LA GUERRA COMMERCIALE TRA CINA E USA

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Yang Jiechi, capo dell’Ufficio Affari Esteri del Partito Comunista Cinese, si è recato il 14 agosto 2019 a Washington per incontrare il Segretario di Stato Mike Pompeo. Nonostante il contenuto del colloquio sia riservato, il fatto che avvenga al culmine della guerra commerciale e durante l’occupazione dell’aeroporto di Hong Kong da parte dei manifestanti suggerisce i possibili temi.

 

yang jiechi

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Trump minaccia di applicare nuovi dazi su 300 miliardi di dollari di beni cinesi dal 1 settembre. La Cina ha replicato che applicherà contromisure adeguate. La più efficace è la svalutazione dello yuan a 7 per dollaro: il minimo dal 2008. Il 7 agosto la  People’s Bank of China ha fissato il tasso ufficiale dello yuan a 6,9996 nei confronti del dollaro. Si teme ora che la guerra commerciale sfoci in una guerra valutaria. Le borse hanno reagito con una serie di crolli.

 

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L’attesissimo faccia a faccia del 29 giugno 2019 tra il presidente cinese, Xi Jinping, e l’omologo americano, Donald Trump, ha dato l’esito che molti, a cominciare dai mercati finanziari, si aspettavano: hanno concordato il riavvio delle trattative sul commercio. Un’ora e venti minuti di dialogo che il presidente americano ha definito “eccellente”.
Secondo l’agenzia ufficiale di stampa di Pechino. gli Stati Uniti hanno accettato di non imporre nuovi dazi alle esportazioni cinesi, in particolare sui 300 miliardi di dollari circa ventilati nelle ultime settimane dalla Casa Bianca, e i due Paesi hanno deciso di riprendere le trattative “su una base di eguaglianza e di mutuo rispetto”.

 

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Più che un G20 è un G2: gli occhi del mondo puntati sulla sfida Trump-Xi. La vera posta in gioco è il dollaro come valuta mondiale Più che un G20 è un G2: gli occhi del mondo puntati sulla sfida Trump-Xi. La vera posta in gioco è il dollaro come valuta mondiale.

 

A parte il loro comune segno zodiacale Gemelli,  Xi e Trump non potrebbero essere più diversi per toni, modi, cultura e galateo. Questo retroterra ha giocato e gioca un ruolo fondamentale nel rapporto tra i due uomini più potenti del pianeta chiamati, ancora una volta, al G20 di Osaka, a trovare un accordo sulla governance mondiale, non solo sul versante del commercio internazionale.

Per certi versi sembra in arrivo una minestra riscaldata. È solo questione di ore. Per l’ennesima volta la montagna potrebbe partorire un topolino, come è già successo nei precedenti incontri. E ognuno dei due giganti potrebbe tornare a casa con un nulla di fatto, con buona pace del resto del Pianeta.

 

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Arrivo di Xi ad Osaka

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Xi con Narendra Modi

 

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Xi con Angela Merkel

 

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Xi con Putin e Narendra Modi

 

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L’arrivo di Conte a Osaka

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La Cina ora minaccia Android: Oppo e Xiaomi testano il sistema operativo di Huawei. Il governo cinese vuole esercitare una pressione sugli Stati Uniti, mobilitando la sua industria tecnologica di prim’ordine.

 

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Mentre la notizia della mossa Usa verso Huawei cominciava a fare il giro del mondo, il presidente Xi Jinping si recava  nella provincia meridionale di Jiangxi, dove ha sede la Jl-Mag, una azienda di terre rare, materiale di fondamentale importanza per l’industria tech, soprattutto quella legata ai microconduttori.  Una minaccia di ritorsione che ha fatto bloccare la minaccia a Huawei.  In caso di acuirsi ulteriore dello scontro, la Cina potrebbe arrivare alla limitazione stessa dell’export di terre rare verso gli Stati Uniti.

jlmag

 

La guerra dei dazi tra Usa e Cina sta per compiere un anno. Annunciati nell’aprile 2018 i primi dazi sono difatti partiti il 6 luglio. Per certi versi assomiglia più a una partita a scacchi in cui agli attacchi dell’uno (Donald Trump) seguono le controffensive dell’altro (Xi Jinping). Il tutto condito da una retorica che nel corso di questi mesi ha alimentato la volatilità sui mercati finanziari, in particolare sui settori più direttamente coinvolti (tecnologico, agricolo, automobilistico). Trump, soprattutto attraverso twitter, sta alternando la strategia del “bastone e della carota”. A un affondo fa seguire un’apertura, e tweet discorrendo. Il presidente cinese, invece, è di poche parole e preferisce rispondere con i fatti.

