsero questo appello con grandissimo entusiasmo. Moltissimi formarono gruppi autonomi che con pubblici “tazebao” (cioè manifesti murali) misero sotto accusa molti dirigenti. I membri della complessa galassia di questi gruppi giovanili vennero definiti collettivamente “guardie rosse”; il “libretto rosso”, una raccolta antologica di citazioni e di aforismi di Mao, fu il loro testo sacro.

Così, molti dirigenti comunisti furono formalmente accusati di reati e condannati al carcere; Deng Xiaoping fu destituito  dalla sua carica e mandato a lavorare in fabbrica per “essere rieducato”. E’ chiaro che il movimento giovanile non avrebbe avuto la forza di raggiungere da solo simili risultati. Questo enorme sconvolgimento fu possibile perché la “rivoluzione culturale” ebbe l’appoggio del ministro della Difesa Lin Biao e dell’esercito che da lui dipendeva

Gli studenti coinvolti furono molti milioni. Essi furono invitati a non frequentare più le scuole, a restare permanentemente mobilitati per spostarsi in massa là dove era richiesta la loro azione. Era l’esercito che predisponeva sia i mezzi di trasporto per gli spostamenti in massa, sia i campi di accoglienza nei luoghi dove le “guardie rosse” erano chiamate a inscenare le loro manifestazioni di protesta o di intimidazione. Le iniziative erano spesso violente e prevedevano umiliazioni in pubblico di coloro che, a torto o a ragione, erano considerati avversari di Mao. Ci furono molte aggressioni fisiche che fecero un elevato numero di vittime.

Nel 1967, raggiunti i suoi principali obiettivi politici, Mao decise di bloccare il movimento giovanile che tuttavia era ormai in gran parte fuori controllo: gli studenti che facevano parte delle “guardie rosse” non intendevano tornare a scuola e inoltre erano divisi in gruppi in lotta tra di loro. Alla fine fu necessario il risoluto intervento dell’esercito per bloccare le loro attività e le loro lotte intestine.  Nel 1969, la fase della “rivoluzione culturale” era chiusa e Mao era di nuovo al vertice del potere.

Gli ultimi anni della vita di Mao furono afflitti da gravi problemi si salute, per cui rimase estraneo alla politica attiva. Intanto, intorno alla sua figura, venne organizzato il culto della personalità: la sua immagine compariva ovunque e le sue citazioni venivano inserite in tutte le pubblicazioni.

Mao morì il 9 settembre 1976; la sua salma fu esposta per 8 giorni in piazza Tienanmen.

IMMAGINI DELLA RIVOLUZIONE CULTURALE

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I PROTAGONISTI

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Deng Xiaoping

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Liu Shaoqi

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Lin Biao

Vedere anche:

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SHENZEN, LA METROPOLI SMART DEL FUTURO

Shenzhen si trova nella provincia del Guangdong nella Cina meridionale ed ha una popolazione di 12,53 milioni di abitanti (2017).  Occupa una superficie di 2050 kmq ed è posta sul delta del Fiume delle Perle., una regione subtropicale.

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Il fascino inestinguibile della Cina, una grande Nazione in continuo divenire.

Da piccolo villaggio di pescatori a fulcro economico d’Oriente: una delle più moderne città cinesi, paradiso dello shopping e della tecnologia, attrae anche per i suoi insospettabili tesori di arte, cultura e natura. E, non lontano, cè sempre la magia di Hong Kong. Una città vertiginosa, non solo per la skyline, ma anche per la rapidità con cui è decollata.

Shenzhen era semplicemente una città-mercato abitata da 30 mila persone, lungo la linea ferroviaria Kowloon-Canton. Nel 1979 fu ufficialmente nominata città. Nel maggio 1980, Deng Xiaoping decise di lanciare uno dei più audaci esperimenti economici mai tentati prima. Si diede così inizio con Shenzhen al piano sperimentale per trasformare il modello economico tradizionale cinese in un modello più liberale e aperto  a investimenti provenienti da compagnie estere, permettendo a queste ultime di operare e insediarsi all’interno della prima “zona economica speciale” in Cina.  Grazie alla creazione di questa e alle nuove opportunità economiche, la popolazione è cresciuta esponenzialmente.

Shenzhen abbraccia 3 aree:

La Shenzhen Shi, ovvero la città vera e propria, estesa fino al confine con Louhu;

La ZES, la Zona Economica Speciale;

Il Distretto di Shenzhen che si allunga a nord della Zes.

Nonostante le attività economiche siano la linfa vitale della città, Shenzhen offrea al turista curioso insospettabili attrazioni. Innanzi tutto, lo Shenzhen Bowuguan, il “Museo di Shenzhen”, ospitato all’interno del “Parco dei Litchi”, che custodisce manufatti di giada, porcellana e bronzo, oltre a sale dedicate alla storia antica, alla zoologia e al mondo sottomarino.  Per chi ama l’arte, ecco lo Shenzhen Meishuguan, ovvero la “Galleria d’arte di Shenzhen” che accoglie mostre di arte cinese tradizionale.

Imperdibile la Jinxiu Zhonghua, o  splendida Cina, una sorta di Cina in miniatura, affacciata sulla Baia di Shenzhen. A ovest del centro troviamo altri due interessanti parchi a tema: il China Folk Cultue Villages, ricostruzione dei villaggi popolati da minoranze etniche, e il Window of the World, che ospita le miniature dei monumenti più famosi, proiettando l’immagine della Splendida Cina in tutto il mondo.

Il Tempio di Tien Hou, a Chiwan, eretto durante la dinastia Song, distrutto e ricostruito più volte, è anch’esso una attrazione per la parvenza di antichità che evoca.

Per chi ama lo shopping, c’è Luhou Commercial City, cinque piani traboccanti di ogni genere di merci. I MixC Shopping Mall si trova nel tranquillo quartiere Dongmen.

Il Mangrove Seashore Ecology Park è situato di fronte alle paludi Mai Po di Hong Kong, paradiso degli amanti del birdwatching.

Nel 1990 è stato inaugurato lo “Shanghai Sock Exchange”.

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Uno su dieci fra i brevetti essenziali per la costruzione delle reti di telecomunicazione 5G è in mano cinese.  Huawei e Zte, che hanno sede nella metropoli in prossimità di Hong Kong, la fanno da padrone. Il quadro si completa se a questo si unisce il piano “Made in China 2025”, con cui Pechino mira a raggiungere in 7 anni il 70% dell’autosufficienza in vari settori strategici.

Questa zona del Guangdong  da primo esperimento del capitalismo cinese si è poi trasformata in una sorta di Silicon Valley tuttora in trasformazione: il cuore della Cina hi-tech, dove la manifattura spicciola sta lasciando spazio alla ricerca e sviluppo. Ci si sta concentrando per volontà del governo su produzioni di qualità e ad alto valore aggiunto per volontà del governo cinese.

Shenzhen ospita tutti i grandi gruppi hi-tech della Cina.

LA CITTA’ di HUAWEI

Shenzhen produce il 30% del Pil nazionale ed è in continua crescita. Qui ha sede il quartier generale di Huawei, azienda fondata nel 1897 da Ren Zhengfei, un ingegnere dell’esercito della Repubblica Popolare, diventata la terza azienda produttrice al mondo di smartphone.

IMMAGINI

UN PANORAMA DI GRATTACIELI

 

grattacieli

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Diwang Building

 

LUOGHI DI INTERESSE

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Il ponte sulla baia

La sede del Design Museum a Shenzhen, progettata dal maestro giapponese Fumihiko Maki.

Sede del Design Museum

IL TEMPIO DI TIAN HOU (REGINA DEL CIELO) A CHIWAN

tien hou

tian

Camera 360

SEDI DELLE GRANDI IMPRESE

zte

Sede ZTE

Huawei

Sede Huawei

tencent

Il grattacielo Tencent

tpSede TP-LINK

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Vedere anche:

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GENGIS KHAN 1965 – L’AVVENTURIERO MONGOLO CHE CONQUISTO’ LA CINA

 

https://www.youtube.com/watch?v=Uf9vQyEjTf M (eliminare spazio)

https://www.youtube.com/watch?v=Uf9vQyEjTf M

https://www.youtube.com/watch?v=y6Tmg9ydb_U&t=850 s

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=2BwDQK6UuPY&t=57 s

Con questo link si può vedere il film in spagnolo.

 

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Un film hollywoodiano del 1965 ripercorre la vita di Genghis Khan. E’ diretto da Henry Levin. Omar Sharif impersona il leggendario condottiero. Stephen Boyd è Jamuga.

E’ meglio dire chiaramente che non è una ricostruzione attendibile della vita del conquistatore mongolo. Viene omessa la parte relativa alla invasione della Cina, trattata alla fine di questo post. La visita di Temujin all’imperatore cinese è pura invenzione. Così come il duello tra Temujin e Jamuga.

 

 

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Si comincia con la atroce morte di Yesugai, capo di una piccola tribù nomade, condannato ad essere squartato. Jamuga, capo di una tribù rivale,  vuole mostrare a tutte le tribù come viene punito chi attraversa le terre destinate al pascolo. Temujin, il bambino figlio di Yesugai,  osa assalire Jamuga (interpretato da Stephen Boyd), il capo dei Tartari vincitori, che ha picchiato suo padre. Sarebbe ucciso, se non fosse per l’intervento dello sciamano  Geen (interpretato da Michael Hordern) che ricorda una antica profezia: chi uccide quel bambino, che ha una macchia di sangue in una mano, rischia di morire mentre sta compiendo tale delitto. Viene dunque risparmiato, ma sarà costretto ad assistere alla morte per squartamento di suo padre e dovrà sempre portare un collare di pesante legno.

Nell’accampamento viene deriso dagli altri ragazzi, ma viene protetto da Sengal (interpretato da Woody Strode), un mongolo muto, oltre che da Geen.  Recandosi al fiume con Shan viene raggiunto da un gruppo di ragazzi e ragazze che giocano a palla. La palla finisce in acqua e Temujin la raccoglie e restituisce a una ragazza che gli porge la mano per aiutarlo a uscire dall’acqua e dice di chiamarsi Bortej. Sopraggiunge Jamuga che invita Botei a tornare al villaggi con i fratelli; lei dice che non prende ordini da lui  (che risponde: “Per ora!”)

Sopraggiunge Jamuga che le frusta crudelmente. Temujin lo provoca dicendo che non è un atto coraggioso picchiare un uomo incatenato. Jamuga lo fa liberare e Temujin si sbarazza di tutti quelli che cercano di fermarlo e fugge nel bosco. Inseguito da molti uomini, per salvarsi è costretto a gettarsi da una alta cascata.  Lo raggiunge Geen che dice di essere stato guidato da Sengal (interpretato da Woody Strode) che intanto sopraggiunge e si inginocchia davanti a Temjin e mette la sua testa sotto il suo piede in segno di sottomissione.

Temujin chiede a Geen dove potranno andare, se scoperti. Geen disegna tre cerchi: a sinistra c’è Samarcanda che commercia con i Cristiani, mentre a destra c’è il potente impero della Cina. Al centro ci sono le steppe abitaste dai Mongoli, che sono povere perché le tribù sono impegnate a combattersi tra di loro. Temujin dice che le tribù dovrebbero unirsi. Geen dice che i Mongoli sono uniti solo quando sono morti.

Dall’alto si vede arrivare un gruppo di Mongoli della tribù yerki, che portano con loro dei prigionieri salkis. Quando cala la notte Temujin e Segal si infiltrano strisciando nell’accampamento e  uccidono gli uomini di guardia. Raggiungono il gruppo di prigionieri e li liberano. Insieme ad essi strisciano fino ai cavalli, salgono a cavallo e fuggono, portandosi dietro tutta la mandria.

Si mettono in viaggio. Shan, il capo dei prigionieri liberati (interpretato da Telly Savallas) indica i sentieri della carovane che vanno a Tashkent. Dice che il luogo è stato teatro di feroci battaglie con molti morti. Per questo, sono stati firmati trattati che vietano gli attacchi alla carovane di schiavi, come conferma anche Geen. Temujin dice che lui non ha firmato niente e che bisogna trovare delle donne, perché gli uomini non potranno farne a meno a lungo.  Giunge opportunamente una carovana di schiave, che viene bloccata. Il capo-carovana dice che questa è sotto la protezione dello Shah di Khwarezm, ma Temujin dice che tutte le schiave sono libere.

Possono proseguire con la carovana o seguire i suoi uomini all’accampamento,

cosa che tutte fanno. Shan ha adocchiato una già accoppiata, ma deve desistere.

Temujin gli trova una donna del villaggio,che era stata venduta come schiava.

Temujin decide di rapire Bortej per sposarla. Entra nottetempo nell’accampamento di Jamuga con Sengal e la porta via. Segue un alterco, perché la donna pensa che Temujin sia uno schiavo, ma questi dice che gli astri indicano chiaramente il suo destino: riunire le tribù mongole.  Alla fine Bortej si calma e cede. Successivamente, anche i fratelli della donna fuggono e, con l’aiuto di Geen, raggiungono l’accampamento, senza essere seguiti. Ma il fratello maggiore, Subodai, dice che ormai   l’accampamento è stato scoperto, perché si vede chiaramente il bagliore dei fuochi dal villaggio di Jamuga. Questi segue un sentiero indicato da un brandello dell’abito di Bortej e la sorprende mentre è sola al fiume. La rapisce e la porta nella sua tenda e la violenta, nonostante la disperata resistenza di lei.

Sengal, mentre pesca vicino alla cascata, trova un brandello dell’abito di Bortej, poi vengono trovati altri vestiti. Temujin ordina che tutti i carri, tranne uno, si mettano in marcia verso est, evitando il villaggio di Jamuga. Tutti gli uomini prendono d’assalto il villaggio, appiccando il fuoco, e fuggono. Temujin riesca a ritrovare Bortej e a portarla via. La donna gli confessa di essere stata violentata, dicendo che avrebbe preferito morire. Inizia un lungo viaggio verso est, in mezzo a difficoltà di ogni tipo. Fiumi e ripidi pendii non fermano il gruppo di uomini. Assalti lungo le strade carovaniere fanno aumentare il numero di uomini del suo esercito.

Nel loro tragitto si imbattono in una carrozza, priva di una ruota, con tre uomini appiedati, in cerca di aiuto. Il loro capo dice di essere Kam Ling, ambasciatore cinese che ritorna a corte. Dice che la scorta li ha abbandonati e che il cocchiere è fuggito, portando via i loro averi.  Temujin fa riparare la carrozza, grazie a Sengal che solleva l’enorme ruota e la infila nel mozzo.  I tre uomini si offrono di accogliere nella carrozza Bortej, ormai prossima a partorire. Infatti dopo poco, questa mette al mondo un bambino. Confessa che è figlio di Jamuga, ma Temujin dice che, poiché lei è sua moglie, i suoi figli sono figli suoi.

 

Finalmente Temujin, con glia ambasciatori cinesi, giunge alla Grande Muraglia e successivamente alla capitale, dove viene ricevuto dall’imperatore.  Gli uomini vengono invitati a fare un bagno in una grande vasca. Un gruppo di belle fanciulle li aiuta a spogliarsi e a lavarsi.  Geen è un poco recalcitrante, ma si soglia anche lui. Shan invece è entusiasta, ma viene menato dalla moglie gelosa.   L’imperatore ringrazia Temujin per l’aiuto dato agli ambasciatori. Dice di essere amante della pittura e si offre di dare lezioni a Temujin. Dice che lo aiuta a rilassarsi nei momenti di pericolo, come pure le opere letterarie. Dice che i cinesi non conoscono la parola timore e, di fronte alla obiezione di Temujin che la Grande Muraglia serve come difesa dai barbari, dice che serve a proteggere le grandi conquiste della civiltà cinese.

 

Però giunge notizia che un esercito  manciù è entrato in Cina e che un esercito cinese è stato messo fuori combattimento. Temujin offre l’aiuto dei Mongoli. Serve però oro. I fratelli di sua moglie con l’oro raccoglieranno un grande gruppo di guerrieri. L’imperatore però è incerto. Dice che si rischia di sostituire un esercito aggressore con un altro. Kam Ling dice di fidarsi , ma che la moglie e il figlio di Temujin rimarranno a corte come ostaggi. I cognati di Temujin partono per la missione, ma prima ricevono un premio: una notte con una bella principessa.  I giovani sono sorpresi, ma perché rifiutare?

Con l’oro cinese viene raccolto un numeroso esercito mongolo dai tre cognati di TEMUJIN. Le truppe rendono omaggio all’imperatore prima di andare incontro ai nemici.  Nella battaglia sono impegnate anche truppe cinesi che devono fare da esca, fingendo di fuggire.  La sorpresa è che i manciù sono guidati da Jamuga che si è unito a loro con i suoi merki. La manovra di Temujin riesce perfettamente. I manciù ed i merki inseguono le truppe cinesi in fuga e pensano di avere la vittoria in pugno, ma vengono bersagliati dalle frecce degli arcieri nascosti nel bosco. A questo punto i mongoli che stavano nascosti assalgono i manciù da ogni lato, infliggendo loro una disastrosa sconfitta.

Temujin ritorna alla capitale in trionfo e gli viene attribuito il titolo di Gengis Khan, cioè “principe dei combattenti”. Seguono grandi festeggiamenti. Per creare effetti scenografici, viene usata polvere nera che è esplosiva. A questo punto cominciano a sorgere i problemi, perché Gengis Khan vorrebbe ritornare nei suoi territori, mentre l’imperatore lo considera il comandante del suo esercito. Questi, in realtà, ha paura di vedere tornare i mongoli come aggressori e vorrebbe tenerli prigionieri.  Non resta che ricorrere alle maniere forti. Durante i festeggiamenti vengono lanciati fuochi artificiali. Gengis Khan invita l’imperatore ad accendere ulteriori esplosivi e questi accetta. Solo che la quantità di polvere nera usata è molto grande e fa crollare le porte ed una parte delle mura. L’imperatore stesso resta ucciso. I mongoli approfittano del varco creatosi e si dileguano.

