19/MO CONGRESSO DEL PARTITO COMUNISTA CINESE (OTTOBRE 2017)

Domenica 5 novembre 2017, Donald Trump è atterrato in Giappone, prima tappa del suo tour di 9 giorni in Asia.

IL CONGRESSO SI CHIUDE!

 

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Xi Jinping pronuncia un discorso all’incontro con la stampa alla chiusura del 19esimo Congresso

 

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Xi Jinping presenta i nuovi eletti: Li Keqiang, Li Zhanshu, Wang Yang, Wang Huning, Zhao Leji and Han Zheng

 

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Xi Jinping, segretario generale del Comitato Centrale del Partito Comunista della Cina, e gli altri nuovi eletti del Comitato Permanente dell’Ufficio Politico del 19th CPC Central Committee (Li Keqiang, Li Zhanshu, Wang Yang, Wang Huning, Zhao Leji and Han Zheng) arrivano per incontrare la stampa alla Great Hall of the People in Beijing, Oct 25, 2017. [Photo/Xinhua]

Xi Jinping è stato eletto Segretario Generale e Presidente della Commissione Centrale Militare.

Lista dei membri del Political Bureau  of the 19th Communist Party of China (CPC) Central Committee :
Ding Xuexiang, Xi Jinping, Wang Chen, Wang Huning, Liu He, Xu Qiliang, Sun Chunlan (female), Li Xi, Li Qiang, Li Keqiang, Li Hongzhong, Yang Jiechi, Yang Xiaodu, Wang Yang, Zhang Youxia, Chen Xi, Chen Quanguo, Chen Min’er, Zhao Leji, Hu Chunhua, Li Zhanshu, Guo Shengkun, Huang Kunming, Han Zheng and Cai Qi.
Sono stati eletti alla prima sessione plenaria del CPC Central Committee.

Xi Jinping inizia il suo secondo mandato di cinque anni alla guida della seconda economia del mondo, forte dell’ingresso del proprio nome nella Costituzione del Partito comunista cinese e senza aver nominato un successore. Questa mattina (25 ottobre 2017) nella Grande Sala del Popolo affacciata sulla Tian’anmen è sfilato il nuovo Comitato Permanente. E’ stato però subito chiaro che tra loro non c’era nessuno abbastanza giovane da poter sostituire, nel 2022, Xi Jinping alla guida della Cina. Il presidente cinese ha così rotto una tradizione che andava avanti da un quarto di secolo – anni in cui il potere a Pechino è stato condiviso all’interno di una leadership collettiva – e che imponeva al presidente cinese, alla fine del primo mandato, di nominare un successore.

Nel nuovo Comitato permanente continueranno a sedere per altri cinque anni Xi Jinping e il capo del governo, Li Keqiang. Mentre i nuovi cinque membri – tutti con un’età compresa tra i 60 e i 67 anni – provengono dalle diverse fazioni del Partito comunista. Li Zhanshu: da decenni amico di Xi Jinping, già consigliere e sostenitore del presidente negli ultimi cinque anni. Wang Yang: esponente della Lega della Gioventù Comunista vicina all’ex-presidente Hu Jintao, in passato segretario del Partito nella ricca provincia del Guangdong, dove si è distinto per aver enfatizzato il ruolo del mercato e della società civile. Wang Huning: docente universitario e consigliere politico di tre generazioni di leader cinesi. Zhao Leji: che assumerà la guida della potentissima commissione incaricata della lotta alla corruzione. Han Zheng: già segretario del Partito comunista di Shanghai, roccaforte del potere dell’ex-presidente Jiang Zemin.

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Al momento Xi è il nuovo imperatore della Cina. La Repubblica popolare è entrata nella sua terza fase, dopo il trentennio di Mao Zedong che riscattò il Paese fondando lo Stato comunista e dopo Deng Xiaoping che soccorse l’economia. Ora è il momento di Xi, che ha tracciato progetti fino al 2050: ha nelle mani una Cina diventata grande potenza economica e reclama un ruolo di guida mondiale.  E anche per questo obiettivo ha una strategia e una chiara visione sul futuro delle relazioni internazionali. È aiutato dalla confusione della presidenza Trump, che minaccia protezionismo commerciale, soluzioni militari con Iran e Nord Corea, non crede negli Accordi di Parigi sul contrasto al riscaldamento terrestre.

SI COMINCIA!

Si comincia! Xi inizia a parlare poco dopo le 9 del mattino a Pechino accolto da un lungo applauso, dopo essere entrato seguito dagli ex presidenti Jang Zemin e Hu Jintao. Il silenzio cala tra i 2280 delegati delle province, riuniti nella Grande Sala del Popolo in piazza Tiananmen, Il presidente inizia parlando di Taiwan che Pechino considera una provincia ribelle e ricorda che proprio il suo governo ne ha impedito l’indipendenza. Parla di Hong Kong, dove assicura che  la Cina esercita il  potere nel rispetto della Basic Law.