La partita si sta giocando con due armi:

  • le aliquote (finora ne sono state usate due, 10% e 25%)
  • il cambio dollaro/yuan.

Il fattore chiave da capire è che se la divisa cinese si svaluta, il che assicura maggiore competitività alle merci cinesi esportate negli USA. In questo momento, tenendo conto anche della risposta cinese dal 1 giugno, la Cina sta arrecando un danno maggiore di  quello subito; 75 miliardi contro 63 miliardi. Nel frattempo il cambio dollaro/yuan si è svalutato da 6,3 a 6,9. La svalutazione impatta su tutti i 539 miliardi di beni esportati dalla Cina verso gli Usa, pari a un recupero di competitività, alias abbassamento del costo per gli acquirenti Usa delle merci importate dalla Cina. La contesa potrà impattare sui titoli di Stato Usa, di cui la Cina (dopo la Federal Reserve) è il secondo detentore mondiale. Non è quindi un caso se ad oggi (i dati resi noti dalla Fed sono al 31 marzo 2019) i Treasury in mano ai cinesi siano scesi a 1,12 trilioni di dollari, il valore più basso degli ultimi due anni. Proprio in concomitanza con la forte svalutazione in corso della divisa cinese. Insomma, quella in atto tra Usa e Cina non è una partita a scacchi da principianti.

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La Cina non resta a guardare e come atteso risponde alle nuove restrizioni commerciali introdotte dagli Usa. Dal 1° giugno Pechino alzerà i dazi al 25% su 60 miliardi di dollari di importazioni americane. Le nuove misure dovrebbero “colpire” 2.493 beni made in Usa.

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I futures su Wall Street viaggiano in netto rosso, -1,21% per il timore che questa volta a pagare veramente pegno siano gli americani, con un balzo dell’inflazione a causa di un prossimo netto rialzo dei prezzi dalla Cina. E molti dei beni che saranno toccati vengono in realtà da controllate cinesi di gruppi americani. Una doppia beffa alla corporate America.

“In nessun momento la Cina perderà il rispetto del Paese, e nessuno dovrebbe aspettarsi che la Cina inghiotta frutti amari che danneggiano i suoi interessi principali”, ha scritto oggi in un commento il People’s Daily, un quotidiano controllato dal partito comunista, sottolineando che Pechino è aperta ai colloqui, ma non si arrenderà mai davanti a importanti questioni di principio.

Nel frattempo, il South China Morning Post ha pubblicato questa mattina (13 maggio 2019) un’intervista a Wei Jianguo, ex viceministro al Ministero del Commercio (Mofcom), oggi vice presidente del China Center for International Economic Exchanges, un think tank legato al governo cinese. Wei ha spiegato che Pechino ha molte carte per difendersi dagli Stati Uniti ed è probabile che applichi sanzioni che vanno oltre le tariffe sul commercio di beni. Wei ha citato prima di tutti i beni agricoli statunitensi, in particolare soia, grano, mais e la carne di maiale, sapendo che il settore rappresenta una parte fondamentale degli elettori del presidente statunitense Donald Trump, già avviato alla corsa verso le elezioni del 2020.

“La Cina ha non solo la determinazione e la capacità, ma anche la volontà di combattere una guerra prolungata”, ha aggiunto Wei. La Cina potrebbe applicare sanzioni anche su aerei e veicoli statunitensi, ha aggiunto. La Cina, ha ripreso Wei, potrebbe andare oltre il commercio di beni e servizi, puntando ai settori finanziario, turistico e culturale. Wei ha avvertito che Washington ha commesso un errore strategico nell’aumentare le tariffe. La mossa potrebbe ritorcersi contro perché “l’estrema pressione” non costringerebbe la Cina a capitolare.

 

 

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Un minuto dopo la mezzanotte di Washington, le sei del mattino in Italia (del 10 maggio 2019), è scattato il nuovo pacchetto di dazi annunciati da Donald Trump: le tariffe su 200 miliardi di dollari di importazioni made in China salgono dal 10 al 25%. Pechino ha già annunciato che risponderà a tono, pur senza precisare come, maggiori dettagli dovrebbero arrivare a breve.