La vicenda si conclude con un duello tra Gengis Khan e Jamuga alla maniera mongola. E’ un fatto completamente inventato. Sfidato da Jamuga, per senso dell’onore Gengis Khan accetta questo duello, in cui rischia di soccombere. Viene disarcionato da cavallo, gettato a terra nel duello con la spada. Alla fine riesce ad uccidere Jamuga, ma morirà anche lui per le gravi ferite riportate. Comunque, i merki si sottomettono e si uniscono agli altri mongoli. Si realizza quindi quella unità di tutte le tribù mongole, sognata da Gengis Khan, che farà per due secoli i mongoli padroni del mondo.

In punto di morte Gengis Khan mostra i suoi figli, ancora bambini,  all’esercito dicendo che continueranno la sua opera. In attesa che crescano, Bortej con i suoi fratelli governeranno tutti i domini mongoli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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INFANZIA

 

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Nella mano c’è il segno del destino

 

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Temujin con Geen e Sengal

 

IMPRESE DI TEMUJIN GIOVANE

 

Spiegazioni di Geen

 

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moglie

Le schiave vengono liberate. Una delle schiave ha già un innamorato e rifiuta Shan

 

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ambasciatori

 

 

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Viene rimontata la ruota della carrozza degli ambasciatori cinesi

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BORTAJ

 

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ALLA CORTE DELL’IMPERATORE DELLA CINA

Leggiadre fanciulle lavano i guerrieri

 

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L’imperatore e Kam Ling accolgono Temujin, accompagnato da Geen, Bortej e i fratelli di lei.

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L'imperatore con Kam Ling

L’imperatoe si avvicina a questa dama e le dice dove passerà la notte: ordine evidente di raggiungerlo! 

 

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Temujin con Kam Ling

 

 

JAMUGA

 

 

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LA BATTAGLIA

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I manciù avanzano incautamente e vengono assaliti da ogni lato dai mongoli.

 

BATTAGLIA FINALE

 

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Lo Shah Di Kwaresm

 

 

 

L’IMPERO MONGOLO

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DA  “GENGIS KHAN” DI MICHAEL PRAWDIN

 

Nella primavera del 1211 Gengis Khan radunò nel suo accampamento al Kerulen la sua intera forza militare, tutti gli uomini atti alle armi, dall’Altai fino alle montagne del Chingan.  Ciò che stava per intraprendere era di tale importanza, e avrebbe avuto tanta importanza nel destino di tutti i popoli nomadi, da doversi decidere in una assise ben più imponente di quanto non  possa esserlo un ordinario Consiglio di guerra.

 

I LUOGHI

MONGOLIA

 

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KARAKORUM

Karakorum Antica città della Mongolia, sul fiume Orkhon. Originariamente accampamento mongolo, fu fatta capitale da Genghiz Khan nel 13° secolo, ma fu sostituita come tale da Khanbaliq (od. Pechino) nel 1267. Guglielmo di Ruysbroek la visitò nel 1254; Marco Polo nel 1275. Fu distrutta dai Ming nel 1388.

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FIUME IRTYSH

 

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FIUME AMUR DARJA

Amudar’ja Fiume dell’Asia centrale (2620 km; bacino di 465.000 km2), noto agli antichi sotto il nome di Oxus. Nasce dai ghiacciai (superiori a 6000 m) sparsi sulle catene montuose che sormontano l’altopiano del Pamir, e nel corso superiore, per 1100 km, segue il confine fra Tagikistan, Uzbekistan e Afghanistan. Lo formano diversi rami (scoperti tra il 1885 e il 1895), i quali scorrono in valli abbastanza ampie. Con il nome di Pjandž, scorre prima in direzione Ovest, poi volge a Nord, tagliando trasversalmente l’estremità occidentale delle catene montuose del Pamir; più avanti, con un ampio arco, ritorna in direzione Sud-Ovest e finalmente, dopo aver ricevuto a destra il Vahš e a sinistra il Qonduz, prende il nome di Amudar’ja. Nella regione stepposa della depressione turanica, cioè a poco più di 1/3 del suo corso, non riceve più nessun apporto di acque, per cui, dopo aver attraversato il deserto, giunge al lago d’Aral, dove termina, solo in virtù degli afflussi della regione montana. Verso lo sbocco, ha un corso incerto e si divide in molti rami, con letto notevolmente largo, ma poco profondo. Il delta, lungo 150 km, include una depressione cosparsa di paludi e coperta di canneti e di giunchi. Il regime è abbastanza regolare.

 

 

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19/MO CONGRESSO DEL PARTITO COMUNISTA CINESE (OTTOBRE 2017)

Domenica 5 novembre 2017, Donald Trump è atterrato in Giappone, prima tappa del suo tour di 9 giorni in Asia.

IL CONGRESSO SI CHIUDE!

 

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Xi Jinping pronuncia un discorso all’incontro con la stampa alla chiusura del 19esimo Congresso

 

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Xi Jinping presenta i nuovi eletti: Li Keqiang, Li Zhanshu, Wang Yang, Wang Huning, Zhao Leji and Han Zheng

 

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Xi Jinping, segretario generale del Comitato Centrale del Partito Comunista della Cina, e gli altri nuovi eletti del Comitato Permanente dell’Ufficio Politico del 19th CPC Central Committee (Li Keqiang, Li Zhanshu, Wang Yang, Wang Huning, Zhao Leji and Han Zheng) arrivano per incontrare la stampa alla Great Hall of the People in Beijing, Oct 25, 2017. [Photo/Xinhua]

Xi Jinping è stato eletto Segretario Generale e Presidente della Commissione Centrale Militare.

Lista dei membri del Political Bureau  of the 19th Communist Party of China (CPC) Central Committee :
Ding Xuexiang, Xi Jinping, Wang Chen, Wang Huning, Liu He, Xu Qiliang, Sun Chunlan (female), Li Xi, Li Qiang, Li Keqiang, Li Hongzhong, Yang Jiechi, Yang Xiaodu, Wang Yang, Zhang Youxia, Chen Xi, Chen Quanguo, Chen Min’er, Zhao Leji, Hu Chunhua, Li Zhanshu, Guo Shengkun, Huang Kunming, Han Zheng and Cai Qi.
Sono stati eletti alla prima sessione plenaria del CPC Central Committee.

Xi Jinping inizia il suo secondo mandato di cinque anni alla guida della seconda economia del mondo, forte dell’ingresso del proprio nome nella Costituzione del Partito comunista cinese e senza aver nominato un successore. Questa mattina (25 ottobre 2017) nella Grande Sala del Popolo affacciata sulla Tian’anmen è sfilato il nuovo Comitato Permanente. E’ stato però subito chiaro che tra loro non c’era nessuno abbastanza giovane da poter sostituire, nel 2022, Xi Jinping alla guida della Cina. Il presidente cinese ha così rotto una tradizione che andava avanti da un quarto di secolo – anni in cui il potere a Pechino è stato condiviso all’interno di una leadership collettiva – e che imponeva al presidente cinese, alla fine del primo mandato, di nominare un successore.

Nel nuovo Comitato permanente continueranno a sedere per altri cinque anni Xi Jinping e il capo del governo, Li Keqiang. Mentre i nuovi cinque membri – tutti con un’età compresa tra i 60 e i 67 anni – provengono dalle diverse fazioni del Partito comunista. Li Zhanshu: da decenni amico di Xi Jinping, già consigliere e sostenitore del presidente negli ultimi cinque anni. Wang Yang: esponente della Lega della Gioventù Comunista vicina all’ex-presidente Hu Jintao, in passato segretario del Partito nella ricca provincia del Guangdong, dove si è distinto per aver enfatizzato il ruolo del mercato e della società civile. Wang Huning: docente universitario e consigliere politico di tre generazioni di leader cinesi. Zhao Leji: che assumerà la guida della potentissima commissione incaricata della lotta alla corruzione. Han Zheng: già segretario del Partito comunista di Shanghai, roccaforte del potere dell’ex-presidente Jiang Zemin.

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Al momento Xi è il nuovo imperatore della Cina. La Repubblica popolare è entrata nella sua terza fase, dopo il trentennio di Mao Zedong che riscattò il Paese fondando lo Stato comunista e dopo Deng Xiaoping che soccorse l’economia. Ora è il momento di Xi, che ha tracciato progetti fino al 2050: ha nelle mani una Cina diventata grande potenza economica e reclama un ruolo di guida mondiale.  E anche per questo obiettivo ha una strategia e una chiara visione sul futuro delle relazioni internazionali. È aiutato dalla confusione della presidenza Trump, che minaccia protezionismo commerciale, soluzioni militari con Iran e Nord Corea, non crede negli Accordi di Parigi sul contrasto al riscaldamento terrestre.

SI COMINCIA!

Si comincia! Xi inizia a parlare poco dopo le 9 del mattino a Pechino accolto da un lungo applauso, dopo essere entrato seguito dagli ex presidenti Jang Zemin e Hu Jintao. Il silenzio cala tra i 2280 delegati delle province, riuniti nella Grande Sala del Popolo in piazza Tiananmen, Il presidente inizia parlando di Taiwan che Pechino considera una provincia ribelle e ricorda che proprio il suo governo ne ha impedito l’indipendenza. Parla di Hong Kong, dove assicura che  la Cina esercita il  potere nel rispetto della Basic Law.

 “L’economia cinese non chiuderà le porte al mondo” afferma Xi Jinping tra gli applausi dei delegati, ma “Pechino non copierà mai i sistemi politici stranieri”. Quindi: sì alla economia di mercato, ma niente democrazia. È “la dottrina del socialismo con caratteristiche cinesi per la nuova era”: la denominazione ufficiale del pensiero del nuovo Mao viene svelata dopo oltre tre lunghissime ore di discorso.
Xi promette anche un cielo sempre più blu che risplenderà grazie a una “sempre più incisiva” lotta all’inquinamento, anche se, per la verità, il cielo si è ingrigito all’apertura del Congresso.

Xi afferma che il partito “deve mantenere il controllo più deciso delle forze armate” e promette di costruire “un esercito di prima classe”. Infine, la Cina farà di tutto per “combattere” il terrorismo, che comprende anche gli indipendentisti islamici uiguri e i bonzi tibetani.

Ecco dunque “il socialismo in caratteristiche cinesi per la nuova era”. Xi disegna il suo China Dream, il sogno cinese che entrerà nella costituzione del partito e comincia a citare i suoi slogan: “i quattro comprensivi”, “i quattro cardini della “fiducia”. Giura che il partito “non cambierà mai colore” e deve anzi “permeare tutti gli aspetti del diritto; parla del “modello cinese” che può essere da esempio agli altri paesi.

L’unico vero Congresso che conta nella vita della Repubblica popolare non riserverà certo sorprese: martedì prossimo incoronerà per un secondo mandato l’onnipotente Xi. Il dubbio è un altro: il Congresso individuerà, com’è successo fin qui, il Delfino destinato a succedergli tra cinque anni? Oppure Xi si limiterà a rafforzare la squadra con uomini di fiducia stretta che gli permetteranno di restare in sella anche oltre la scadenza naturale?

E chi saranno gli uomini di questa squadra? Uno dei favoriti è  Chen Min’er, 57 anni,  assurto nella posizione di capo della super metropoli Chongqing, dopo il defenestramento a sorpresa questa estate di Sun Zhengcai. Un altro è Wang Yang, 62, il vicepremier che incalza il capo del governo Li Keqiang.

La Cina, tra due settimane, accoglierà Donald Trump che, nel suo viaggio in Estremo Oriente, si spingerà fino in Corea per sfidare dal Sud quel Kim Jong-un che dal Nord minaccia il mondo. Sarà una occasione per cominciare a delineare concretamente la Cina futura. “Non sarà una passeggiata nel parco” dice Xi. C’è da credergli.

 

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PRELIMINARI

IL MEETING PREPARATORIO

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Il meeting è presieduto da Xi Jinping

 

MEDIA CENTER

 

L’efficientissimo (auspicabilmente) media center

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sala

opuscoli

Arrivano i delegati

 

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Misure di sicurezza in Tibet

 

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Esercitazione di 2600 poliziotti nello Hubei per garantire la sicurezza

 

LE PREVISIONI

Salito al potere nel 2012, da allora il presidente cinese è riuscito ad accentrare nelle sue mani tanto potere come non si vedeva da decenni a Pechino. In questi anni, Xi ha stravolto alcune dinamiche e tradizioni con cui è stata governata la Cina nell’ultimo quarto di secolo, facendo della sua carismatica presidenza l’inizio di una nuova fase politica che si propone di cambiare il volto del Paese per i prossimi trent’anni. Fin da subito, Xi Jinping ha chiarito che il suo ambizioso progetto prevede il «grande rinascimento della nazione cinese» entro il 2049:  il traguardo è proprio quello di rendere i cinesi più sicuri del proprio sistema economico, politico e culturale.

Xi tornerà anche a rivendicare i successi nella campagna contro la corruzione che ha punito centinaia di migliaia di funzionari, ma che è stata usata anche per metter fine alla carriera di alcuni astri nascenti sulla scena politica di Pechino che rischiavano di fare ombra al «nucleo» del Partito. Sul fronte interno restano aperte le sfide rappresentate dalla turbolenta periferia della Repubblica Popolare: Tibet, Xinjiang, Taiwan e il movimento democratico di Hong Kong. Il grande rinascimento della Cina passa anche dalla svolta che Xi ha imposto al ruolo internazionale del colosso asiatico. In Cina non si era mai visto un presidente così “viaggiatore” – oltre che così attivo sui principali dossier della politica estera. Pilastro della politica estera di Pechino rimane la Belt and Road: l’iniziativa economica e strategica promosso da Xi Jinping nel 2013 e che si propone di collegare il continente Euroasiatico attraverso una capillare rete di infrastrutture. Un piano Marshall con caratteristiche cinesi, secondo alcuni. Un’iniziativa che ha consentito a Pechino di rafforzare le relazioni con alcuni Paesi della regione, compresi alcuni dei principali alleati degli Stati Uniti in Asia. 

 

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Il Partito comunista cinese terrà il 19/mo congresso dal 18 ottobre: lo riportano i media ufficiali come l’agenzia Nuova Cina e la tv di Stato Cctv. L’evento, a cadenza quinquennale, è attesissimo questa volta, in quanto dovrebbe vedere il consolidamento della leadership del presidente Xi Jinping, che è anche Segretario Generale del PCC,  nonché la scelta delle nuove posizioni di vertice, con il rafforzamento degli esponenti della cosiddetta “sesta generazione”.

I Congressi del Partito Comunista, che hanno luogo in Cina ogni cinque anni tendono ad essere di due tipi: di consolidamento o di transizione. Quelli che hanno luogo ogni 10 anni permettono una transizione da un leader a un altro e spesso da una generazione politica ad un’altra. Quelli intermedi, come l’imminente 19esimo,  portano di solito ad un consolidamento del leader in carica e della sua agenda. Così succederà questa volta. Si prevede infatti un impressionante consolidamento del potere di Xi Jinping. Questo Congresso ci offrirà un ritratto del partito e del paese che avanzano inesorabilmente verso maggiore ricchezza e potere,  verso riforme, apertura e standing internazionale e implementazione del pensiero di Xi Jinping.  Circa metà dei membri del Comitato Centrale e del Politburo cambieranno, come pure cinque dei sette membri del Comitato Permanente del Politburo.

Deng Xiaoping aveva enfatizzato il fatto che la eccessiva concentrazione di potere nella persona di Mao Zedong aveva condotto a due disastrosi decenni, dal 1956 al 1976.  Per eliminare questa malattia, nei quattro decenni successivi si era cercato di distribuire il potere tra i membri più importanti del partito, separare il partito dal governo e decentrare il potere da Pechino alle province.  L’intero sistema decisionale doveva essere basato sulla consultazione e sulla condivisione. L’accumulazione di potere personale da parte di Xi e la sua aggressiva campagna anticorruzione, pur necessaria, hanno profondamente minato il sistema. La campagna anticorruzione ha sistematicamente distrutto molte fazioni nel partito, nello stato, nell’apparato militare e di sicurezza. Xi ha completamente distrutto le basi di potere dei suoi due predecessori, Jang Zemin e Hu Jintao, le fazioni di Shanghai e della Youth League rispettivamente.  In campo militare, 4000 ufficiali, 100 generali e 4 membri della Commissione Centrale Militare sono stati sollevati dai loro incarichi.  Si ha dappertutto un accentramento ed un avanzamento dei fedeli di Xi. Un sistema così accentrato rischia di essere fragile, perché non c’è un feedback verso il centro.

Nonostante Xi detenga un potere paragonabile a quello di Mao Zedong anni migliori, non ha ancora la forza sufficiente per cambiare la Cina come vorrebbe. A partire dalla riforma delle aziende di Stato, poco performanti e assai efficienti, invece, nell’alimentare la corruzione. La resistenza dei quadri medio-alti  alla campagna anti-corruzione lanciata da Xi  e l’opposizione di consolidati interessi ai programmi di privatizzazione di parte delle aziende pubbliche è molto forte. E determina uno stallo che il presidente intende superare sulla spinta del prossimo Congresso aprendo così una nuova fase politica che potrebbe spingersi oltre il termine normalmente stabilito per la fine del mandato presidenziale, nel 2022.