 “L’economia cinese non chiuderà le porte al mondo” afferma Xi Jinping tra gli applausi dei delegati, ma “Pechino non copierà mai i sistemi politici stranieri”. Quindi: sì alla economia di mercato, ma niente democrazia. È “la dottrina del socialismo con caratteristiche cinesi per la nuova era”: la denominazione ufficiale del pensiero del nuovo Mao viene svelata dopo oltre tre lunghissime ore di discorso.
Xi promette anche un cielo sempre più blu che risplenderà grazie a una “sempre più incisiva” lotta all’inquinamento, anche se, per la verità, il cielo si è ingrigito all’apertura del Congresso.

Xi afferma che il partito “deve mantenere il controllo più deciso delle forze armate” e promette di costruire “un esercito di prima classe”. Infine, la Cina farà di tutto per “combattere” il terrorismo, che comprende anche gli indipendentisti islamici uiguri e i bonzi tibetani.

Ecco dunque “il socialismo in caratteristiche cinesi per la nuova era”. Xi disegna il suo China Dream, il sogno cinese che entrerà nella costituzione del partito e comincia a citare i suoi slogan: “i quattro comprensivi”, “i quattro cardini della “fiducia”. Giura che il partito “non cambierà mai colore” e deve anzi “permeare tutti gli aspetti del diritto; parla del “modello cinese” che può essere da esempio agli altri paesi.

L’unico vero Congresso che conta nella vita della Repubblica popolare non riserverà certo sorprese: martedì prossimo incoronerà per un secondo mandato l’onnipotente Xi. Il dubbio è un altro: il Congresso individuerà, com’è successo fin qui, il Delfino destinato a succedergli tra cinque anni? Oppure Xi si limiterà a rafforzare la squadra con uomini di fiducia stretta che gli permetteranno di restare in sella anche oltre la scadenza naturale?

E chi saranno gli uomini di questa squadra? Uno dei favoriti è  Chen Min’er, 57 anni,  assurto nella posizione di capo della super metropoli Chongqing, dopo il defenestramento a sorpresa questa estate di Sun Zhengcai. Un altro è Wang Yang, 62, il vicepremier che incalza il capo del governo Li Keqiang.

La Cina, tra due settimane, accoglierà Donald Trump che, nel suo viaggio in Estremo Oriente, si spingerà fino in Corea per sfidare dal Sud quel Kim Jong-un che dal Nord minaccia il mondo. Sarà una occasione per cominciare a delineare concretamente la Cina futura. “Non sarà una passeggiata nel parco” dice Xi. C’è da credergli.

 

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PRELIMINARI

IL MEETING PREPARATORIO

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Il meeting è presieduto da Xi Jinping

 

MEDIA CENTER

 

L’efficientissimo (auspicabilmente) media center

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sala

opuscoli

Arrivano i delegati

 

region

Misure di sicurezza in Tibet

 

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Esercitazione di 2600 poliziotti nello Hubei per garantire la sicurezza

 

LE PREVISIONI

Salito al potere nel 2012, da allora il presidente cinese è riuscito ad accentrare nelle sue mani tanto potere come non si vedeva da decenni a Pechino. In questi anni, Xi ha stravolto alcune dinamiche e tradizioni con cui è stata governata la Cina nell’ultimo quarto di secolo, facendo della sua carismatica presidenza l’inizio di una nuova fase politica che si propone di cambiare il volto del Paese per i prossimi trent’anni. Fin da subito, Xi Jinping ha chiarito che il suo ambizioso progetto prevede il «grande rinascimento della nazione cinese» entro il 2049:  il traguardo è proprio quello di rendere i cinesi più sicuri del proprio sistema economico, politico e culturale.

Xi tornerà anche a rivendicare i successi nella campagna contro la corruzione che ha punito centinaia di migliaia di funzionari, ma che è stata usata anche per metter fine alla carriera di alcuni astri nascenti sulla scena politica di Pechino che rischiavano di fare ombra al «nucleo» del Partito. Sul fronte interno restano aperte le sfide rappresentate dalla turbolenta periferia della Repubblica Popolare: Tibet, Xinjiang, Taiwan e il movimento democratico di Hong Kong. Il grande rinascimento della Cina passa anche dalla svolta che Xi ha imposto al ruolo internazionale del colosso asiatico. In Cina non si era mai visto un presidente così “viaggiatore” – oltre che così attivo sui principali dossier della politica estera. Pilastro della politica estera di Pechino rimane la Belt and Road: l’iniziativa economica e strategica promosso da Xi Jinping nel 2013 e che si propone di collegare il continente Euroasiatico attraverso una capillare rete di infrastrutture. Un piano Marshall con caratteristiche cinesi, secondo alcuni. Un’iniziativa che ha consentito a Pechino di rafforzare le relazioni con alcuni Paesi della regione, compresi alcuni dei principali alleati degli Stati Uniti in Asia. 