Ed è in questo clima di nuovo teso, dopo mesi di tregua che avevano fatto tirare il fiato alle Borse e al resto del mondo, che i due negoziatori Liu He e Robert Lighthizer torneranno a sedersi al tavolo oggi, sperando che l’incontro sia più utile della cena consumata ieri. Almeno i mercati si concedono una speranza: dopo un’improvvisa caduta in rosso nei minuti successivi all’entrata in vigore dei dazi, i listini asiatici sono rimbalzati in territorio positivo, con Shanghai a trainare tutti.

 

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Per il presidente Trump le trattative con la Cina procedono “troppo lentamente”. E nel tentativo di alzare la posta ha annunciato su twitter (6 maggio 2019)  che da venerdì saliranno dal 10% al 25% i dazi americani su 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi. Non è tutto. Verranno imposti nuovi dazi del 25% su altri 325 miliardi di prodotti cinesi non tassati finora. L’annuncio di Trump ha sorpreso la Cina che, secondo fonti vicine al governo riportate dal Wall Street Journal, starebbe valutando di uscire dai negoziati e cancellare del tutto le trattative commerciali con gli Stati Uniti. Era stato lo stesso Trump il primo novembre con una telefonata al presidente cinese Xi Jinping a spingere per le negoziazioni tra i due paesi.

L’affondo di Trump potrebbe rappresentare una forzatura di mano sul tavolo delle trattative commerciali con il colosso asiatico per arrivare a un’intesa chiave al più presto. Infatti Trump non sarebbe contento della velocità delle trattative, ma in questo modo rischia anche un prolungamento dei colloqui. Le autorità cinesi hanno cancellato, in circostanze simili, una spedizione negli Usa lo scorso settembre.

“Dal momento che la Cina ha sempre detto che la sua politica è quella di non voler negoziare sotto costrizione, è reale la possibilità che Pechino possa cancellare gli incontri con gli Usa”, afferma stamani Goldman Sachs in una nota. Con tutte le conseguenze negative del caso, proprio mentre gli investitori si stavano abituando a una possibile ripresa dell’economia mondiale in una fase molto positiva per l’azionario: “nei mercati globali tornerebbero le difficoltà, la crescita cinese finirebbe di nuovo sotto pressione con ripercussioni anche sull’economia globale”.

 

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La delegazione cinese arriverà ugualmente negli Usa e ne farà parte il vicepremier Liu He.

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La grande guerra economica Usa-Cina forse non ci sarà. Dopo due anni di tensioni sugli squilibri commerciali tra le due maggiori economie del pianeta, nelle ultime settimane prevalgono i segnali di accordo. L’ultimo viene da Donald Trump, che in due tweet ha annunciato il rinvio  dei superdazi su 200 miliardi di importazioni annue made in China. 

Sono felice di annunciare – scrive Trump – che abbiamo fatto dei progressi sostanziali nei nostri negoziati commerciali con la Cina, su questioni strutturali che includono la tutela della proprietà intellettuale, i trasferimenti di tecnologie, l’agricoltura, i servizi, la moneta e altri temi. In conseguenza di questi negoziati produttivi, rinvierò l’entrata in vigore dei dazi che era prevista dal primo marzo.

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Era da 15 lunghissimi anni che gli acquisti nei negozi cinesi non crescevano così poco. A novembre le vendite al dettaglio si sono fermate a +8,1%, cinque decimi sotto ottobre e sette sotto le stime degli analisti, un dato che per i ritmi di crescita a cui il Dragone e la sua nuova classe media hanno abituato al mondo è molto deludente. L’ennesimo segnale che l’economia sta rallentando in maniera più brusca del previsto, soprattutto per ragioni interne come la stretta al credito più che per i dazi di Trump, i cui pieni effetti devono ancora farsi sentire. A novembre la produzione industriale è cresciuta solo del 5,4%, cinque decimi sotto le previsioni e al minimo da dieci anni a questa parte; a pesare è stata soprattutto la parte rivolta verso l’estero.

 

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La giustizia canadese concede a Lady Huawei la libertà su cauzione. Il giudice  ha fissato in 10 milioni di dollari canadesi la somma da pagare ordinando a Meng di restare nell’area di Vancouver, consegnare il passaporto e indossare un dispositivo gps. Meng dovrà anche farsi carico dei costi per la sua sicurezza.