Ci sarà una accelerazione delle riforme economiche? Se Wang Qishan diventerà il nuovo premier,  c’è da aspettarsi una più decisa attuazione delle riforme. è l’unico che ha la competenza economica e il prestigio politico per raggiungere tale obiettivo: sarebbe il meglio per la Cina. Se no, si continuerà l’investimento in infrastrutture e la crescita del debito delle imprese e delle amministrazioni locali. Dove  sicuramente ci sarà continuità, sarà in politica estera, con i primo piano il programma One Belt, one Road.

 

 

 

 

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La nuova “media newsroom” del Press Center

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Avviati i servizi di accoglienza

 

 

 

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Entro l’anno la Cina ultimerà una blacklist a livello nazionale con lo scopo di catalogare e svergognare pubblicamente quanti non sono ancora stati in grado di ripagare i prestiti bancari accumulati. Secondo il progetto, promosso congiuntamente dalla Corte suprema del Popolo, dal Dipartimento della Propaganda e dalla China Banking Regulatory Commission, quanti non riusciranno a ripianare una situazioni debitoria  vedranno il proprio nome, fotografia, indirizzo e ammontare del debito resi pubblici attraverso vari canali, come giornali, radio, televisione.

 

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HONG KONG – UN PAESE DUE SISTEMI

“La Ue esprime profonda preoccupazione per le misure adottate dalla Cina il 28 maggio, che non sono conformi ai suoi impegni internazionali , né alla costituzione di Hong Kong e rischiano di compromettere seriamente il principio ‘un Paese, due sistemi’ come pure l’elevato livello di autonomia della Regione amministrativa speciale di Hong Kong”. Lo ha detto l’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza della Ue Josep Borrell al termine della riunione.

Il 28 maggio l’Assemblea nazionale cinese all’unanimità ha approvato le norme che vietano atti sediziosi e interferenze straniere e ha deciso l’istituzione di una forza di polizia politica cinese nell’ex colonia britannica, aggirando così il Parlamento di Hong Kong, dove sono arrivate nuove proteste, dopo quelle dell’anno scorso per la contestata legge sull’estradizione. Oggi gli attivisti si sono riuniti in strada e hanno occupato un centro commerciali con striscioni che recitano: “Hong Kong indipendente”.

Continua a salire la tensione tra Gran Bretagna e Cina, dopo che il Regno Unito ha annunciato che se Pechino continua su questa china di ingerenza, è pronto a concedere una cittadinanza facile a oltre 300 mila residenti di Hong Kong. 

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Le elezioni a Hong Kong non sono andate come la Cina sperava: anzi. I candidati del fronte di opposizione democratica hanno spazzato via il campo pro-Pechino in 17 dei 18 Consigli di quartiere. Che cosa succede, ora? Il risultato può aggravare la crisi, prima che si risolva in un senso o nell’altro.

La grande maggioranza dei cittadini di Hong Kong  ha votato contro il governo della città e quello di Pechino. Neanche la stanchezza per una crisi che da sei mesi sconvolge la vita quotidiana della City ha spinto la gente a ridare credito alla governatrice. Xi Jinping osserva da Pechino. Ancora a inizio novembre ha convocato Carrie Lam, ribadendole fiducia e incitandola a riportare l’ordine.

La signora ha parlato dopo la sfiducia emersa dalle elezioni. Dice che il governo «ascolterà umilmente i cittadini». Ma insiste ad affermare che la gente è stanca del caos e chiede di risolvere i problemi sociali. Pensa ancora di spegnere la piazza mettendo mano al ricco portafoglio statale, come fa da anni Pechino con successo. Si può osservare che in nessun Paese democratico un governo reggerebbe a questo urto popolare senza doversi dimettere. Ma la «democrazia con caratteristiche cinesi» funziona in modo diverso, anche nella «speciale» Hong Kong retta dal principio «Un Paese due Sistemi».

 

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Carrie Lam

 

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Il capo esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam ha ritirato la legge sulla estradizione. E’ la prima vittoria dei manifestanti.


 

Da molte settimane sono in corso manifestazioni contro le ingerenze della Cina.

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Per 2 giorni l’aeroporto è stato occupato dai manifestanti.

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Hong Kong é la città più visitata al mondo: nel 2017 ha accolto 27,8 milioni di turisti.

Il principio “un paese, due sistemi”, alla base degli accordi per il ritorno della città-stato alla madrepatria, ha trovato felice applicazione, come ampiamente riconosciuto dalla comunità internazionale. La “Hong Kong Special Administrative Region” (HKSAR) è stata amministrata con un ampio grado di autonomia, in accordo con la Basic Law.

Venti anni fa, gli inglesi lasciarono l’isola al suo destino cinese. Oggi la megalopoli è un melting pot sempre più aperto al mondo, tra gastronomia di altissima qualità, architetture e shopping estremo. Subito dopo avere brindato alla nuova Hong Kong cinese, il principe Carlo ed il governatore uscente Chris Patten  presero la via del ritorno a Occidente.  Era la notte tra il 30 giugno ed il primo luglio 1997.  A bordo dello yacht reale Britannia si erano riunite le più alte autorità del governo coloniale appena destituito. Così come erano entrati  per la prima volta nel 1839 nel “porto profumato” (la traduzione di Hong Kong in cantonese), gli inglesi lasciavano l’isola per mare: un modo simbolico di sancire l’handover, cioè il trapasso. Tutto avvenne in una atmosfera di grande tranquillità. Successivamente, le cose cambiarono  marginalmente e molto lentamente. I veri cambiamenti avverranno nel 2047, quando la fase di handover sarà conclusa e la città sarà cinese al cento per cento, senza common law e istituzioni intermedie. La Cina non ha fretta.  Nonostante le sue dimensioni ridotte, riesce a essere diversa da ogni altra città della Cina. Ha ancora il potere di attrarre giovani talenti dal resto del mondo, incuba start-up, protegge i suoi parchi naturali e offre servizi di intermediazione finanziaria con il gigante cinese.

 

Hong Kong sfrutta la immagine di metropoli cosmopolita con ristoranti a ogni angolo, alberghi di lusso, centri commerciali, bar sontuosi, corse dei cavalli, e quant’altro. Ma sono i suoi aspetti più inattesi -isole lussureggianti, templi, colline, spiagge e passeggiata nella natura – a renderla una meta così appagante.

L’isola di Hong Kong fu ceduta agli inglesi “in perpetuità” con il trattato di Nanchino del 1842, che pose fine alla Prima Guerra dell’Oppio. Esso fu ampliato nel 1860 per includere  Kowloon e, nel 1898, per comprendere i Nuovi Territori, in affitto per 99 anni. La Cina se l’ebbe a male per lungo tempo. Durante la Rivoluzione Culturale (1966 – 1976), Hong Kong si preparò a fronteggiare la invasione cinese, che però non ebbe luogo. Mao Zedong sapeva che Hong Kong era una utile porta sul mondo esterno e una fondamentale fonte di valuta straniera. Il contratto di affitto dei Nuovi Territori scadeva nel 1997 e si era della idea che la intera colonia dovesse essere restituita. L’unica richiesta era che il modo di vita di Hong Kong fosse conservato per i cinquanta anni a venire. La dichiarazione congiunta sino-britannica fu firmata dall’allora Primo Ministro Margaret Thatcher e da Deng Xiaoping e si redasse una legge di base per Hong Kong.


Passeggiando spensierati tra i grandi boulevard di Hong Kong, all’ombra dei grattacieli affastellati, nell’abbaglio di schermi pubblicitari e tra le auto di lusso non è percepibile quanto il dragone cinese stia stringendo le sue spire sull’indipendenza politica di Hong Kong.

Uno spettro s’aggira per queste isole, quello della superpotenza con il più grande prodotto interno lordo al mondo, che penetra subdolo nei gangli di finanza, edilizia, media e telecomunicazioni con una strategia subdola per conquistare economicamente Hong Kong, soggiogandola anche politicamente.  Nel 1997, il Regno Unito consegnò Hong Kong alla Cina con un dichiarazione precisa. La Sino-British Joint Declaration garantiva il mantenimento dell’attuale sistema politico fino al 2047. Ma negli ultimi anni,  la crescita del potere cinese nella capitale finanziaria non è solo accelerata, ha imboccato una strada legale verso la conquista totale.

 

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Lo sviluppo del porto di Shanghai ha fatto sì che  Hong Kong, che per decenni era stato il primo della Cina e il primo sul pianeta scivolava indietro perdesse posizioni nella classifica globale. Dopo essere rimasto al quinto posto, dietro Singapore, Shenzhen, Ningbo-Zhoushan. L’anno scorso è stata spodestata dal quinto al sesto posto da Busan, un concorrente sudcoreano che domina il transhipment nella baia di Bohai nel Mar Giallo, a nord-est della Cina.

Va rilevato che il Guangdong, da sempre considerato la fabbrica del mondo, l’area più industrializzata della Cina, si affaccia sul Pearl River Delta. Hong Kong è stato l’ub sovrano di questa costa, favorito da molteplici fattori. Il principale era costituito dalle leggi cinesi che impedivano alle società straniere di trasportare merci all’interno del Dragone. Hong Kong è stato quindi l’hub chiave per il transhipping, cioè il carico e scarico da nave madre e ritiro e consegna da e verso i porti cinesi del sud-est asiatico di minori dimensioni. Chiatte sui fiumi navigabili, imbarcazioni più piccole lungo le coste, camion e treni trasportavano da Hong Kong ogni tipo di merci. La costruzione di nuovi e più grandi scali marittimi, in grado di operare su grandi navi di ultima generazione, vicini alle grandi fabbriche disseminate nel paese, con costi ridotti, ha portato al declino di Hong Kong.

 

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LUOGHI DI INTERESSE

 

IL CENTRO CONGRESSI

 

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KOWLOON PARK

 

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Il Kowloon Park è un rifugio dallo smog e dal caos di Tsim Sha Tsui. Le piscine sono aperte da aprile a ottobre. Questa area è situata alla estremità di una delle aree immobiliari più costose del mondo. E’ costruito in classico stile cinese ed è pieno di fiori e di alberi.

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By Hokachung – Own work, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=21355419

Il Cross Harbour Tunnel attraversa la baia, collegando la terraferma di Kowloon all’isola.

 

LE VIE E LA VITA CITTADINA

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I caratteristici tram a due piani, chiamati ding ding per lo scampanellio

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Una scuola di taichi

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Nonostante le perenni nebbie asiatiche, Hong Kong è la capitale mondiale del turismo.

 

 

TEMPLI

 

 

MAN MO TEMPLE

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Sorge su Hollywood Road ed è uno dei più antichi templi della Cina. Già esistente prima dell’arrivo degli inglesi, è dedicato alle arti civili e marziali. Dalle pareti pendono enormi e pittoresche spire di incenso.

IL TEMPIO DI WONG TAI SIN

 

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Pullulante di fedeli che, tra il fumo dell’incenso, lanciano chim – bastoncini di bambù usati per predire il futuro – questo tempio conferisce una nota di colore alla moderna Kowloon. E’ dedicato a Wong Tai Sin, una divinità taoista molto venerata a hong Kong e nella regione circostante. Quando era pastore nella provincia di Zhejiang, Wong Tai Sin apprese da un immortale l’arte di guarire; per questo il tempio è molto frequentato da malati desiderosi di riacquistare la salute. L’edificio raccoglie una splendida mescolanza di fedi.  Il corpo principale ospita una immagine di Wong Tai Sin e del dio Scimmia, un essere mitico. Oltre, nella Sala dei Tre Santi, si trovano la statua della  dea buddhista Guanyin, di Guandi e degli Otto Immortali taoisti. La sala confuciana è detta Padiglione Qilin dall’animale mitico spesso associato a Confucio e ai re. Durante il Capodanno e il compleanno di Wong Tai, il ventitreesimo giorno dell’ottavo mese lunare, l’atmosfera è carnevalesca.

La struttura del tempio è imbevuta della dottrina feng shui. Il padiglione bronzeo, a est, rappresenta il metallo (che produce acqua e, a sua volta, è prodotto dalla terra durante la fase di creazione e distruzione dei cinque elementi). Gli elementi legno, fuoco, terra e acqua si manifestano nelle altre sale. Il tempietto Yue Heung contiene un ritratto del Buddha della lampada; la raffigurazione include il fuoco, mentre il muro di mattoni nella parte anteriore della sala rappresenta la terra. Nella Sala delle Scritture sono conservati gli insegnamenti di Wong Tai Sin; la scrittura lignea rappresenta il legno nel ciclo primordiale, la fontana davanti alla sala simboleggia l’acqua.

 

 

VISTE DAL MARE

 

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La caratteristica imbarcazione chiamata junk

 

IL NUOVO PONTE

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La striscia di asfalto che da oggi collega Hong Kong, Macao e Zhuhai rappresenta una meraviglia dell’ingegneria. Nove anni dopo l’inizio dei lavori, sarà inaugurato oggi (23 ottobre 2018), alla presenza del presidente cinese XI Jinping, il mega-progetto infrastrutturale lungo 55 chilometri – il ponte sul mare più lungo al mondo – che promette di tagliare i tempi di collegamento tra la Cina e le ex-colonie europee.

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VISTE DALL’ALTO

 

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Hong Kong city view from peak

 

 

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Nelle grandi metropoli i prezzi dei grattacieli al metro quadro  sono considerati il vero benchmark del mercato immobiliare e questo indicatore dice che, in alcuni Paesi, il real estate scoppia di salute.  A Hong Kong la corsa del mattone non conosce ostacoli ed i prezzi sono così alti da renderli inaccessibili alla classe media: 74 mila euro al metro quadro! Per fare un paragone, i grattacieli di Tokyo costano il 40% di meno.

 

IL FIUME DELLE PERLE (YUE JIANG)

Il Fiume delle Perle è il terzo fiume cinese per lunghezza 2214 km), dopo il Fiume Azzurro e il Fiume Giallo ed il secondo per portata. Più che di un fiume, si tratta di un sistema fluviale, costituito dai fiumi Xi Jiang, Bei Jiang e Dong Jiang. Sbocca nel Mare Cinese Meridionale, tra Hong Kong e Macao.

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canton e fiume delle perle

Il Fiume delle Perle a Canton

 

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THE MESSAGE – UN FILM DEl 1976 SULLA NASCITA DELL’ISLAM

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http://www.dailymotion.com/video/x2ewzp 3 (rimuovere lo spazio)

https://archive.org/details/The-Message-1976-StoryofIslam #

https://archive.org/details/The-Message-1976-StoryofIslam# (secondo tempo)

 

 

 

 

Il film è stato approvato dai dotti della Università di Al-Azhar al Cairo. Siccome viene considerato irriverente riprodurre l’immagine di Maometto, questi non compare mai e gli avvenimenti vengono raccontati.  Così pure è approvato dall’Alto Congresso della Shiat in Libano. Il film è prodotto e diretto da Moustapha Akkad.

 

TRAMA

 

Si comincia dalla fine. Tre cavalieri attraversano il deserto e poi si dirigono in diverse direzioni. Vediamo il primo arrivare alla corte di Bisanzio e leggere all’imperatore Eraclito un messaggio di Muhamed. “In nome di Dio, clemente e misericordioso, da Muhamed, il messagero di Dio a Eraclio, imperatore di Bisanzio. La pace sia su colui che segue la retta via. l Abbraccia l’Islam per la tua salvezza. Un consigliere dice a Eraclio che si tratta di un nuovo profeta in Arabia.  L’imperatore chiede se è come quando Giovanni Battista, uscendo dal deserto, si recò da Erode ad ammonirlo sulla salvezza. Chiede quindi al messaggero chi ha dato a Maometto simile autorità e gli viene risposto che Dio lo ha mandato in segno di misericordia verso l’umanità. Lo stesso messaggio viene portato a  Muqawqis, Patriarca di Alessandria e a Kisra, Imperatore di Persia, che insulta il messaggero, dicendo che chi puzza di cammelli e di capre non può dire alla Persia chi deve adorare e strappa il foglio.

 

LA MECCA NEL MEDIOEVO

 

 

Ci vengono poi  presentate immagini della città di La Mecca, che è una ricca città di commercianti, che ha per di più il privilegio di ospitare gli dei adorati dagli arabi nella Kaaba. Seicento anni dopo Cristo,  al tempo dei secoli bui in Europa e quando i grandi imperi erano in decadenza, nacque a La Mecca Maometto. Durante il periodo del pellegrinaggio alla Mecca avevano luogo le fiere commerciali e vigeva la “Tregua di Dio”. I preti del deserto portavano i loro idoli che venivano custoditi nella Kaaba. Il luogo santo  di Abramo era ora diventato un luogo di idolatria, ospitando non meno di 360 idoli.  Houbal era un idolo gigantesco che era stato portato dalla Palestina dalla tribù Khuza’ah che aveva come capo  Rabi’ah.  I tre idoli principali erano i tre Garaniq: Al-Lat, Al-Uzza e Manat.

 

Abu Safian, che passeggia, seguito dallo suo schiavo che regge il parasole, chiede a Umaya, seguito da Bilal, suo schiavo,  che regge il suo parasole,  se ha contato gli dei arrivati; questi risponde di no, ma dice che sono oro. Arriva una carovana dalla Siria; vengono fatte arrostire cento pecore per loro e dieci agnelli per dimostrare la ospitalità della Mecca. Ci si preoccupa anche dei poeti, che sono venuti per la fiera e viene offerto loro pane e acqua. Un poeta improvvisa alcuni versi per Abu Sofian, che lo ricompensa con delle monete. Una donna (che poi si apprende essere la moglie di Abu Safian) esamina della seta della Cina e ne ordina sette tagli. Il venditore vanta la sua merce:  dice che è morbida per le membra e bellissima allo sguardo; solo dopo ha luogo la vendita:  chiede 20 dinar, ma deve accontentarsi di 15.