 

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Il Partito comunista cinese terrà il 19/mo congresso dal 18 ottobre: lo riportano i media ufficiali come l’agenzia Nuova Cina e la tv di Stato Cctv. L’evento, a cadenza quinquennale, è attesissimo questa volta, in quanto dovrebbe vedere il consolidamento della leadership del presidente Xi Jinping, che è anche Segretario Generale del PCC,  nonché la scelta delle nuove posizioni di vertice, con il rafforzamento degli esponenti della cosiddetta “sesta generazione”.

I Congressi del Partito Comunista, che hanno luogo in Cina ogni cinque anni tendono ad essere di due tipi: di consolidamento o di transizione. Quelli che hanno luogo ogni 10 anni permettono una transizione da un leader a un altro e spesso da una generazione politica ad un’altra. Quelli intermedi, come l’imminente 19esimo,  portano di solito ad un consolidamento del leader in carica e della sua agenda. Così succederà questa volta. Si prevede infatti un impressionante consolidamento del potere di Xi Jinping. Questo Congresso ci offrirà un ritratto del partito e del paese che avanzano inesorabilmente verso maggiore ricchezza e potere,  verso riforme, apertura e standing internazionale e implementazione del pensiero di Xi Jinping.  Circa metà dei membri del Comitato Centrale e del Politburo cambieranno, come pure cinque dei sette membri del Comitato Permanente del Politburo.

Deng Xiaoping aveva enfatizzato il fatto che la eccessiva concentrazione di potere nella persona di Mao Zedong aveva condotto a due disastrosi decenni, dal 1956 al 1976.  Per eliminare questa malattia, nei quattro decenni successivi si era cercato di distribuire il potere tra i membri più importanti del partito, separare il partito dal governo e decentrare il potere da Pechino alle province.  L’intero sistema decisionale doveva essere basato sulla consultazione e sulla condivisione. L’accumulazione di potere personale da parte di Xi e la sua aggressiva campagna anticorruzione, pur necessaria, hanno profondamente minato il sistema. La campagna anticorruzione ha sistematicamente distrutto molte fazioni nel partito, nello stato, nell’apparato militare e di sicurezza. Xi ha completamente distrutto le basi di potere dei suoi due predecessori, Jang Zemin e Hu Jintao, le fazioni di Shanghai e della Youth League rispettivamente.  In campo militare, 4000 ufficiali, 100 generali e 4 membri della Commissione Centrale Militare sono stati sollevati dai loro incarichi.  Si ha dappertutto un accentramento ed un avanzamento dei fedeli di Xi. Un sistema così accentrato rischia di essere fragile, perché non c’è un feedback verso il centro.

Nonostante Xi detenga un potere paragonabile a quello di Mao Zedong anni migliori, non ha ancora la forza sufficiente per cambiare la Cina come vorrebbe. A partire dalla riforma delle aziende di Stato, poco performanti e assai efficienti, invece, nell’alimentare la corruzione. La resistenza dei quadri medio-alti  alla campagna anti-corruzione lanciata da Xi  e l’opposizione di consolidati interessi ai programmi di privatizzazione di parte delle aziende pubbliche è molto forte. E determina uno stallo che il presidente intende superare sulla spinta del prossimo Congresso aprendo così una nuova fase politica che potrebbe spingersi oltre il termine normalmente stabilito per la fine del mandato presidenziale, nel 2022.

Ci sarà una accelerazione delle riforme economiche? Se Wang Qishan diventerà il nuovo premier,  c’è da aspettarsi una più decisa attuazione delle riforme. è l’unico che ha la competenza economica e il prestigio politico per raggiungere tale obiettivo: sarebbe il meglio per la Cina. Se no, si continuerà l’investimento in infrastrutture e la crescita del debito delle imprese e delle amministrazioni locali. Dove  sicuramente ci sarà continuità, sarà in politica estera, con i primo piano il programma One Belt, one Road.

 

 

 

 

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La nuova “media newsroom” del Press Center

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Avviati i servizi di accoglienza

 

 

 

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Entro l’anno la Cina ultimerà una blacklist a livello nazionale con lo scopo di catalogare e svergognare pubblicamente quanti non sono ancora stati in grado di ripagare i prestiti bancari accumulati. Secondo il progetto, promosso congiuntamente dalla Corte suprema del Popolo, dal Dipartimento della Propaganda e dalla China Banking Regulatory Commission, quanti non riusciranno a ripianare una situazioni debitoria  vedranno il proprio nome, fotografia, indirizzo e ammontare del debito resi pubblici attraverso vari canali, come giornali, radio, televisione.

 

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