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La notizia che il vice premier cinese Liu He  l’11 dicembre 2018 abbia chiamato il segretario al Tesoro Usa, Steven Mnuchin, per discutere di una possibile agenda di colloqui sul disgelo commerciale ha confortato gli investitori, sebbene rimanga alta la tensione legata all’arresto canadese della cfo di Huawei Technologies. E’ stato poi Donald Trump in persona a twittare segnali positivi: “Colloqui molto produttivi in corso con la Cina! “ ,

 

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La direttrice finanziaria del gigante cinese Huawei, Meng Wanzhou, figlia del fondatore, è stata arrestata a Vancouver, in Canada, in base a un mandato di arresto emesso dagli Usa. Gli Usa hanno chiesto l’estradizione e l’udienza è stata fissata per domani. La notizia è resa nota dal ministero della Giustizia canadese. La richiesta di arresto statunitense – si apprende dai media – riguarderebbe violazioni alle sanzioni americane contro l’Iran e arriva proprio nel giorno in cui la compagnia cinese viene bandita da British Telecom per “rischio spionaggio” .La crisi diplomatica rischia di complicarsi proprio nel momento in cui Stati Uniti e Cina sembravano avere raggiunto una tregua.

Se c’era bisogno di una prova che la tregua fra Donald Trump e Xi Jinping raggiunta al G20 di Buenos Aires era precaria e aleatoria, eccola. L’arresto della direttrice finanziaria di Huawei in Canada, Meng Wanzhou (che è anche la figlia del fondatore dell’azienda) è un colpo duro alle relazioni bilaterali. Il mandato di cattura e la richiesta di estradizione avanzata dagli Stati Uniti sono una sfida al colosso delle telecomunicazioni  cinesi strettamente legato al regime di Pechino, un’azienda che incarna la volontà cinese di supremazia nelle tecnologie avanzate.

A rendere ancora più incandescente questa vicenda c’è l’accusa: violazione delle sanzioni contro l’Iran. Quali sanzioni? Sembra non si tratti delle sanzioni più recenti, quelle reintrodotte dall’Amministrazione Trump dopo la denuncia dell’accordo nucleare. Quel patto nucleare resta valido per tutte le altre nazioni firmatarie, dalla Cina alla Russia all’Unione europea. Ma la Huawei era sospettata di aggirare sanzioni dal 2016, quindi dai tempi di Obama, e in tal caso la violazione si riferirebbe a un regime di embargo riconosciuto dalla comunità internazionale.

 

Huawei's Executive Board Director Meng Wanzhou attends the VTB Capital Investment Forum "Russia Calling!" in Moscow

 

Meng wanzhou

 

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Non scatterà a gennaio il rincaro delle tasse doganali americane dal 10% al 25%, che doveva colpire 200 miliardi di dollari di merci importate dalla Cina. Per ora la misura protezionista è solo rinviata, mentre ripartono i negoziati tra le due superpotenze. La procedura è stata congelata per 90 giorni, durante i quali le due superpotenze proveranno a trattare. Ma il clima è cambiato nel corso della cena di lavoro tra le due delegazioni, avvenuta a Buenos Aires il 1 dicembre 2018..  Sussistono tuttavia forti dubbi sulla prospettiva di un vero accordo. Wall Street, dopo una breve euforia, il giorno successivo (4 dicembre) si è abbandonata alla paura, accusando forti cali.

 

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U.S. President Trump sits for exclusive interview with Reuters in Oval Office at White House in Washington

 

La guerra commerciale tra Stati Uniti e il resto del mondo è stato uno dei temi centrali del 2018 ed è da molti indicata come una delle cause della volatilità che ha caratterizzato i mercati in questo anno così diverso dal tranquillo 2017. Non stupisce quindi che le banche di investimento abbiano i fari puntati sull’incontro giovedì prossimo 29 novembre tra il presidente Usa Donald Trump e Xi Jinping al G20 di Buenos Aires.

Trump si sta preparando all’incontro, lanciando messaggi bellcosi all’avversario. In un’intervista al Wall Street Journal Trump ha infatti dichiarato di essere intenzionato ad aumentare al 25% i dazi su 200 miliardi di dollari di merci cinesi. Il presidente ha anche minacciato di imporre nuove tariffe sul resto delle esportazioni di Pechino negli Stati Uniti, se i negoziati non risultassero favorevoli agli Stati Uniti. Probabilmente  queste parole sono “parte integrante dello stile negoziale di Trump”, che mira a intensificare al massimo la pressione in vista del meeting.

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Il  2 novembre il presidente americano, Donald Trump, infiamma l’Asia con i listini asiatici che rimbalzano ai massimi degli ultimi tre anni. Donald Trump si è detto interessato a raggiungere un accordo con il presidente cinese Xi Jinping al vertice del G20 in Argentina. Resta però sul tavolo il problema del furto della proprietà intellettuale da parte dei gruppi tech cinesi, che è il nodo centrale nella guerra dei dazi avviata dagli Usa contro la Cina.