Vediamo l’introduzione di un nuovo idolo nella Kaaba. Abbas, che apprendiamo essere zio di Maometto, e sua moglie provvedono a collocarlo al suo posto. La donna dice che è innaturale passare la notte in una grotta, quando uno  ha una moglie ricca e potrebbe godersi la vita. Provocare la collera di Al-Uzza che conserva la nostra salute, di Manat, il dio della prosperità, di Allat, il dio della famiglia e delle tribù,  e di Hubal che fa partire le carovane e predice il futuro, è pericoloso: soprattutto a portata di orecchi di essi.

 

 

L’INCONTRO CON DIO

 

Maometto era rimasto orfano all’età di sei anni. Quando sua madre Amina morì, fu portato dal vecchio nonno Abd-al-Mouttalib che da allora si prese cura di lui, ma dopo due anni morì. Fu allora lo zio Abu-Talib il suo tutore. Questi era molto povero ed aveva una famiglia numerosa.  Il primo “incontro di Maometto con Dio” ebbe luogo nell’anno 610. Maometto aveva allora quaranta anni ed era sposato da 15 anni con Kadidjia. Conduceva una vita anonima, senza preoccupazioni materiali. Tutti gli anni trascorreva un periodo di ritiro in una caverna sul monte Hira (“la montagna della luce”), per pregare e meditare. Così facevano, a partire da una certa età, gli uomini della Mecca.

Così si verificò il grande avvenimento. Maometto era disteso, avvolto nel suo mantello (il bourda).  Improvvisamente una creatura vestita di bianco e avvolta in una nuvola di luce lo risvegliò, gli porse una stoffa di seta, su cui era scritto un testo a lettere d’oro e gli ordinò di leggere (“Ikra”). Maometto rispose che non sapeva leggere. L’angelo allora lo afferrò per le spalle, lo strinse  e per la seconda volta gli ordinò di leggere. Maometto rispose ancora che non sapeva leggere. La violenza dell’ordine, accompagnata da una scossa, aumentò ancora.  Allora chiese: “Che cosa debbo leggere?”. L’angelo che aveva stretto Maometto talmente forte da fargli credere di dovere morire lo liberò e recitò. Maometto ripeté dopo l’angelo: “Annuncia in nome del Signore che creò l’uomo … e gli insegnò ciò che non sapeva….”. L’angelo si allontanò e Maometto rimase solo. Non appena fu giunto a metà della montagna, una voce lo richiamò: “Maometto, tu sei il messaggero di Allah ed io l’arcangelo Gabriele!”.  L’arcangelo Gabriele era lì sotto forma di uomo, con i talloni uniti. L’angelo alla fine si allontanò e Maometto si trascinò fino alla sua casa.

Naturalmente non vediamo tutto questo, coerentemente con la scelta di non mostrare immagini di Maometto. Lo apprendiamo perché Zaid (Zaid-ben-Haritah), giovane schiavo siriano che Maometto aveva adottato, racconta ciò che è successo. Vediamo Abu Talib che dice che è sempre triste, quando la fiera è finita, perché potrebbe non vedere la successiva. Arriva Zaid di corsa, chiedendo se Maometto era andato a casa sua, perché mancava da tre giorni.  Quindi era rimasto sempre nella grotta, cosa strana e preoccupante.

 

Abu Talib, lo zio, chiede chi conosce la notizia: Kadidjia, Alì, Abu Bakr e lui stesso che è figlio adottivo. Abu Talib chiede discrezione: forse si è trattato di un sogno. Comunque continuerà a proteggerlo. Poi dice che, in fondo, Dio aveva parlato a Mosé da un cespuglio in fiamme.

 

I primi seguaci di Maometto si radunano la notte e si ripetono i suoi insegnamenti. Zaid chiede a Musab come i meccani  possano affermare che è tutta una invenzione, quando queste cose sono già state dette. Altri profeti sono stati già inviati da Allah, come Abramo, Mosé e Gesù, ma non sono stati ascoltati. Adesso il messaggio è stato detto a Maometto e si dice che è nuovo. Bussano alkla porta: è Jafar  che porta un foglio con scritta la parola di dio. “Quando il sole precipiterà  e le stelle cadranno e le montagne svaniranno, quando i cammelli piccoli e grandi saranno abbandonati, quando le bestie selvatiche saranno raggruppate insieme,  quando i mari si innalzeranno, quando le anime saranno messe in fila, quando la bambina che viene sepolta viva chiederà che crimine ha commesso, quando i libri saranno aperti e il cielo sarà strappato via, ogni anima saprà come ha operato.” Si sente il canto del gallo e i giovani si separano.

 

CONFLITTI E PERSECUZIONI

 

I potenti meccani chiedono ad Abu Talib di offrire a Maometto una posizione e denaro e le chiavi della Kaaba, purché cessi la sua predicazione, che offende gli dei degli arabi.  La ricchezza della città deriva in notevole misura dal culto degli idoli che potrebbero abbandonare La Mecca e dare i loro benefici ad un’altra città.  Egli afferma che i morti possono risorgere, cosa insensata. E’ ridicolo che un uomo, visto ieri nella strada, diventi improvvisamente il messaggero di Dio. La su predicazione inoltre crea conflitti nelle famiglie perché mette i giovani, attratti dal nuovo messaggio, contro i genitori.  Presso gli Arabi, i figli devono obbedire ai genitori.

Lo zio dice a Maometto che, se non smette la sua predicazione, gli faranno del male e faranno del male anche a lui che è vecchio. Ma Maometto risponde che, anche se gli mettessero in una mano il sole e nell’altra la luna, non rinuncerebbe alla parola di Dio.

I giovani che hanno partecipato alle riunioni sono aspramente rimproverati dai loro genitori.  Il primo è Hudayfa, figlio di Otba,  che viene rimproverato aspramente dal padre, dal fratello Waleed e dalla sorella Hind. Il padre gli dice che gli ha dato tutto e lui risponde che Maometto gli dà di più. Se ne va a raggiungere gli altri musulmani.

AD Ammar viene detto che ha tenuto in ansia la madre tutta la notte. Quando la statuetta di un idolo cade e va in frantumi con grande costernazione dei suoi genitori, Ammar dice che questo dio non ha saputo proteggere se stesso e che il vero dio è invisibile e non è di terracotta. La madre gli dice che  è possibile vedere tutti i giorni gli dei nella Kaaba e che Maometto insegna dottrine pericolose. Ammar risponde: “Maometto dice che i ricchi non dovrebbero lasciare affondare i poveri, che i forti non dovrebbero opprimere i deboli, che le ragazze dovrebbero potere scegliere, senza essere forzate. Sono forse idee pericolose? Stasera ha detto che bisogna smettere di seppellire le bambine appena nate.” Questo colpisce molto la madre Sumayyah, perché due sue sorelle erano state uccise così e suo padre non ebbe il coraggio di seppellire anche lei. Gli dei che consento l’uccisione delle bambine non sono dei. Ricorda poi a suo marito Yasser che, quando si sposarono, praticamente non si conoscevano. I genitori riconoscono che Maometto è una brava persona e consentono ad Ammar di andare a pregare a casa sua.  Ma quando esce viene seguito da due uomini e portato in un salone, dove sono riuniti i potenti meccani, tra cui Abu-Safian, Abbas e Umaya.

Egli spiega che Maometto memorizza ciò che gli viene detto dall’angelo Gabriele, che è la parola di dio. Egli memorizza tutto e lo ripete a chi sa scrivere che quindi lo scrive. Così nasce il Corano. Abu Safian dice che Maometto non capisce che la ricchezza della Mecca viene dal fatto che ospita gli dei nella Kaaba. Tutti gli anni le tribù del deserto vengono in città e fanno acquisti. E’ assurdo pensare di sostituire 300 dei con uno solo che, oltre tutto, non si vede e non si sa dove è. Gli dei sono per La Mecca oggetto di venerazione e fonte di reddito. Ammar replica che non si può comprare e vendere dio. Gli dicono che è vicino alle frustate.

Umaya fa una domanda: “Maometto dice che uno schiavo è uguale al suo padrone; quindi questo Bilal, che ho comprato, sarebbe uguale a me? Ammar risponde che effettivamente, secondo il profeta, tutti gli uomini sono uguali davanti a dio.  A questo punto, viene ordinato a Bilal di frustarlo, ma questi si rifiuta. Umaya dice che è necessario “correggerlo” e lo frusta a sangue. Chiede che vengano portate le pietre per schiacciarlo, secondo le consuetudini per gli schiavi ribelli.  A questo punto, arriva Zaid di corsa, dicendo che Abu Bakr offre cento, anzi 200 dinar per Bilal. Benché uno dei presenti obietti che è contrario alle regole vendere uno schiavo sotto correzione, Umaya accetta i 200 dinar e Bilal viene liberato.

A questo punto, Zaid fa irruzione nella stanza dove sono riuniti, in segreto, i musulmani, dicendo che Allah ha ordinato a Maometto di predicare l’Islam a tutti. I discepoli escono nelle strade della città, gridando che c’è un solo dio e Maometto è il suo messaggero. Al Jahl incita i meccani a reagire e i musulmani vengono presi a sassate.  Incuranti delle sassate, continuano ad avanzare. Vengono schierate le guardie e Abu Jahl vorrebbe impartire una lezione ai musulmani, ma Abu Safian rifiuta, perché non vuole farli apparire vittime. Mai Zaid e compagni marciano risoluti verso la Kaa’ba. Abu Jahal caccia Zaid dalla scala che conduce alla Kaaba. I Quraishiti vorrebbero uccidere il profeta, ma i suoi lo proteggono. Coerentemente con la impostazione del film, Maometto non viene mostrato, ma ci viene detto che è presente. Improvvisamente tutti tacciono, perché arriva un misterioso cavaliere. E’ Hamza, zio paterno di Maometto.

 

HAMZA

Hamza avanza lentamente, accolto dal grido: “Tu sei valoroso! Tu sei il più valoroso del deserto!”. Arriva vicino al gruppo di musulmani, pieni di ferite e li osserva. Dice ad Abu Jahl che è l’uomo più coraggioso del deserto, quando incontra persone disarmate. Abu Jahl dice che Maometto è un impostore, un bugiardo.  Hamza lo colpisce con un pugno, facendolo cadere a terra. Dice di credere a quello che dice Maometto e vuole dire quello che lui dice.  Chi ha voglia di combattere deve combattere con lui! Si avanza verso Maometto e dice che, andando a caccia di notte nel deserto, ha capito che dio non può essere chiuso in un edificio.

Hind dice al marito Abu Safian: “Chi si sarebbe aspettato che Hamza, amante del vino e della caccia al leone, si sarebbe unito a Maometto?” Non si capisce come questi, del tutto ignorante, sappia saputo trovare parole così poetiche. Molti lo seguono, perché ha promesso il paradiso, con tanti alberi nei cieli. Comunque Abu Safian vuole togliere ai meccani la voglia di aderire alla nuova religione.

 

 

LA FUGA IN ETIOPIA

Le persecuzioni si intensificarono, soprattutto contro i più deboli. I genitori di Ammar furono uccisi sotto i suoi occhi. La madre venne trafitta con una lancia da Abu Jahl, perché si rifiutava di adorare Hubal e continuava a dire che non c’era altro dio che Allah e Maometto era il suo profeta. Altri musulmani erano chiusi in una cella in attesa e sentivano le grida. Quando Hamza ritornò con Zaid, Bilal  e un piccolo gruppo si trovò davanti lo spettacolo degli uccisi. Furono liberati Ammar e fu aperta la cella. Hamza riconobbe la necessità di fuggire, per non essere uccisi uno ad uno. Quel giorno stesso, un primo gruppo fuggì. Riuscirono a nascondersi e ad eludere la caccia dei Quraishiti. Giunsero così sani e salvi in Etiopia.

“Le persecuzioni ed i tentativi di seduzione per recuperare i propri parenti alla religione dei padri costituivano un grave pericolo per l’Islam. Maometto decise allora di mandare in esilio in Etiopia tutto il gruppo dei musulmani per sottrarlo alla distruzione, a cui sarebbe andato incontro restando alla Mecca. Una soluzione radicale. Fu la prima decisione che Maometto prese come capo di una collettività sociale.

“Gli etiopi erano governati da un buon re, chiamato Negus. Nessuno era molestato nel suo paese ed egli era lodato da tutti per la sua probità.  Il primo gruppo di musulmani venne inviato in Etiopia nel 615. Al momento della partenza, Maometto disse agli esuli: “L’Etiopia è un paese di verità. Restateci, finché Dio non avrà reso più facili le cose.

Il gruppo degli esiliati in Etiopia era guidato da Ja’far, figlio di Abu-Talib e cugino del profeta. Al momento del suo matrimonio, Maometto aveva adottato Alì, figlio di Abu-Talib, che si trovava in gravi difficoltà finanziarie, e Abbas, lo zio di Maometto, aveva da parte sua adottato Ja’far fratello di Alì. Ja’far era ora un uomo nel pieno delle forze e aveva sposato Asma. Un secondo personaggio importante del gruppo era Utman un oligarca della Mecca, che aveva sposato Ruqaya, figlia del messaggero di Dio, dopo che questa era stata ripudiata dal figlio di Abu-Lahah. Questo primo gruppo si componeva di 109 persone, settantacinque uomini e nove donne quraish, più 35 stranieri.  Ja’far consegnò al Negus una lettera da parte di Maometto, in cui questi chiedeva la sua protezione per coloro che erano costretti ad abbandonare il loro paese, perché adoravano un solo Dio e rifiutavano l’idolatria. Il Negus accolse molto bene i rifugiati arabi e i Quraish si allarmarono. La Mecca decise allora di inviare due ambasciatori, che attraversarono in tutta fretta il mar Rosso per chiedere al Negus di espellere i musulmani. Per facilitare le cose, La Mecca inviò come dono una grande quantità di pelli.  I due ambasciatori Quraish sollecitarono la consegna dei musulmani, dicendo che erano banditi che avevano abbandonato la loro religione, dicendo che i loro padri erano in errore.

Il Negus era combattuto  tra il suo dovere di cristiano davanti ad una nuova religione monoteista, che gli apparve in un primo momento una setta cristiana, e gli interessi di buon vicinato con i pagani arabi della  Mecca.  Il Negus si riunì per deliberare, insieme con il metropolita di Etiopia e tutti i suoi consiglieri. Chiamò Ja’far, chiedendogli di spiegarsi e ribattere alle accuse mossegli. Questi disse che Maometto aveva loro insegnato a evitare il male, a fare del bene ed a non adorare che un solo Dio. Disse anche che i meccani adoravano le pietre e rendevano omaggio agli idoli. Il Negus si convinse così delle buone ragioni dei musulmani.  Disse di non poterli consegnare e restituì le pelli.

Dopo la partenza degli ambasciatori pagani, Ja’far recitò al Negus  e ai suoi consiglieri la diciannovesima sura del Corano, nella quale il profeta affermava di credere nella Santa Vergine Maria, nel Messia e nel Verbo di Dio. Il Negus e i suoi consiglieri piansero di commozione, sentendo che gli arabi veneravano Gesù e la Santa Vergine. Nel frattempo, nuovi gruppi di musulmani si rifugiarono in Etiopia per sfuggire alle persecuzioni dei Quraish; il gruppo raggiunse le 130 persone.”

[liberamente tratto da “vita di Maometto” di Virgil Gheorghiu]

Nel film, Abu Safian manda Amr da  Annajashi, re di Etiopia, dato che è suo amico.  Amr dice a Annajashi che sono fuggiti nel suo paese degli schiavi e che La Mecca, dati i buoni rapporti, chiede la loro restituzione. Insieme a loro, ci sono anche dei ribelli religiosi che hanno rinnegato la religione dei loro padri; seguono un pazzo che chiamano profeta. Il re dice che non può metterli in catene, senza averli ascoltati.  Jafar dice che i meccani sono idolatri che adorano le pietre e hanno più di trecento dei. I ricchi non aiutano i poveri, le donne sono oggetto di maltrattamenti. Il profeta ha insegnato loro la misericordia verso i poveri, ma ciò è per i meccani sovvertimento dell’ordine sociale. Amr dice che La Mecca ha una antica civiltà e non può ascoltare tali insulti, senza reagire. Ciò che i meccani adorano non è l’idolo, ma lo spirito in esso racchiuso.

Jafar riprende poi il tema delle donne che sono diverse, ma pari all’uomo. Dio le ha create per essere compagne dell’uomo. L’uomo è nato da un uomo e da una donna. Bisogna rispettare in ogni donna il grembo da cui siamo stati generati. Amr deride tale concezione, dicendo che le donne si comprano, si usano e si buttano via. Jafar dice poi che Dio ha parlato attraverso Abramo, Noé, Mosé e Gesù Cristo. Non è sorprendente che parli ora tramite Maometto. I profeti hanno fatto miracoli per farsi riconoscere: il miracolo di Maometto è il Corano.Quando il re chiede come conoscono quei nomi, Jafar dice che sono scritti nel Corano. Jafar descrive al re l’episodio dell’annuncio a Maria, che partorirà un figlio, per opera dello Spirito Santo. Il re riconosce che l’Islam ha molto in comune con la religione cristiana e si rifiuta di consegnare i musulmani ai meccani. Essi potranno vivere in pace in Abissinia.

 

 

CACCIATA DI MAOMETTO DALLA MECCA

“Nel 616, Maometto e i musulmani furono cacciati da La Mecca. Esasperati dal rifiuto del re cristiano di Etiopia di consegnare i musulmani, i Quraish decisero di ricorrere alle maniere forti per estirpare l’Islam. La decisione di cacciare Maometto fu presa con grande solennità: venne affissa nel santuario della ka’abah una ordinanza di bando. Funo proibiti i matrimoni con donne e uomini musulmani e venne impedita la vendita di merci ai seguaci della nuova religione.  La solidarietà di sangue entrò subito in gioco, malgrado gli interessi sociali e materiali.  Le famiglie Banu-Mouttalib e Banu-Hachim si unirono ai fuorilegge.   Maometto venne sostenuto dai suoi consanguinei e andò con loro in esilio, anche se i suoi parenti non erano tutti musulmani. Abu Talib fu commovente. Era un idolatra, ma abbandonò La Mecca con suo nipote. Di tutta la famiglia di Abd-al-Mouttalib il solo che si unì al campo avverso fu Abu-Lahab.  Gli altri affrontarono l’esilio per il solo fatto che un uomo del loro sangue era stato cacciato. I musulmani cacciati dalla Mecca si rifugiarono nel “quartiere” di Abu-Talib.

 

 

Abu Safian dice che ciò è intollerabile e che Maometto mette in pericolo le alleanze della città della Mecca. Diventerà uno straniero. Se Abu Talib lo protegge, sarà anche lui cacciato dalla città. Tutta la famiglia sarà cacciata dalla città. Nessun mercante potrà commerciare con loro. Non avranno nessuna terra in cui ripararsi e nessun tetto. Nessun mendicante potrà chiedere la carità per loro. Nessuna donna li sposerà.

Questo fu il peggiore periodo per Maometto. Per tre anni soffrì la fame, la sete e la crudeltà nel deserto aperto. Ma doveva ancora arrivare l’anno del dolore.  Khadija, che era stata sua moglie per 24 anni morì. Abu Talib, il suo vecchio protettore morì e, con il suo ultimo respiro, cercò di riconciliare Maometto con La Mecca. Abu Talib disse che, in fondo, voleva una sola parola: “Un solo dio”. Abu Safian rispose che questa parola detronizzava tutti i loro dei. Tutti i musulmani furono cacciati dalle loro case e dovettero accamparsi nel deserto.

Con la morte di Abu Talib, Maometto rimase senza protezione e non era più sicuro a La Mecca. Con il suo figlio adottivo Zaid, andò a Taif, una città in collina. Chiese di essere accolto, di potere predicare, ma i ragazzi della città furono lasciati liberi di lanciargli pietre, costringendolo a tornare nel deserto. Maometto disse che questo era il giorno più amaro della sua vita. Quando la sua missione sembrava fallita, la sua situazione cambiò.

 

L’EGIRA

Maometto incontrò, di notte, presso le rocce di Aqaba, una deputazione di Medina, una città ricca che si stava distruggendo.  Gli chiesero di stabilirsi a Medina e mediare tra le fazioni in conflitto tra di loro. Maometto accettò ed essi si impegnarono ad adorare un solo dio. Uno di loro, invita però gli altri a riflettere, prima di assumere un tale impegno. Con esso, si isolano dal resto dell’Arabia, diventano nemici dei loro fratelli, distruggono i loro dei. Questo è il significato del giuramento: dopo, non sarà possibile tornare indietro. Se qualcuno ha dei dubbi, ora è il momento di esprimerli. Se Maometto è il profeta, annunciato anche dagli Ebrei di Medina, tutti si impegnano ad onorare un solo dio. Maometto sarà uno di loro e potrà portare nella città i suoi seguaci, che saranno dei fratelli.        Settanta persone seguirono il profeta a Medina, percorrendo, divisi in piccoli gruppi, 250 km di deserto. La “Egira” (fuga a Medina) fu un viaggio che avrebbe cambiato la storia del mondo. Maometto rimase a La Mecca, nonostante il grande pericolo, finché i suoi seguaci non ebbero raggiunto Medina.

Intanto i capi Quraishiti erano riuniti per esaminare la situazione con Solool, presunto re di Medina. Abu Safian gli dice, sprezzante,  che ha perso il regno la notte scorsa, mentre dormiva. Sollol gli dice che d’ora innanzi dovrà preoccuparsi dei suoi traffici, perché, per spedire anche solo uno sbuffo di profumo,  dovrà strisciare intorno a quell’uomo a Medina.  Quanto a lui, aspetterà che gli arabi lo tolgano di mezzo per salvare il loro stile di vita. Intanto, farà finta di accettare il nuovo corso delle cose. Qualcuno suggerisce di uccidere Maometto, ora che non c’è più Abu Talib a  proteggerlo. Sette uomini appartenenti a sette famiglie lo pugnaleranno insieme. Una colpa condivisa da tanti non è una colpa. Ma quando i sette irrompono nella casa di Maometto, trovano il cugino Alì al suo posto!

Abu Safian dice che bisogna inseguirlo nel deserto e che non può essere lontano. Oltre a lui bisogna cercare Abu Bakr e la guida beduina Uriqat. Anche i Quraish hanno una abile guida beduina che segue le tracce. Giungono a una caverna e, presentendo che debba essersi nascosto lì, lo invitano ad uscire, promettendo di riportarlo salvo a La Mecca. Ma c’è una tela di ragno recente distesa sulla entrata e ci sono dei piccoli in un nido. Ne deducono che Maometto non può essere nascosto lì. Una fragile tala di ragno si frappone tra il profeta e la  morte. Ma era un uomo che non doveva morire.

La guida beduina lo condusse attraverso piste non battute nel deserto infuocato. Intanto a Medina, i musulmani e gli abitanti lo aspettavano con ansia, conoscendo bene le condizioni climatiche proibitive. Finalmente lo scorsero in lontananza e iniziarono i festeggiamenti che durarono a lungo. Tutti si disputavano l’onore di accoglierlo nella propria casa; per non offendere nessuno fu deciso che sarebbe stata costruita una casa per lui, là dove la sua cammella bianca si fosse seduta. Così avvenne. Iniziò subito la costruzione della prima moschea. Tutti lavoravano freneticamente, senza risparmiarsi. Anche Maometto volle portare mattoni, dicendo che il lavoro è una forma di preghiera. Quando la moschea fu pronta, i fedeli furono chiamati alla preghiera. Fu Bilal, che aveva una voce molto forte a pronunciare le forme di rito. Si era anche pensato si utilizzare una campana, secondo l’uso cristiano oppure un corno, secondo l’uso deli Ebrei. Alla fine il richiamo alla preghiera con la voce sembrò il migliore.

 

Intanto Solool complottava con Abu Safian e i Quraish.  Era scandalizzato perché Maometto diceva che la lealtà all’Islam era più importante della lealtà alla famiglia tribale, diceva che i cristiani avevano gli stessi diritto dei musulmani e che anche gli ebrei dovevano essere protetti. Maometto costituiva un pericolo, perché stava stravolgendo la città con la uguaglianza e i diritti delle donne, stava impadronendosi della mente dei giovani. Fu deciso che tutto ciò che Maometto e i suoi seguaci avevano lasciato a Mecca sarebbe stato venduto. Così fu per i negozi di Abu Bakr, per la casa di Maometto, per i tappetini e ogni cosa.  Solool portò queste notizie a Medina, dicendo che era necessario combattere per difendere le proprie cose. Hamza però disse che il profeta voleva la pace.

 

LA MECCA DICHIARA GUERRA A MAOMETTO

 

Hamza parlò con Maometto e cercò di convincerlo a prendere le armi per difendersi. I Quraish avevano rubato le loro proprietà e si facevano beffe del messaggero di dio. Anche se questi odiava la spada, era indispensabile difendersi.  Loro combattono per avidità e noi combattiamo in nome di Dio.

Ci fu una chiamata alla moschea, anche se non era l’ora della preghiera. Fu Zaid a parlare, dicendo che il profeta aveva avuto una nuova rivelazione: bisognava combattere, ma alla maniera di dio, cioè contro coloro che  combattevano contro i musulmani. La persecuzione era peggiore dell’assassinio. Bisognava cacciarli dai luoghi, da cui avevano cacciato i fedeli, finché la persecuzione non fosse cessata e non fosse onorata la religione di dio. Ma, appena la persecuzione si fosse arrestata, bisognava porre fine alla guerra.

Il gruppo dei musulmani e medinesi si dirige verso i pozzi di Badr per intercettare una carovana. sono 300 uomini con 70 cammelli e due cavalli.  Le limitazioni poste da Maometto sono: non si deve fare del male a una donna a un bambino, a un vecchio, né a un  invalido; non si devono assalire gli uomini che lavorano nei campi, né si devono tagliare alberi. I meccani avvertiti della iniziativa di Maometto raccolgono un gruppo più numeroso e con molti più cammelli.   Vengono inviati messaggi alla carovana di Abu Safian perché raggiunga il gruppo dei meccani ai pozzi di Badr: unendo le forze, sarà possibile sconfiggere facilmente i medinesi. Ma Abu Safian rifiuta e manda la sua carovana a ovest, in modo che, viaggiando tutta la notte,  al mattino sia fuori della portata dei medinesi. Ci sono merci troppo preziose dei meccani nella carovana e non si possono assolutamente correre rischi.  Quando Waleed gli chiede dove è il suo  onore, risponde che  il suo onore è il carico sulla groppa dei cammelli.

I ricchi meccani fanno festa rallegrati da alcune danzatrici (coperte fino alla punta dei piedi, naturalmente!  Arriva la notizia che i medinesi hanno occupato i pozzi e che Abu Safian si è diretto a ovest mettendo in salvo la carovana. Hudayfa dice che, se la carovana è in salvo, non c’è più bisogno di combattere.  Se si combatte, cominceranno spargimenti di sangue tra fratelli. Abu Jahl dice tra padri e figli, dato che  il figlio di Otba, Hudayfa, è musulmano , che avrebbe dovuto frustare. Solo Waleed il secondogenito è il suo vero sangue. Abu Jahl dice che, comunque, Mecca è più importante della  famiglia di Hudayfa.  Otba dice che lui non è un codardo. Sono tutti d’accordo che si combatterà.

 

LA BATTAGLIA DI BADR

I medinesi si lavano e bevono ai pozzi. Hamza beve abbondantemente. I pozzi vengono riempiti di sassi in modo da impedire ai nemici di bere (tranne uno).  Compaiono in cima alla collina i meccani che sono molto più numerosi. Hamza ordina di occupare la propria posizione nello schieramento. I meccani schierano come propri campioni Otba, suo fratello Shaiba e suo figlio Waleed.  Hamsa, Ubaida e Alì sono i campioni dei musulmani.  Hamsa dice che esiste un unico dio e Maometto è il suo profeta. Otba gli si lancia contro, ma viene rapidamente sconfitto e ucciso. Anche Waleed viene ucciso da Alì. L’altro combattimento è più incerto, ma Shaiba viene ucciso da Ubaida che però viene ferito. Inizia il combattimento vero e proprio.  Gli arcieri musulmani si rivelano decisivi nell’annientare le prime ondate di meccani e, soprattutto, i pericolosissimi cavalieri.  Bilal vede Umaya e gli si lancia contro uccidendolo. Viene ucciso  anche il comandante meccano, Abu Jahl. I meccani cominciano a sbandarsi. Infine i musulmani caricano e i meccani si danno alla fuga. I musulmani hanno avuto 18 morti ed i meccani 70.  I musulmani hanno combattuto in ranghi compatti, mentre i meccani hanno attaccato disordinatamente e non hanno saputo fare valere il loro maggiore numero.

Hamza ordina che i prigionieri siano slegati e trattati con umanità, perché così ha ordinato il profeta e dio vede. I ricchi dovranno pagare un riscatto, mentre chi è povero, ma istruito, dovrà insegnare a leggere a 10 musulmani per essere liberato.

Intanto a La Mecca, una folla continua a passare davanti alla casa di Abu Safian, colpevole di avere messo in salvo la sua ricca carovana, invece di dare man forte ai meccani a Badr.  Sua moglie Hind è furibonda contro Hamza e Alì che hanno ucciso suo padre e suo fratello. Vuole compiere le più efferate vendette. Abu Safian promette che sarà formato un potente esercito da inviare contro i musulmani.  Ma la città ha ripreso coraggio e c’è musica nelle case. Hind assiste al perfetto lancio di uno schiavo che centra un piccolo anello sopra i capelli di una danzatrice. Si chiama Wahki.   AHind gli promette la libertà e molto denaro, se riuscirà a uccidere Hamzah.

Arriva un mercante in visita a Medina. Resta sbalordito, vedendo tutti i negozi incustoditi. Ma tutti gli uomini sono alla preghiera. Hamza chiede notizie al mercante e questi gli dice che i meccani stanno raccogliendo tutti gli uomini capaci di maneggiare una spada nel deserto.

 

 

SCONFITTA DELL’ISLAM NELLA BATTAGLIA DI UHUD

 

Da tempo è atteso l’arrivo dell’esercito meccano e ora il momento è arrivato. E’ comandato da Abu Safian. E’ un esercito enorme: 3000 uomini e 700 cavalli: tre volte più numeroso dei musulmani che possono contare su 1000 uomini e 2 cavalli. Prima della battaglia Hind passa davanti ai soldati schierati, incitandoli. Hamza osserva con preoccupazione un gruppo di cavalieri, comandati da Khalid, messi in una strana posizione. Maometto manda 50 arcieri per tenerli sotto tiro, ordinando a questi di non abbandonare la posizione per nessun motivo. Intanto Hind ha indicato a Wahki il suo bersaglio. Abu Safian ordina l’attacco in nome di Hubal. Quando Maometto dà l’ordine, Hamza fa avanzare le schiere dei musulmani. Quando Hamza viene ucciso, attaccano con maggiore vigore pe vendicarlo.   Riescono così a prevalere sui meccani, volgendoli in fuga.

Gli arcieri, violando i tassativi ordini ricevuti, abbandonano la loro posizione, per raccogliere bottino. I cavalieri di Khalid, non più esposti ai lanci degli arcieri, aggirano la collina e arrivano di sorpresa alle spalle dei musulmani e li mettono in rotta. Abu Safian si complimenta con Khalid che è il vincitore. Questi vorrebbe inseguire i musulmani per eliminare Maometto e l’Islam una volta per tutte. Abu Safian dice però che inseguire i fuggitivi tra le montagne è troppo pericoloso e ora il loro compito è finito. Dice a Maometto, che sta sulla collina, che è pareggiato il conto: un giorno per un giorno, Ohor vendica Sadr, i morti musulmani    pareggiano il conto con i morti meccani. Maometto ribatte che i morti musulmani sono saliti in paradiso, mentre i morti meccani bruciano all’inferno. A questo punto, assistiamo alla atroce vendetta di Hind. Non contenta di avere fatto uccidere Hamza, gli fa aprire il petto e gli divora il cuore.

Il mercante che abbiamo già incontrato, parlando con Solool, dice che i musulmani sono matti. Lavorano con accanimento e sembrano quasi felici della sconfitta, perché dio l’ha mandata per mettere alla prova la loro fede! Il mercante dice che vorrebbero Mecca, ma, certo, non l’avranno.  Solool dice che invece l’avranno e invita a non sottovalutarli, come ha fatto lui, a sue spese.  Mecca è non solo la loro origine, ma il luogo dove dio parlò all’uomo: un luogo di cui l’anima sente nostalgia. Nell’anno in corso, i musulmani hanno intenzione di andare in pellegrinaggio alla Mecca: disarmati.  Il mercante dice che Abu Safian li ucciderà tutti durante il loro viaggio nel deserto.

Solool dice che, se si crede in dio come loro, potrebbe essere possibile andare, senza essere uccisi. Anche se, probabilmente, lo saranno.

 

IL TRIONFO DELL’ISLAM

 

I musulmani vanno in pellegrinaggio alla Mecca, senza armi. Arrivano i cavalieri meccani che tentano di provocarli. Zaid dice di stare fermi e non reagire alle provocazioni. Nonostante Khalid faccia ripetutamente impennare il cavallo vicino a Bilal, questi resta immobile come una statua. I cavalieri se ne vanno. Ma è stato mandato Suheil, il che significa che è possibile un accordo. Viene stipulato un accordo che prevede dieci anni di tregua. Questa volta i pellegrini dovranno tornare indietro, ma dopo un anno, potranno tornare e restare a Mecca tre giorni. A questo punto vengono inviati messaggeri ai potenti del mondo (Eraclio, imperatore di Bisanzio, Kisra, imperatore di Persia, Muqawqis, Patriarca di Alexandria), invitandoli a convertirsi all’Islam: sono i tre cavalieri che abbiamo visto all’inizio.

Coloro che sono vicini al profeta ripetono percorrono il deserto per predicare agli uomini del deserto il suo insegnamento. Zaid dice che non ci sono diverse razze nell’Islam e che un arabo non è superiore a uno straniero, né un bianco superiore a un negro, perché tutti rispondono direttamente a dio. Jafahr dice che chi ha fede desidera per il suo vicino quello che desidera per sé.  Bilal dice che l’inchiostro di un sapiente è più sacro del sangue di un martire. E’ necessario imparare a leggere e poi insegnare agli altri. Jafahr dice che gli Ebrei con la Bibbia e i Cristiani con il Testamento devono essere rispettati, perché anche i loro libri vengono da dio. Un altro discepolo dice che Maometto non ama gli uomini che vogliono essere superiori agli altri. Una volta che volle aiutarlo a raccogliere la legna, egli si rifiutò e disse che neanche lui sapeva che cosa sarebbe stato di lui.

Molti personaggi meccani si convertono. Amr dice che è venuto per essere accolto. Anche Khalid riconosce che c’è un unico dio e Maometto è il suo profeta. E’ addolorato per il tempo speso a combattere l’Islam. Bilal lo conforta, dicendo che l’Islam dimentica ciò che è stato fatto prima della conversione. Khalid dice che la sua spada sarà d’ora innanzi messa al servizio dell’Islam.

Alcuni musulmani chiacchierano in mezzo agli alberi. Uno di essi dice che dio può trasformare la sconfitta in vittoria. Due anni fa i musulmani penarono di essere sconfitti ed accettarono una tregua di 10 anni. Ora passano di vittoria in vittoria nel cuore degli uomini. Improvvisamente sopraggiunge un gruppo di uomini che cominciano ad uccidere a colpi di spada e con il lancio di frecce e poi si dileguano.