Il presidente Trump ha poi detto di aver avuto colloqui telefonici “molto buoni” con il leader cinese Xi Jinping e che sono in programma incontri in questo senso al summit G20 alla fine di questo mese. “Ho appena avuto una lunga e molto buona telefonata con il presidente Xi Jinping della Cina. Abbiamo parlato di molti temi, con una forte enfasi sul Commercio”, ha twittato Trump.

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La guerra commerciale con gli Usa fa sentire i suoi effetti. La Cina è  cresciuta nel periodo luglio-settembre 2018 “solo” al tasso del 6,5%, contro attese degli economisti per un +6,6% e contro il +6,7% precedente. Si tratta del ritmo più lento dal 2009, dal collasso di Lehman Brothers e dalla crisi globale dei mercati. Dopo aver ceduto quasi il 3% ieri e il 25% da inizio anno, Shanghai oggi ha recepito il messaggio e alle ore 7:30 italiane guadagna lo 0,31%, mentre Hong Kong sale dello 0,18%. Il 19 ottobre il governatore della People’s Bank of China, Yi Gang è intervenuto per confermare che va tutto bene. E che l’economia crescerà del 6,5% quest’anno, come previsto dal governo centrale e che i fondamentali sono solidi.

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Lo scorso anno la ricchezza complessiva dei miliardari del mondo è aumentata di 1.400 miliardi di dollari, l’incremento annuale (+19%) più grande mai registrato, arrivando alla cifra record di 8.900 miliardi di dollari, divisi tra 2.158 persone.  Il tasso di crescita più elevato si registra in Asia, dove si ha  un aumento medio della ricchezza del 32% a 2.700 miliardi di dollari e tre nuovi miliardari a settimana, diventati ricchi con la tecnologia o le vendite al consumo. La Cina produce due nuovi “Paperoni” ogni settimana: nel 2006 erano sedici in tutto, mentre quest’anno sono 373.

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Si sospetta che la Cina abbia accumulato ben 40.000 miliardi di yen (oltre 5000 miliardi di euro), tenuti fuori bilancio dalle amministrazioni locali del paese; è emerso da una ricerca di S&P Global Ratings. Molte amministrazioni locali in Cina contraggono debiti che non contabilizzano, per evitare i limiti di indebitamento imposti dalle autorità centrali. Secondo S&P si tratterebbe di un problema crescente all’interno del paese, ed è probabile che negli ultimi anni l’entità dei debiti di questo tipo sia aumentata costantemente.

“S&P Global Ratings ritiene che l’entità dei debiti tenuti fuori bilancio dalle organizzazioni locali possa ammontare a diversi multipli della somma comunicata pubblicamente”. Tenendo conto dei debiti nascosti, il debito pubblico potrebbe avere raggiunto il 60% del Pil.

 

 

 

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L’ultimo «viaggio d’ispezione» di Xi Jinping nella provincia nordorientale dell’Heilongjiang è stata più che routine propagandistica. Il leader supremo è uscito da un’estate difficile, durante la quale ha ricevuto qualche critica interna per la linea politico-economica di fronte all’offensiva dei dazi lanciata dalla Casa Bianca.

Nel pieno della guerra commerciale con gli Stati Uniti, Xi Jinping gira tra campagne e fabbriche, per rinsaldare il consenso, si mischia tra contadini e tute blu e predica che il protezionismo e l’unilateralismo rendono sempre più difficile per la Cina ottenere tecnologie e know-how, costringendola a contare solo su se stessa.  

I ritratti di Xi  ricordano le immagini che hanno accompagnato il culto della personalità di Mao, maestro nell’arringare le masse. L’elogio della nuova autarchia fa venire in mente anche Mussolini durante la Battaglia del grano negli Anni Trenta, davanti a una macchina trebbiatrice. La grande differenza è che  ora Xi vuole il primato cinese nell’alta tecnologia, anche se ama ancora farsi vedere tra contadini e operai.

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La Cina ha cancellato l’appuntamento per la ripresa dei colloqui commerciali con gli Stati Uniti, secondo il Wall Street Journal che cita fonti dell’amministrazione Usa. All’incontro dovevano essere presenti il segretario al tesoro americano Steve Mnuchin e il vicepremier cinese Liu He. La decisione di Pechino è stata presa dopo il varo di dazi Usa sul Made in China per 200 miliardi di dollari e la risposta di Pechino con  nuove tariffe per 60 miliardi sui prodotti americani.