Abu Safian si reca a Medina per parlare con Maometto e dice che la tregua è stata violata da un gruppo di beduini. Non sono stati i meccani a violare la tregua. Si vede circondato dal disprezzo generale. Tutti lo evitano e si ritrova solo. Gli va incontro Khalid, che ora è musulmano. Lo accusa di non rispettare i patti e gli impegni. Abu Safian non può fare a meno di esprimere la sua rabbia per essere sconfitto da uno che una volta era un pastore. Khalid lo invita a prendere atto che la religione di quel pastore  Gli dice di andare a Mecca ad annunciare che gli dei sono morti e di affrettarsi, perché i musulmani gli saranno presto alle calcagna.

Khalid giunge al punto di raccolta dei musulmani e dice che a sera saranno diecimila uomini di tutte le tribù Ora è possibile combattere i meccani. Intanto Abu Safian giunge a Mecca  Hind gli dice che ora che lui è tornato possono combattere. Qualcuno dice che è possibile combattere dalle case. Abu Safian, sconsolato, dice che è inutile, che sono migliaia e altri si aggiungono continuamente. Hind gli dice ripetutamente che è un vigliacco. Ma non è più il capo della città? Suo padre e suo fratello sono morti invano, se suo marito si rifiuta di combattere. Lui le dice di andare a casa e di badare ai fatti suoi. Mecca è presa, non può resistere.

Intanto i musulmani si accampano per la notte. Bilal dice che ormai possono vedere Mecca, anche attraverso le montagne. Abu Safian e Hind escono a cavallo e contemplano da lontano il grande numero di fuochi.   Si sente il profumo del pane che stanno cocendo. Evidentemente non vogliono fare saccheggi. Abu Safian dice che, quando li cacciò dalla città, non sapeva che portavano Mecca con loro.

Abu Safian cavalca fino al campo dei musulmani e viene accompagnato nella tenda di Maometto. Dice di avere dubbi e Bilal riconosce che alcuni giungono alla religione in pochi minuti, mentre per altri sono necessari molti anni e quindi rispetta i suoi dubbi. Alla fine Abu Safian riconosce che i sui dei non hanno nessuna utilità: dichiara quindi, senza costrizione, che c’è un solo dio e Maometto è il suo profeta. Quindi ritorna a Mecca.

Il giorno dopo, l’immenso esercito dei musulmani giunge in vista della Mecca, lasciando sbalorditi e terrorizzati i meccani. Tutti si chiudono nelle case. Ma gli ordini sono molto chiari: nessun furto, nessuna violenza, nessun abuso. Quelli che sono chiusi nelle case sono al sicuro.   Khalid e i personaggi più autorevoli, a cavallo, precedono l’immenso corteo e si dirigono verso la Kaaba. Vengono aperte le porte. A questo punto vediamo la cammella del profeta ed il suo bastone. Egli entra e butta giù la statua di Hubal. A questo punto vengono portati fuori e fatti a pezzi tutti gli idoli. Maometto dichiarò Mecca città di dio e non fece vendette.  Nella Kaba, dove deve essere onorato Allah, l’unico dio.

Ormai Maometto cominciava a sentire la morte vicina. Chiamò a sé i fedeli e ricordò loro l’essenza della sua predicazione. Nell’Islam non ci sono né razze, né tribù. Tutti sono uguali davanti a dio.  Tutti i musulmani sono fratelli e devono aiutarsi l’un l’altro. Disse che lasciava ai musulmani un libro, il Corano, che era parola di Dio. Il 6 giugno 632 Maometto morì.  Molti non credevano fosse morto: un uomo simile non poteva morire. Ma Abu Bakr nella moschea disse ai fedeli che Maometto era morto, ma Allah era vivo.

 

IMMAGINI

 

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MAOMETTO INVIA MESSAGGERI

 

cavalieri

 

 

inviato

 

meccano

 

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L’imperatore Eraclio

 

LA MECCA E GLI IDOLI DELLA KAABA

 

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Un poeta declama i suoi versi

 

pupazzo

Un idolo che viene introdotto nella Kaba

 

abbas

 

 

 

 

hind

Hind acquista un taglio di seta al mercato

 

montagna della luce

La “montagna della luce”, dove si trovava la grotta

I PRIMI SEGUACI

 

 

 

 

ammar

 

 

zaid

I primi seguaci: da destra Zaid, Hudayfa, Jafar con il foglio, Ammar, Musab

uscite

Facendo seguito all’ordine di Maometto, i musulmani si riversano nelle strade

 

cerca della kaaba

Zaid e i seguaci di Maometto cercano di raggiungere la Kaa’ba

 

 

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Abu Safian “frena” Abu Jahl che vorrebbe cogliere l’occasione per una dura repressione

 

ABU SAFYAN E L’ARISTOCRAZIA MECCANA

 

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Abu Safian (Michael Ansara)

abu

 

 

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(Michael Ansara e Bruno Barnabe)

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Abbas, zio diMaometto, e Abu Jahl

 

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Utba e Hind

 

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BILAL

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Zaid offre 200 dinar per Bilal al signor Umaya che accetta

 

HAMZA

 

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Sayyidina Hamzah Radhiallahu Anhu, uno degli zii paterni di Maometto, parla con Abu Jahl

 

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FUGA IN ABISSINIA

 

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negus

 

neg

 

 

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BABUL

 

mosquea

 

abu

L’EGIRA

 

 

talib

Con la morte di Abu Talib Maometto perse ogni protezione

 

arrivo

La cammella del profeta sceglie il luogo in cui sedersi

 

taglia

 

avanti

 

 

 

hazrat bilal al habashi

Per la sua voce forte Bilal viene scelto per invitare i fedeli alla preghiera

 

re

Re Solool complotta con i meccani

 

LE BATTAGLIE DI BADR E UHUD

 

 

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L’accampamento di Abu Safian, dove Waleed viene a chiedergli di unirsi a lui a Badr

 

duello

 

 badr

I “campioni”  meccani per la disfida preliminare a Badr

 

cappuccio

Hind è assetata di vendetta

 

 

haha

 

haha

 

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michael-ansara-and-michael-forest-in-the-message-1976

 

 

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Hind fa scempio del cadavere di Hamza

 

 

TRIONFO DELL’ISLAM

 

 

schiavo

Bilal soccorre un vecchio durante il pellegrinaggio

 

chiè

 

 

leone

Khalid, che era un nemico,  diventa un combattente per l’Islam

 jafar

 Khalid diventa il capo dei combattenti

 safianbis

 Abu Safian, nella tenda di Maometto, riconosce che c'è un solo dio

LA DISTRUZIONE DEGLI IDOLI

 

armata

 

 

khalidbis

 

 

dist

 

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I LUOGHI

 

LA MECCA OGGI

 

lamecca

 

 

lamecca

 

 

kaaba1

 

TAIF

taif

 

 

saudi

 

 

saudi - Copia

NOTIZIE DI STORIA

da “La vita di Maometto” di Virgil Gheorghiu

VIAGGIO ALLE PORTE DI LA MECCA

Nel mese di febbraio del 628, Maometto lasciò Medina e si diresse verso La Mecca per compiere il pio pellegrinaggio alla Ka’abah. Questo genere di pellegrinaggio esisteva da sempre e consisteva in qualche pratica che già esisteva presso gli antenati e che l’Islam aveva accettato senza mutare nulla. Innanzitutto il fedele che intendeva recarsi in pellegrinaggio si metteva nella situazione di haram, vale a dire di digiuno, di astinenza sessuale, si rasava la testa e portava un vestito detto iram, costituito da un solo pezzo di stoffa, senza nessun ornamento.

Maometto invitò tutti i fedeli ad accompagnarlo. Vi era una categoria di musulmani che si sentì estremamente onorato dall’invito del profeta ad accompagnarlo: i rifugiati dalla Mecca. Per tutti gli arabi, La Mecca era il luogo dove Adamo aveva eretto il primo santuario, ricostruito in seguito da Abramo. Inoltre per i rifugiati, La Mecca era la patria da cui erano stati separati. La colonna che partì da Medina comprendeva duemila uomini. Le cerimonie del pellegrinaggio a La Mecca erano aperte ad ogni religione. Quindi, La Mecca non poteva proibire ai musulmani un pellegrinaggio che era aperto a tutti. Ma i Quraish non potevano neppure tollerare che il loro principale nemico, Maometto, entrasse in città.  La religione era la principale fonte di entrate della città.  Durante i mesi della Tregua di dio, chiunque poteva entrarvi. Fare discriminazioni tra una religione e l’altra voleva dire per La Mecca rinunciare a essere una oasi di tolleranza.

I meccani tentarono in vari modi di creare ostacoli, ma Maometto era deciso a riconciliarsi con La Mecca, anche contro la volontà di quest’ultima, e, per riuscirci, la prima cosa  da fare era evitare di fare scorrere il sangue.  Bisognava non cedere alle provocazioni.   La volontà di La Mecca non aveva nessuna importanza rispetto alla volontà di dio.  In secondo luogo, il pellegrinaggio avrebbe dovuto dimostrare che l’Islam non era una religione straniera, ma essenzialmente araba e che aveva il suo centro proprio alla Mecca.

Arrivato alla frontiera con il territorio sacro Maometto si fermò. Maometto chiamò Uthman, suo genero, che aveva sposato sua figlia Ruqaya e, dopo la morte di questa, l’altra figlia  Umm Khultum. Gli spiegò che doveva andare come suo ambasciatore a La Mecca a trattare con i Quraishiti.  Qualche tempo dopo circolò la notizia che il genero del profeta era stato catturato e imprigionato, poi che fosse addirittura stato ucciso. Qualora la notizia fosse stata confermata, la linea di condotta sarebbe stata diversa. Maometto chiamò i fedeli, uno ad uno, e fece loro giurare che avrebbero eseguito i suoi ordini, anche se fossero stati contrari alla ragione e ai loro desideri. Fece inoltre giurare che avrebbero combattuto fino alla morte se lui l’avesse ordinato. Il giuramento “sotto l’albero di Hudaibiya”  produsse alla Mecca un effetto terrificante. I Quraish erano terrorizzati all’idea che Maometto pensasse di assalire e saccheggiare la città.  Per il timore, liberarono immediatamente Uthman e fecero sapere che erano disposti a intavolare trattative. Dopo vari emissari, fu infine inviato Suhail-ben-Amr con pieni poteri.

Viene concordata una tregua di dieci anni. I musulmani rinunciavano a entrare a La Mecca, ma i Quraish si impegnavano a garantire loro l’accesso l’anno successivo. I musulmani avrebbero potuto restare per tre giorni, mentre i meccani avrebbero lasciato la città.  Il vantaggio principale per Maometto era l’accordo di non aggressione valido per dieci anni. Durante questo periodo di tempo avrebbe potuto stipulare alleanze con chi avesse voluto e combattere contro chiunque. La Mecca non si sarebbe intromessa.

Questo accordo sollevò una ondata di indignazione nel campo musulmano. Tutti i fedeli si sentivano offesi ed umiliati: erano giunti alle porte della Mecca e, senza essere stati vinti, prendevano spontaneamente l’impegno di ritirarsi. Naturalmente i fedeli non potevano discutere le decisioni del  Profeta a causa del giuramento prestato.

Grazie al patto di non aggressione di dieci anni, l’Islam avrebbe potuto liquidare i suoi nemici nelle vicinanze di Medina, senza che La Mecca potesse intromettersi.  I Beduini avevano un timore superstizioso della forza economica, religiosa e militare della Mecca ed erano restii a prendere le armi contro di essa. Ora, dopo il patto, i Beduini furono disposti a seguire Maometto. In pratica, La Mecca aveva riconosciuto l’Islam. Nel seguente anno 629, i musulmani sarebbero venuti alla ka’abah, come un vero popolo, come una ummah.

Nel maggio 628, approfittando della neutralità della Mecca, garantita dal trattato, Maometto occupò l’oasi di Khaibar, abitata da una popolazione ebrea.

Nel 629, nel mese della Tregua, Maometto, alla testa di 2000 musulmani disarmati, fece i suo ingresso alla Mecca. Dopo sette anni di esilio della città, come semplici pellegrini, fecero il giro della ka’abah, il tawaf, profondamente commossi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anziché vedere il film che dura re ore, si può vedere una serie di video:

 

PRIMO VIDEO 

https://www.youtube.com/watch?v=LOwoK96iHq A

Rimuovere lo spazio prima della A finale

SECONDO VIDEO

 

https://www.youtube.com/watch?v=m1qVghnwU_I#t=7.850895 8

Rimuovere lo spazio prima dell’8 finale

 

TERZO VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=oCbF-uMnRXU#t=44.607354 2

Rimuovere lo spazio prima del 2 finale

 

 


Film in urdu con sottotitoli in inglese

http://www.dailymotion.com/video/x2idn7 0

 

Per saperne di più:

 

Vedere anche:

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ANTICA VIA DELLA SETA

 

 

 

 

LA STORIA

Per quanto indietro si risalga nei testi antichi, la produzione dei tessuti – tra cui i più importanti sono la seta e la canapa – rappresenta un lavoro e un sapere femminili.  Quando cominciò l’allevamento domestico del baco da seta (verso il 1000 a.C.), si può dire che ormai era in uso presso le famiglie in gran parte dei villaggi cinesi. Donne e bambine dedicavano gran parte del loro tempo ad allevare i bachi. Per questo è necessario raccogliere più volte al giorno foglie fresche di gelso, e nutrirne gli eterni affamati. I gelsi vennero piantati ovunque. Nutriti in maniera adeguata, mantenuti a temperatura media e costante in locali pulitissimi, posti al momento giusto su grate,  i bachi filavano e tessevano il bozzolo; quando era terminato, bisognava sbollentarlo; quindi cominciavano le operazioni di dipanamento, per cui si operava contemporaneamente su fili di più bozzoli per ottenere un unico filato. Il tutto con pazienza, cura, abilità e tempo, per ottenere infine la seta greggia. Tessitura, tintura, e ricamo sono altre arti, in cui i Cinesi hanno ottenuto risultati eccellenti e sempre migliori.   

BISANZIO E LA PERSIA

“L’Etiopia e lo Yemen controllavano il traffico delle navi provenienti da est sul mar Rosso; l’altra via accessibile alle navi era il golfo Persico, controllato dalla Persia. Con i regni cristiani in Etiopia e in Yemen/Himyar, a sua volta sottoposto alla egemonia della Etiopia, l’impero bizantino cristiano sperava di stringere alleanze politiche e commerciali, per deviare sul mar Rosso e sui porti bizantini una parte del flusso commerciale accaparrato dai persiani. Gli Etiopi traevano profitto dalla seta acquistata direttamente dall’India, e dalla stessa Bisanzio, pagandola meno che ai persiani.

L’imperatore Giustiniano inviò in Etiopia e nell’Himyar l’ambasciatore Giuliano che chiese loro di fare fronte comune contro i Persiani, in nome della comune fede religiosa. L’ambasciata fallì, perché il re dell’Himyar non si sentiva abbastanza forte per lottare contro la Persia. Gli Etiopi non potevano acquistare la seta direttamente dagli Indiani, perché i mercanti persiani “la facevano da padroni” nei porti stessi, dove le navi indiane facevano il primo scalo e avevano l’abitudine di l’abitudine di acquistare interi carichi e lì non c’era niente da fare. Dunque, occorreva continuare a comprare la seta dai mercanti persiani, principalmente a Nisibi, città di dogana (l’odierna Nusajbin, sul fiume Khabur, affluente sulla riva sinistra dell’Eufrate, al confine tra Siria e Turchia), ma anche a Callinico e ad Artaxa.

In quelle città arrivavano le merci provenienti dall’Asia centrale e da più distante, attraversando tutta la Persia via terra. I prodotti indiani, o sbarcati nei porti nord-occidentali dell’India e inoltrati via terra fino all’attuale Afghanistan, arrivavano in Asia centrale e in Persia. Analogamente, le merci provenienti dall’India in nave attraverso il golfo Persico o prodotte nei paesi costieri del golfo, giungevano dalla Persia nelle città di dogana citate. La Persia, in una fase di potenza militare ed economica, monopolizzava quindi buona parte del traffico terrestre e marittimo; spediva ovunque mercanzie e navi e controllava alcuni porti dell’India e di Ceylon, oltre a quelli del golfo Persico. Era assai temuta dai regni lungo le coste del mar Rosso, in quanto eliminava la concorrenza proveniente dall’India. Così era dall’intermediario persiano che i vicini occidentali di questi erano obbligati ad acquistare tessuti e filati di seta, mussole di cotone, pepe, spezie, aromi e profumi.

L’industria persiana stessa produceva molti tessuti di seta di qualità, vetri, ceramiche e molte altre cose; ma era soprattutto il monopolio della seta a essere importante, e il commercio era, come nell’impero bizantino, strettamente regolamentato e controllato dallo stato, il quale, grazie alla applicazione di diverse e pesanti gabelle,  ne traeva grandi guadagni. Il traffico delle sete gregge era, del resto, un monopolio statale. L’industria persiana era una grande acquirente dei preziosi filati, e produceva magnifici tessuti di seta, i cui motivi e lo stile molto riconoscibili hanno permesso di seguirne con precisione, nelle vestigia storiche, la diffusione commerciale: ne sono stati ritrovati in molti paesi occidentali, e anche in Asia centrale.

A metà del VI secolo, a proposito delle sete persiane, la questione dipendeva più dall’arte dei tessitori che dalla produzione di bozzoli.  Si sa che, per i setaioli, un re di Persia aveva ordinato il ratto delle larve in quantità consistente in Siria e le aveva fatte trasferire in Iran. Anche se esisteva l’allevamento dei bachi da seta, la produzione non era legata ai bisogni dei setaioli persiani. Costoro si rifornivano di seta cinese e dell’Asia centrale, perché era circa da un secolo e mezzo che la sericoltura era stata introdotta nel regno di Khotan.  Da lì probabilmente si era diffusa a tutta la cosiddetta “Serinda”, da dove i due monaci nestoriani della leggenda si erano verosimilmente procurato le uova.

Nel 562, dopo decenni di guerre, il sovrani dei due grandi imperi, Giustiniano e Cosroe I, firmarono un trattato di “pace eterna” (che tuttavia non durò molto a lungo), in cui le clausole commerciali avevano un ruolo fondamentale.  Nisibi e un’eltra città di dogana erano aperte ai bizantini e il commercio della seta greggia era pianificato. La potenza persiana sembrava inevitabile.

L’occasione di aggirare il monopolio persiano si presentò in seguito ad un nuovo cambiamento della carta politica ed etnica dell’Asia, con una nuova ondata di conquistatori: i Turchi.

Liberamente tratto da “La via della seta” di Luce Boulnois

AVVENTO DELL’ISLAM

All’inizio del VII secolo, le potenze politiche ai due estremi del mondo erano la Cina e la Persia sassanide, due grandi poli sempre in buoni rapporti tra loro, con interessi commerciali comuni; tra questi due poli, dalla metà del VI secolo c’erano le confederazioni turche che si imponevano, tenendo in stato di vassallaggio o protettorato numerosi piccoli regni, non dando tregua agli avanzamenti cinesi, tenuti a distanza dai sovrani persiani. I profitti del commercio avevano un ruolo fondamentale nei loro rapporti. Più oltre a ovest, l’impero bizantino non era riuscito a superare lo sbarramento persiano, e contava ben poco  nel sistema. Il VII secolo fu del resto per Bisanzio un periodo di agitazioni interne e di sconfitte all’estero: perse metà dei territori, su cui aveva regnato Giustiniano. Quanto all’Europa, subiva ancora i contraccolpi delle invasioni che, in ondate successive, l’avevano devastata.

 

C’erano poi due potenze in fieri: gli arabi con l’islam e il regno tibetano. La conquista araba, una esplosione della nuova religione rivelata, dovuta a una tribù di carovanieri e di mercanti del commercio internazionale, cominciò poco dopo la morte di Maometto, nel 632; in una dozzina di anni riuscì a dominale e si sforzò di convertire all’islam la Mesopotamia, la Palestina, la Siria e l’Egitto. I conquistatori attraversarono l’Eufrate nel 635, presero Ctesifonte nel 638, e, mentre si impadronivano di Gerusalemme, di Damasco e di Alessandria, la dinastia sassanide si esauriva con la morte di re Yazdgard III, ucciso nel 635 e, con la fuga in Cina di Firuz, l’erede al trono. Successivamente, egli visse soprattutto in Asia Centrale, sotto la protezione dell’imperatore cinese. La dinastia sassanide scomparve completamente nel 651, lasciando il posto a quella dei califfi Omayyadi. L’avanzamento verso est della nuova potenza non si sarebbe fermato lì: non solo avrebbe conquistato poco a poco metà dei regni turchi o indipendenti in Asia Centrale, ma sarebbe stata necessaria tutta la potenza militare dei Tang per bloccarne l’avanzata. Questo per quanto riguarda l’aspetto militare e politico: in campo economico, l’insediarsi su un così vasto insieme di territori dall’Asia Centrale al Marocco, di un potere sempre disposto ad attivare il commercio e rendere dinamici prodotti e industrie, finito il periodo della conquista si sarebbe rivelato un motore potente per la economia degli scambi.  

IL GRANDE NAVIGATORE ZHENG HE

Quando  Yongle ascese al trono, nominò Zheng He, il capo degli eunuchi, responsabile degli affari generali della reggia e lo gratificò del cognome Zheng. Dagli storici cinesi Yongle è considerato un imperatore molto capace. Di fatto, subito dopo la sua ascesa ai trono, inviò suoi rappresentanti nell’isola di Giava, nella penisola di Malacca, a Cochin e a Calicut. Decise inoltre di spedire una flotta in Occidente. per estendere l’influenza dell’impero Ming e per sviluppare le relazioni amichevoli e commerciali con i paesi stranieri. A comandare la flotta scelse Zheng He, uomo superiore per intelligenza e abilità. L’11 luglio 1405, Zheng He salpò da Liujiagang al comando di una flotta di 62 navi. La flotta, superate Champa, Giava, Palembang. Sumatra e Sri Lanka, raggiunse finalmente Calicut, sulla costa occidentale dell’India, dove Zheng He elevò una stele di pietra come ricordo. Dopo aver navigato per due anni, Zheng He tornò a Nanjing per imbarcarsi in vista di un secondo viaggio. Questa volta lasciò a Sri Lanka una lapide scolpita in tre lingue (Cinese, Tamil e Persiano) che fu scoperta nel 1911 ed è conservata nel Museo di Colombo. La lapide ricorda l’omaggio e i doni portati da Zheng He e dai suoi compatrioti in iscrizioni redatte in cinese, in tamil e in persiano.

Durante il quarto viaggio Zheng He raggiunse Hormuz nel Golfo Persico e dividendo la flotta in piccole squadre riuscì a visitare più contrade che nei viaggi precedenti. Il quinto viaggio lo portò ad Aden, all’ingresso del Mar Rosso. Navigò lungo la costa orientale dell’Africa fino a Mogadiscio, Brava in Somalia, a Malindi nel Kenia e ad altri posti a sud dell’equatore. Nel suo viaggio di ritorno in patria, aprì una nuova via diretta fra Malindi e Quilon. L’ultimo viaggio di Zheng He in Occidente durò due anni, dal 1431 al 1433. Quando la sua flotta arrivò a Calicut, inviò dei pellegrini che si unirono a una nave di viaggiatori, diretti alla Mecca.

In 28 anni, dal 1405 al 1433, Zheng He viaggiò per sette volte lungo la Via della Seta attraverso l’Oceano Indiano. Ad ogni sosta nei porti stranieri, rendeva una visita di cortesia al governatore del luogo e si impegnava in scambi culturali e commerciali con gli abitanti, dando un contributo grandissimo al rafforzamento delle relazioni diplomatiche con quei paesi. In ogni viaggio, inviati stranieri si univano alla flotta per il viaggio di ritorno in Cina. Nel suo sesto viaggio tornarono con lui più di 1200 inviati da 16 paesi. Questi contatti amichevoli potenziarono la comprensione reciproca fra i popoli della Cina, dell’Asia e dell’Africa. La flotta di Zheng He trasportava all’estero manufatti di seta, di bronzo, di ferro, di porcellana, di oro e di argento e monete. Porcellane cinesi sono state scoperte durante gli scavi archeologici in quasi tutte le aree geografiche toccate dalla flotta. Nelle tombe e nei castelli del Kenia e della Tanzania, risalenti al XV secolo, sono stati rinvenuti piatti e vasi cinesi in porcellana. Spezie, colori da tintoria, gioielli e animali rari furono importati in Cina, nello stesso periodo. Infine, i sette viaggi di Zheng He verso l’Occidente ci illuminano globalmente sulla fiorente industria cinese delle costruzioni navali e sulla avanzata maestria nella navigazione durante la dinastia Ming. Ognuno dei vascelli di Zheng He era lungo 147 metri, aveva una larghezza di sei metri, 12 vele e 9 alberi con equipaggi di 200-300 marinai. Soltanto con un’arte consumata del navigare e una forte decisione, i marinai che usavano queste navi dipendenti dai venti, potevano attraversare l’Oceano Indiano. Questi navigatori decidevano la loro direzione con l’aiuto di bussole e osservando il sole di giorno e le stelle di notte. Inoltre, durante i viaggi, sondavano la profondità delle acque ed esaminavano il fondo marino. Come risultato, poterono viaggiare nel burrascoso oceano con sicurezza come andassero sulla terra ferma.

MAPPE

Catturasera

 

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Di Kmusser – Opera propria, Elevation data from SRTM, all other features from Vector Map., CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11098367

 

 

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By User:Schreiber

 

 

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CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=540413

Il Taklamakan è un deserto situato nella regione autonoma uigura  Sinkiang cinese  ed occupa quasi per intero il bacino del Tarim. E’ limitato a nord dal Tien Shan e a ovest dal massiccio del Pamir; a sud è delimitato dalla catena del Kunlun e dall’altopiano del Tibet. Il deserto presenta una notevole subsidenza tra la depressione di Turfan i i monti Kunlun e Karakorum.  Questo importante affossamento ha permesso la costituzione del fiume Tarim, lungo 2000 km e che si perde nel Lago Nop. Freddo di inverno e caldo di estate.

La popolazione è costituita da uiguri turcofoni. E’ delimitato, a nord e a sud, da una serie di città-oasi che costituivano le due diramazioni della Via della Seta.

Il Taklamakan è un desero situato nella regione autonoma uigura  Sinkiang cinese  ed occupa quasi per intero il bacino del Tarim. E’ limitato a nord dal Tien Shan e a ovest dal massiccio del Pamir; a sud è delimitato dalla catena del Kunlun e dall’altopiano del Tibet. Il deserto presenta una notevole subsidenza tra la depressione di Turfan i i monti Kunlun e Karakorum.  Questo importante affossamento ha permesso la costituzione del fiume Tarim, lungo 2000 km e che si perde nel Lago Nop. Freddo di inverno e caldo di estate.

La popolazione è costituita da uiguri turcofoni. E’ delimitato, a nord e a sud, da una serie di città-oasi che costituivano le due diramazioni della Via della Seta.

 

 

 

mongolia interna

La Mongolia Interna

Di SY – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=73964820

La Mongolia Interna è una immensa regione che forma un lunghissimo arco nel nord-ovest della Cina e collega la Siberia all’Asia Centrale, occupando circa un terzo della superficie della Cina. L’ambiente geografico va dalle foreste ai deserti sabbiosi alle praterie. Dal punto di vista etnico, i territori sono dimora di numerose minoranze: mongoli,  uiguri e hui, russi, kazaki e kirghizi. Tre province (Mongolia Interna, Ningxia e Xinjiang) sono ufficialmente riconosciute come province autonome. Le principali attrattive di Xinjiang e Gansu sono le città-oasi nel deserto lungo la Via della Seta, ricche di grotte con dipinti buddhisti, suggestive rovine, caotici mercati.

Confinante con la Repubblica di Mongolia e la Russia a nord,  con gli stati dell’Asia Centrale a ovest e con il subcontinente indiano a sud, la regione resta legata alla Cina che per secoli operò per imporvi la propria egemonia. Oggi la popolazione è in maggioranza composta da cinesi han che sembrano però avere poco in comune con le comunità indigene della zona.

UZBEKISTAN

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La Via della Seta passava per Merv, la capitale dell’antico Turkmenistan.

 

 

Da Chang’an, la capitale della Cina, a Roma, alla estremità opposta della Eurasia, la Via della Seta fu per secoli la rotta commerciale tra civiltà e un corridoio, lungo il quale viaggiarono idee, conoscenze e religioni.

Chang’an (Xi’an) è stata la antica capitale della Cina, sotto dieci dinastie. Al tempo della dinastia Ming, il nome divenne Xi’an, tuttora in uso.  Verso il 750 d.C. era una delle più popolose città del mondo e, secondo alcune fonti, contava un milione di persone.

Da Xi’an, i rami settentrionali proseguivano fino a Dunhuang, importantissimo centro buddista con le celebri grotte di Mogao. Lì si divideva in tre rami, di cui due si ricongiungevano a Kashgar. Il terzo invece passava attraverso il Tien Shan (grande sistema montuoso dell’Asia Centrale)  in direzione di Alma Ata.  Tutti questi percorsi si riunivano nella antica Sogdiana e proseguivano verso quelli che oggi sono Uzbekistan, Afghanistan, Turkmenistan e Iran fino a Baghdad e poi, sfruttando in gran parte l’Eufrate, giungevano fino al Mediterraneo.

 


 

Partendo da Xi’an, le carovane cariche di seta attraversavano Lanzhou, passando per la porta di giada (Yumen), vicino a Jiayuguan. A Dunhuang, per evitare il deserto di Taklimatan , si dividevano, seguendo la via a nord o quella a sud, lungo le oasi di Turpan, Kuqa e Hotan, prima di riunirsi a Kashgar. Le carovane che si addentravano nel deserto sparivano, inghiottite dalle sabbie, e non se ne sapeva più nulla. Una deviazione di questa autostrada ante litteram lasciava la Cina attraverso i monti del Pamir e arrivava fino al Mediterraneo, mentre dal ramo sud partiva la autostrada del Karakorum, diretta verso il nord dell’India. La Via della Seta portò ricchezze a vari insediamenti preislamici e buddhisti, in seguito inghiottiti dal deserto o semplicemente dimenticati.

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IMMAGINI

XI’AN (CHANG’AN) 

Chang’an (che significa “pace eterna”) è stata la capitale sotto 10 dinastie. Al tempo della dinastia Ming, il nome è diventato Xi’an, tuttora in uso. Poco a nord della città, furono creati i tumuli del re Qin Shi Huang della dinastia Qin, che qui costruì il suo mausoleo, vigilato dall’esercito di terracotta. Al tempo della dinastia Tang la città ere 8 volte più vasta della Xian dei Ming. In documenti del 750, si parla di 800 mila – un milione di persone.

Si trova nella provincia del dello Shaanxi.  La città si trova nel mezzo di una pianura alluvionale, formata dagli otto fiumi che scorrono nelle vicinanze. A nord è limitata dal fiume Wei, un fiume lungo 818 km, che è il principale affluente del Fiume Giallo. La sorgente del Wei si trova a 200 km dal Fiume Giallo, ma, a causa dell’enorme ansa che questo fa da Lanzhou. il Wei sfocia nel Fiume Giallo dopo 2000 km di corso di questo.

 

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Le mura con il fiume Wei

 

CC BY-SA 3.0, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=2144397

 

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Le fortificazioni

 

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La pagoda della Grande Oca Selvatica

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L’esercito di terracotta sepolto assieme all’imperatore Qin Shi Huang 

 

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L’esercito dei guerrieri di terracotta

Di user:Robin Chen – Opera propria, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=566277

 

LANZHOU

Grande centro industriale e capoluogo del Gansu, Lanzhou è stata a lungo uno snodo centrale tra il cuore della Cina e il nord-ovest. Fu un importante punto di sosta lungo la Via della Seta, nonché l’estremità orientale del bassopiano detto corridoio di Hexi. Il Fiume Giallo ne attraversa il centro: per secoli, Lanzhou fu il principale punto, in cui attraversare il fiume. La costruzione del primo ponte in ferro avvenne solo nel 1907.

Le capitali delle città delle grandi dinastie imperiali, come per esempio Xi’an e Pechino, e le popolose aree settentrionali, consideravano il corridoio di Hexi presso Lanzhou un’importante punto vitale per il commercio e lo scambio con l’Occidente. Una delle eredità della via della Seta è il Tempio Bingling (Mille grotte di Buddha). Su entrambi i lati di questa grande e lunga valle si trovano alte montagne, deserti e altipiani che bloccavano i viaggiatori provenienti da nord e sud. La popolazione beneficiò dagli scambi commerciali dell’area, e furono influenzati da idee e religioni occidentali. Contemporaneamente ai beni materiali infatti, sulle carovane viaggiavano anche le idee, per questo motivo le ideologie occidentali influenzarono ampiamente le Dinastie Cinesi.  

Lanzhou

 

Di Sigismund von Dobschütz – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8001935

LanzhouPonte

Di User:YukioSanjo from it.wikipedia – it.wikipedia, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31505681

 

 

KASHGAR

Nella parte più occidentale del Xinjiang, la città di Kashgar, sorta lungo la Via della Seta, sta adagiata ai piedi dei monti del Pamir, con il deserto di Taklaman ad est. Punto di incontro delle diramazioni nord e sud della Via della Seta e porta per l’Occidente, fu un tempo un centro di grande importanza.  E’ un luogo storico di incontro di genti lungo la Via della Seta.  La strada del Karakorum lo collega al Pakistan attraverso il passo Khunjerab. Attraverso il passo di Korugart si raggiunge il Kirghizistan. Vi si stabilì una guarnigione cinese già nel 78 d.C., ma la regione subì l’influsso dell’Islam nel IX secolo e Kashgar non tornò a far parte dell’Impero Cinese fino al XVIII  secolo. In seguito, un signore della guerra dell’Asia Centrale, Yakub Beg, si proclamò Khan dello Stato di Kashgar. Alla sua morte, nel 1877, la Cina si annesse la provincia. Oggi Kashgar è un attivo mercato e uno snodo di trasporti, ma, nonstante la rapida modernizzazione, conserva il suo fascino.

La Moschea di Id Kah  è la più grande moschea del Xinjiang e una delle maggiori della Cina. Fu probabilmente fondata nel 1738, probabilmente nel sito di una moschea precedente più piccola. La attuale struttura risale al 1838 e fu  danneggiata durante la Rivoluzione Culturale. All’interno si trovano un padiglione ottagonale e una piscina, oltre a uno spazio con 100 colonne  in grado di ospitare 7000 fedeli.

 

Su entrambi i lati della piazza della moschea, si trova la città vecchia con i suoi bazar.  Questi sono divisi in diverse sezioni destinate ai vari oggetti.  Il prodotto principale della zona è rappresentato dai tappeti.  Ci sono poi i cappelli colorati dell’Asia Centrale.