L’incontro doveva servire ad individuare i mezzi per allentare le tensioni. Stando a quanto riferito dal Wall Street Journal, Liu ha cambiato idea dopo l’imposizione dei nuovi dazi, in vigore a partire dal 24 settembre. Pechino, sottolineano le fonti, “fa fede al suo impegno di evitare negoziati sotto minaccia” con la cancellazione dei colloqui.  Pechino tuttavia “lascia aperta la possibilità di avviare nuovi negoziati con Washington il mese prossimo”.

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Steve Mnuchin

 

l dialogo non ferma lo scontro commerciale tra Stati Uniti e Cina. Al via oggi una nuova tranche di dazi americani per 16 miliardi di dollari su merci importate dalla Cina. Le nuove tariffe, con tassazione al 25%, portano a un totale di 50 miliardi di beni cinesi colpiti dagli Stati Uniti su volere del presidente Trump.

La Cina ha annunciato una reazione immediata con tariffe sullo stesso importo di 16 miliardi di beni statunitensi, puntando a prodotti iconici come le motociclette Harley Davidson, il bourbon e il succo d’arancia, tra centinaia di altri.

Le misure commerciali arrivano mentre procedono i colloqui tra americani e cinesi a Washington per cercare di porre fine alla guerra economica tra le due superpotenze economiche mondiali. Gli Stati Uniti accusano la Cina di pratiche commerciali sleali, in particolare sulla tecnologia. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump vuole ridurre il deficit commerciale dei paesi

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Il ministero dell’Economia di Pechino ha annunciato che la Cina invierà il vice ministro del Commercio, Wang Shouwen, negli Stati Uniti alla fine di agosto per riprendere il dialogo sul commercio, dopo l’avvio della guerra dei dazi tra le due superpotenze mondiali. Wang, rappresentate per i negoziati sul commercio internazionale, incontrerà un alto funzionario del Tesoro Usa, David Malpass, su invito degli Stati Uniti.

Pechino ha comunque ribadito di essere contraria alle pratiche unilaterali e di protezionismo e di non accettare alcune misura di restrizione unilaterale del commercio. “La Cina accoglie la comunicazione e il dialogo sulla base della reciprocità, dell’uguaglianza e dell’integrità”, recita la nota del ministero. Lo scorso giugno il ministro del commercio Usa, Wilbur Ross, aveva incontrato il vicepremier cinese, Liu He, a Pechino. E un mese prima Liu aveva visto il segretario Usa al Tesoro, Steven Mnuchin, a Washington.

 

 

La guerra continua!  La Cina si dice pronta a imporre dazi  su prodotti di importazione Usa per 60 miliardi di dollari: il ministero delle Finanze cinese precisa che Pechino prevede di imporre dazi a livelli del 25%, 20%, 10% e 5% e che la Cina applicherà le tariffe non appena gli Stati Uniti adotteranno i nuovi dazi nei confronti dell’import dall’Asia. Pochi giorni fa, dalla Casa Bianca era filtrata la possibilità di un incremento delle tariffe su flussi di merci per 200 miliardi. Oggi, proprio in tema commerciale, emerge dai dati che la campagna di Trump non sta producendo effetti – ricordando comunque che le misure tariffarie sono scattate solo in parte. A giugno, il deficit commerciale a stelle e strisce è salito a 46,3 miliardi di dollari: poco sotto le attese, ma in netta crescita anche con la Cina.

Il grande timore è che l’escalation della guerra commerciale (e ora anche valutaria) di Trump con la Cina possa indurre Pechino a mettere mano al suo colossale portafoglio di Treasuries, il primo al mondo, arrivato alle dimensioni record di 1,18 trilioni di dollari.

La Cina fa paura, anche se per ora non ci sono segnali di tensione su questo fronte. Gli ultimi dati disponibili, quelli di maggio, riferiscono di ulteriori acquisti di titoli di Stato Usa per 7 miliardi di dollari da parte di Pechino. Ma è ancora troppo presto per dire se la guerra commerciale avrà un impatto sugli acquisti esteri di Treasuries. Trump sa essere fin troppo imprevedibile, e – anche se improbabile – non è escluso che la situazione gli possa sfuggire di mano.

 

 

 

 

 

Vedere anche:https://www.youtube.com/watch?v=hj0BnKW-Qt I

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