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Moschea di Id Kah

Di Colegota – Opera propria, CC BY-SA 2.5 es, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=431862

 

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Immagini della città vecchia

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La tomba di Apakh Hoja

CC BY-SA 2.5 es, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=431904

Kashgar si trova presso una oasi del deserto di Taklamakan nel Xinkjiang.

Fondata 2000 anni fa, fu a lungo dominata dalla popolazione nomade dei Xiongnu.  Quando questa fu sconfitta dal generale cinese Ban Chao nel 73 d.C. divenne formalmente parte del Celeste Impero. La città ha vissuto da protagonista gli anni, in cui la via della Seta era il fulcro degli scambi commerciali e culturali tra Europa e Asia, accogliendo un gran numero di bazar e dotandosi di edifici frutto della commistione di vari stili.

 

 

KHIVA (oggi in Uzbekistan)

 

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Minareto Khalta Minor

 

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Islam Khodjia

 

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Mura di Itchan Kala

Khiva è l’antica capitale della Coresmia e del khanato di Khiva (dal 1592) e si trova oggi nella provincia di Khorezm in Uzbekistan. Fu sede di un importante mercato di schiavi.

 

IL TIAN SHAN

 

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Central Tian Shan mountain range with Khan Tengri (6995 m) in the center. Taken on the flight from Urumqi to Bishkek, where Mt. Khan Tengri and Mt. Tomur (Jengish Chokusu / Mt Pobeda) can be seen clearly.

Di Chen Zhao – originally posted to Flickr as 天山山脉西段航拍 / West Tian Shan mountains, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8723906

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Tian Chi

Di Babak Fakhamzadeh from São Paulo, Brazil – Tian Chi, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=45264478

Il rilievo è caratterizzato da una combinazione di catene montuose e da una serie di valli e bacini intermedi che si allungano generalmente da est a ovest. La depressione più profonda del Tien Shan orientale è la depressione di Turfan  (o Turpan), regione in cui si trova il punto più basso dell’Asia Centrale (154 metri sotto il livello del mare). Le montagne sono di tipo alpino con pendici impervie e lungo le loro creste si estendono ghiacciai.

TURPAN

 

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La moschea di Emin con il minareto

 

La depressione di Turpan

 

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La depressione di Turfan

Di NASA/USGS (Landsat 7) – http://www.nasa.gov/multimedia/imagegallery/image_feature_533.htmlhttp://earthobservatory.nasa.gov/IOTD/view.php?id=4142, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9525009

Turfan si trova accanto alla antica capitale uigura di Gaochang. La dinastia Qing conquistò questa regione, in larga parte musulmana, negli anni 1750, sconfiggendo in una serie di battaglie gli uiguri e i mongoli, grazie al suo superiore armamento. Il minareto fu innalzato nel 1777 durante il regno dell’imperatore Qing Qianlong (1735 – 1796) e fu terminato l’anno successivi.  Con la sua altezza di 44 metri, è il minareto più alto della Cina.

Il bacino di Turfan è una fossa tettonica che arriva a una profondità di 155 metri, mentre le zone limitrofe del fiume Tarim e del Lop Nur arrivano ad una altezza variabile tra 600 e 900 metri sul livello del mare. Il bacino è intensivamente coltivato ed è famoso per l’uva e  i meloni.La parte settentrionale, più elevata, costituisce una sorta di sentiero naturale, utilizzato dalla Via della Seta.

 

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FERGANA VALLEY

 

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fergana

 

 

ferga

 

 

SAMARCANDA

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Moschea di Bibi Khanym

Di Doron – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2121478

 

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Il mausoleo di Gur Emir, dove è sepolto Tamerlano

BUKHARA

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Mausoleo di Ismail Samany

 

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 Moschea di Poi- Kalyan

TASHKENT

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Moschea Dzhuma

Medrese_Barak_Chan,_Toshkent,_Uzbekistan_11.05.2014

Madrasa Barak Chan

Di THORSTEN – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=44489452

Tashkent è la capitale dell’Uzbekistan.

GHAZNI

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Il Minareto di Ghazni

Von bluuurgh – Eigenes Werk, Gemeinfrei, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=215611

 

ghazni

La città vecchia

Von U.S. Air Force photo by Tech. Sgt. J.T. May III – http://www.defenseimagery.mil/imagery.html#a=search&s=prt&guid=724d0711d31e276dba7686293e9ca6c8ae03e97d VIRIN 100418-F-4473M-141, Gemeinfrei, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10153464

 

 

BAGHDAD 

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Baghdad medioevale

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bag

Fondata nel 762 d.C. dal califfo abbaside Al-Mansur, divenne la capitale religiosa e amministrativa della sua dinastia. Dopo un periodo di estremo splendore, la città iniziò a decadere a metà del IX secolo quando gli Abbasidi iniziarono a indebolirsi; distrutta dai Mongoli nel 1258 e poi da Tamerlano nel 1401, fu conquistata dai Persiani e poi dai Turchi che la resero capoluogo di provincia e le ridiedero grande prestigio.

 

NISIBI (attuale Nusajbin)

 

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TABRIZ

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500px Photo ID: 117838489 - http://whc.unesco.org/en/list/1346

IL BAZAR

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LA MOSCHEA BLU

Tabriz è situata nell’Iran nord-occidentale.

PAMIR

Il Pamir ( definito il “tetto del mondo”) è una regione fisica dell’Asia Centrale, costituita da un altopiano di 100.000 kmq, di altezza compresa tra i 3000 e 4000 metri sul livello del mare. Si trova a sud del Tienshan e a nord del Karakorum, del Kunlun, dell’Hindu Kush. Il suo territorio è diviso tra il Tagikistan, l’Afghanisata, il Kirghizistan, il Pakistan e la Cina.

E’ orlato da catene montuose, la cui vetta più alta è il Kungur (7719 metri), il Muztagata (7495 metri), il picco Ismail Samani (7495 metri) e il picco Ibn Sina (7134 metri).

Il clima è alpino, con estati corte e fresche, e inverni lunghi e rigidi con scarse precipitazioni

Un tempo attraversato dalla Via della Seta, oggi il Pamir possiede le due strade di comunicazione più alte del mondo: la strada del Karakorum (che collega il Pakistan alla Cina) e quella del Pamir che collega il Tagikistan al Kirghizistan.

 

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Pamirhighway

HINDU KUSH

L’Hindu Kush è una catena montuosa dell’Afghanistan e delle Aree Tribali del Pakistan. E’ la propaggine occidentale del Pamir, del Karakorum e della Himalaya, a sud-ovest del Tian Shan.

L’altezza delle montagne del sistema dell’Hindu Kush decresce spostandosi verso ovest, dove variano tra 3500 e 4000 metri. Le vette situate nell’Afghanistan Orientale invece superano i 7000 metri. L’intero sistema si estende in longitudine per poco meno di 1000 km.

 

hindu

Vista dal satellite

Di Jeff Schmaltz, MODIS Land Rapid Response Team at NASA GSFC – NASA’s Earth Observatory, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=844300

 

Golden_Peaks_(Hindu_Kush_Range),_Pakistan

Golden Peaks

Di Akbar Asif22 (Akbar Ali Asif) – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=49148100

These majestic peaks are from Hindu Kush Range. Warm light of setting sun has added more beauty to the overall scene. Its a zoomed shot taken from far away.

 

A_lovely_peak_in_Hindu_Kush_Range,_Pakistan

Kalam, Swat Valley, Pakistan. My shot shows a lovely peak in Hindu Kush Mountain Range. These beautiful peaks can be seen from Kalam main bazar in the East. We, a group of 3 friends hiked to Boyun village which lies at a distance of 4km from Kalam main bazar. I took this shot using a zoom lens; lateral sunlight has beautifully highlighted these mountains with a very nice contrast with blue sky.

 

Di Akbar Asif22 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=49110673

 

 

 

 

 

Vedere anche:

 

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DENG XIAOPING, IL POLITICO CHE DISSE AI CINESI: “ARRICCHITEVI!”

Deng Xiaoping (nato a Guang’an il 22 agosto 1904, morto il 19 febbraio 1997 a Pechino) ricoprì vari incarichi direttivi nel Partito Comunista Cinese ai tempi di Mao Zedong e divenne leader de facto della Cina dal 1979 al 1992. E’ stato il pioniere della Riforma Economica cinese e l’artefice del “socialismo con caratteristiche cinesi”.  Si trattava di una teoria che mirava a giustificare la transizione dalla economia pianificata alla economia aperta di mercato.

All’inizio degli anni Ottanta, dopo il disastro della Rivoluzione Culturale che voleva tutti uguali, vestiti di grigio e senza aspirazioni individuali, i cinesi volevano uscire in ogni modo da quegli anni bui, aprire attività imprenditoriali private, , conquistare potere di acquisto. Il fenomeno fu battezzato “vendetta consumista”.  Deng Xiaoping accolse quelle aspirazioni “borghesi” e “capitaliste”, annunciando che: “Arricchirsi è glorioso!”. Consumare beni non essenziali diventò una forma di “”vendetta” contro l’oppressione delle Guardie rosse.

“Deng riporta con sé al potere molti dirigenti che come lui hanno sofferto terribili umiliazioni personali durante la Rivoluzione culturale, e in breve tempo si appresta a distruggere non solo gli eccessi più radicali, ma gran parte dell’intera eredità di Mao. 

Nell’economia, nella visione della società, nei valori morali che proclamava (non necessariamente praticandoli), il maoismo è destinato all’annientamento sotto i colpi implacabili di Deng.  Egualitarismo e comunismo contadino, lotta di classe permanente, etica della austerità e della frugalità, autarchia e autosufficienza.  

Deng smantellerà uno dopo l’altro tutti questi principi del maoismo per sostituirli con politiche diametralmente opposte.  L’economia va stimolata attraverso gli incentivi materiali, quindi l’arricchimento personale è legittimo e deve essere incoraggiato. L’arretratezza del paese si deve curare con robuste iniezioni di tecniche e capitali stranieri. L’amministrazione pubblica comincia a essere decentrata per consentire “esperimenti” locali più avanzati verso il capitalismo.  

Deng, però, vuole gestire questa sterzata poderosa senza mettere a repentaglio la stabilità del regime. La sua moderazione ha un limite invalicabile, questo limite è l’unico principio del maoismo che Deng è deciso a salvare: la società civile non deve affrancarsi, il partito unico manterrà il monopolio del potere, che egli presenta come una garanzia nei confronti il ritorno del caos e dell’anarchia. La stabilità è una giustificazione strumentale e perfino aberrante, visto che le convulsioni devastanti dei Cento Fiori, del Grande Balzo e della Rivoluzione culturale  sono tutti avvenuti sotto lo stesso regima comunista. “

da Jonathan Spence 

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Nell’’ottobre 2019, il presidente Xi Jinping ha ispezionato il Guangdong per convincere cittadini e imprese private che l’economia cinese si aprirà ulteriormente al mondo. Il suo viaggio ha ricordato quello realizzato qui da Deng Xiaoping nel 1992. In quell’occasione, il piccolo timoniere aveva promesso alla Cina e al mondo che la politica di riforma e apertura da lui lanciata nel 1978 sarebbe proseguita, malgrado la battuta d’arresto subita con gli eventi di piazza Tiananmen. Deng usò il Guangdong come laboratorio di tutte le misure di sviluppo economico applicate poi al resto della Repubblica Popolare. Per questo, da trent’anni è la provincia che contribuisce di più alla crescita dell’economia cinese. Entro la fine dell’anno, il suo Pil potrebbe superare quello della Spagna e della Russia.

A dicembre, la Repubblica Popolare celebrerà il quarantesimo anniversario dall’inizio di quel cammino, che ha determinato l’impetuosa crescita del paese.

Xi ha detto che, seguendo il percorso promosso da Deng, la Cina potrà compiere “miracoli più grandi”. Eppure, l’attuale presidente non ha ancora introdotto riforme tali da poterlo paragonare al piccolo timoniere, complici il rallentamento della crescita domestica, la guerra commerciale mossa dagli Usa e le resistenze interne al Partito comunista. Inoltre, Pechino non rinuncerà totalmente al controllo dell’economia, come si augurano in Occidente. Malgrado le rassicurazioni alle aziende private, Xi ha più volte ribadito la centralità delle imprese di Stato.

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La grande campagna della Rivoluzione Culturale contro Deng Xiaoping

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Visita al presidente Carter negli USA

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Il compagno Deng Xiaoping nella sua visita a Shenzen nel 1992

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La serie TV dedicata a Deng Xiaoping

GRANDI INNOVAZIONI

LE ZONE ECONOMICHE SPECIALI

L’ istituzione delle prime Zone Economiche Speciali (ZES) in Cina è iniziata a seguito della politica di riforme economiche (la cosiddetta politica della porta aperta) intrapresa nel paese a decorrere dal 1978.

In particolare, nel 1979, vennero create le prime tre ZES nelle municipalità di Shenzhen, Zhuhai e Shantou, tutte site nella provincia meridionale del Guangdong, nel 1980 venne istituita la ZES di Xiamen, nella provincia di Fujian, ed infine nel 1988 venne costituita la ZES dell’intera isola di Hainan divenuta nel contempo provincia.

LEGGE DEL FIGLIO UNICO

Ai tempi di Mao Zedong, la popolazione cinese cresceva di 30 milioni di persone l’anno. Nel 1962 il boom di nascite suscitò preoccupazione e si decise di iniziare una politica di pianificazione familiare nelle città più densamente popolate. Fu nel 1973 che fu lanciata una politica di controllo delle nascite.  La sovrappopolazione era ormai considerata un ostacolo allo sviluppo e alla modernizzazione. Nel 1979 il governo di Deng Xiao Ping varò una politica di controllo organico della natalità. Fu approvata la legge del “figlio unico”. A quel tempo, la Cina accoglieva un quarto della popolazione mondiale, pur disponendo solo del 7% del terreno coltivabile. I due terzi della popolazione avevano meno di trenta anni.

PIAZZA TIANANMEN

Le proteste sono cominciate nell’aprile del 1989 dopo la morte del leader comunista Hu Yahobang. Durante il suo mandato, Hu ha cercato di orientare il paese verso un sistema politico più aperto e verso una economia più orientata al mercato. Gli studenti si riuniscono in piazza Tienanmen, luogo simbolo che ospita la tomba di Mao Zedong, e hanno presentato un lungo elenco di richieste.

Il 26 aprile il People’s  Daily pubblica un articolo, in cui definisce la manifestazione “disordini” e accusa gli studenti di lavorare contro il Partito Comunista.

Il 13 maggio la folla a piazza Tiananmen era cresciuta fino a 300 mila persone.

Il 19 maggio il segretario generale del partito Zhao Ziyang  – che ha sostenuto i negoziati con gli studenti è apparso sul luogo della protesta e ha chiesto loro un  compromesso, ma il tentativo è fallito. Poco dopo, il premier Li Peng, rivale di Zhao, ha proclamato la legge marziale.
Il partito comunista ha deciso di agire. Il 2 giugno, alti funzionari del partito hanno imposto la legge marziale con lo scopo “di riportare l’ordine nella capitale”.  Circa 250 mila soldati hanno iniziato a mobilitarsi il giorno successivo con l’ordine di entrare nella piazza all’una di notte del 4 giugno e liberarla entro le 6 del mattino. Il soldati hanno avuto il permesso “di agire per autodifesa e usare ogni mezzo per eliminare gli impedimenti”, secondo lo storico di Tiananmen Wu Renhua.

I manifestanti hanno opposto resistenza, quando le truppe sono entrate per la prima volta nella piazza. Dopo una notte di spargimento di sangue, il Partito Comunista ha dichiarato che 241 persone sono rimaste uccise e 7000 sono state ferite. Da allora sono circolate molte cifre. Telegrammi diplomatici segreti del Regno Unito parlano di diecimila morti.

Dopo avere liberato la piazza il 5 giugno, i carri armati hanno continuato a percorrere le vie di Pechino, sparando a chi cercava di sbarrare loro la strada.

Il leader cinese Deng Xiaoping è apparso per la prima volta dopo la repressione il 9 giugno, lodando l’esercito per il lavoro svolto negli ultimi giorni ed etichettando i manifestanti come controrivoluzionari che volevano abbattere il comunismo.

migliaia

Decine di migliaia di studenti e cittadini si sono riuniti davanti al monumento dei Martiri a piazza Tiananmen il 21 aprile.

tienanmen

Un camion cerca di farsi largo tra la folla.

great hall

Gli studenti organizzano un sit-in davanti alla Great Hall of People il 18 aprile. Uno studente legge un lungo elenco di rivendicazioni.

elicotteri

Gli elicotteri volteggiano sulla piazza, mentre gli studenti agitano i pugni.

studenti

Il 20 maggio gli studenti dell’Università di Pechino si riuniscono a piazza Tianmen.

blocco convoglio

Un convoglio dell’Esercito, diretto a piazza Tienanmen, viene bloccato e torna indietro.

obiettivi

Uno studente dell’Università di Pechino legge un lungo elenco di obiettivi della occupazione ai soldati dell’Esercito Popolare di Liberazione.

elicottero dopo legge marziale

Un elicottero passa sopra piazza Tienanmen il 20 maggio, dopo la proclamazione della legge marziale.

formazione

Le truppe dell’esercito dal quartier generale del partito corrono in formazione in una ostentazione di forza.

camion

Un camion porta i soldati verso il Chang’an Boulevard.

carri armati in piazza 4 giugno

I carri armati entrano nella piazza il 4 giugno.

chang'an avenue

I carri armati bloccano un cavalcavia sulla Chang’an Avenue che porta a piazza Tiananmen.

davanti

Un giovane si è messo davanti a un carro per fermarlo.

spari

I soldati sparano sulla folla.

curiosi

Alcuni curiosi osservano i carri armati che occupano la piazza il 7 giugno.

ciclisti

Alcuni ciclisti passano accanto a un carro armato.

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