RIARMO E POLITICA DI POTENZA DELLA CINA

L’era della portaerei  americana come la principale incarnazione della potenza militare potrebbe finire, a meno che gli Stati Uniti non sviluppino le difese per la prossima generazione di armi ipersoniche altamente manovrabili e super veloci in fase di sviluppo da parte della Russia e della Cina”. Insomma, le forze armate statunitensi sono molto preoccupate, perché gli indizi che arrivano da Pechino e, in parte, da Mosca, inducono a ritenere che siamo di fronte a una nuova sfida per la strategia Usa nel Pacifico (e non solo) a cui il Pentagono non sembra ancora del tutto pronto. La Cina spende già miliardi di dollari per sviluppare una versione non nucleare delle armi che potrebbe rendere le portaerei degli Stati Uniti vulnerabili agli attacchi senza avere ancora modo di potersi tutelare. Un pericolo estremamente importante, soprattutto nei mari del Pacifico, dove è più forte la frizione fra le due potenze.

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Il governo cinese ha confermato che, a fronte di una crescita del Pil del 6,5 %, le spese militari nel 2018 saliranno dell’ 8,1%, a 1100 milioni di yuan, ovvero 173 miliardi di dollari. Il riarmo cinese è incentrato sulle nuove tecnologie. Se c’ è una voce in calo è il numero dei soldati, 300mila in meno, attestandosi sui 2 milioni. Non è più il tempo della sterminata fanteria!

 

All’ attuale portaerei Liaoning, già inviata a rivendicare le isole Spratly e le Paracel, se ne vogliono aggiungere altre tre entro il 2025. Poi, produzione massiva del nuovo caccia invisibile Chengdu J-20, pariclasse del Lockheed F-35 americano.Inoltre, missili antisatellite che già hanno colpito bersagli in orbita terrestre e coi quali si spera di «accecare» in caso di guerra con gli Usa, i sistemi spaziali di osservazione e comunicazione.

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La più piccola nazione dell’Asia è al centro di uno scontro a distanza tra le più grandi e ricche potenze del continente, la Cina e l’India. Le famose Maldive delle vacanze da sogno, oggi sempre più radicalizzate dall’Islam anche con l’aiuto dell’Arabia Saudita, si trovano in mezzo a un ciclone politico.

L’ex presidente Nasheed, ricordando che nel 1988 il presidente indiano Rajiv Gandhi lanciò i suoi parà per soffocare un colpo di Stato ai danni dell’allora dittatore, ha chiesto che anche questa volta intervengano le truppe indiane in un’operazione che riporti l’ordine e il rispetto delle istituzioni e dei giudici.

La delicata questione gira attorno a interessi strategici ed economici. Da un lato c’è l’espansionismo cinese che ha già costruito un porto nel vicino Sri Lanka e uno in Pakistan e ha aperto la sua prima base navale oltreoceano a Gibuti, in Africa. Dall’altro ci sono gli interessi puramente commerciali della Cina.

Ora la domande è: l’India resterà a guardare mentre il presidente filo-cinese Yameen annienta il potere giuridico della giovane democrazia, stabilendo un suo strapotere a favore di Pechino?

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Dopo che nel dicembre 2016 la  Liaoning realizzata a partire dall’ammodernamento di uno scafo di epoca sovietica, è stata dichiarata pronta al debutto operativo, la Cina ha accelerato i tempi per definire un programma di realizzazione di una serie di portaerei da parte dei cantieri navali nazionali.

I lavori nel porto di Dalian per la realizzazione della Type 001A, che una volta completata riceverà il nome di Shandong, procedono a ritmo serrato: il vascello dislocherà 70mila tonnellate a pieno carico e potrà imbarcare da 30 a 40 jet da combattimento, disponendo inoltre di sistemi di difesa  migliorati rispetto a quelli di cui è fornita la Liaoning.

Tuttavia, sarà solo con il lancio delle portaerei della classe Type 002, a cui appartiene la nuova nave commissionata ai cantieri di Shangai, che la Cina disporrà di un vascello capace di competere in maniera diretta sia con le forze statunitensi che con le nuove, modernissime unità messe in campo dall’India.

MEDIAZIONE CINA TRA USA E NORDCOREA

Xi Jinping ha preso l’iniziativa di mandare un inviato speciale in Corea del Nord. A detta dell’agenzia di stampa Xinhua, scopo ufficiale della visita del delegato cinese, il noto diplomatico Song Tao, sarà quello di informare il regime di Pyongyang sugli esiti del diciannovesimo Congresso del Partito comunista cinese e di visitare il Paese. Non viene specificata la durata del viaggio di Song Tao in Corea del Nord, ma si suppone che abbia la sua scadenza naturale nel momento in cui Kim e il suo governo avranno avuto piena visione dei piani di Xi Jinping per risolvere la crisi. Il governo di Pechino persevera nella volontà di giungere a un accordo che preveda il cosiddetto “doppio stop” da parte Usa e da parte nordcoreana, e dunque la fine delle provocazioni militari di Kim e delle esercitazioni anche congiunte delle forze americane: ipotesi che per ora dal Pentagono sembrano bocciare. Il viaggio del delegato di Pechino arriva dopo due anni dall’ultimo viaggio ufficiale di un funzionario cinese nel Paese di Kim. A ottobre del 2015, Liu Yunshan, membro del Politburo cinese, visitò Pyongyang e incontrò il dittatore nordcoreano, ma, al netto di un invito al dialogo da parte di Xi, non ci furono impulsi verso la via della pacificazione. Questa volta le cose sembrano essere diverse: la Cina non ha più intenzione di mettere a repentaglio la stabilità del Pacifico e dei propri mercati per colpa di Kim Jong-un, specialmente se va a discapito dei suoi commerci con la Corea del Sud e gli Stati Uniti. La posta in gioco è troppo alta per permettersi un vicino così scomodo.

Il Mar Cinese Meridionale rischia di essere uno dei punti più caldi di una crisi tra Cina e Stati Uniti. Le acque rivendicate da Pechino sono una regione strategica: in profondità potrebbero esserci giacimenti di petrolio e di gas naturale. Inoltre,  la zona è una riserva per la pesca e in quel tratto di mare ogni anno transitano merci per un valore di cinquemila miliardi di dollari. Chi controlla il Mar Cinese Meridionale, controlla le principali rotte commerciali internazionali. Per rafforzare le proprie rivendicazioni, negli ultimi anni la Cina ha costruito isole artificiali su cui sorgono imponenti istallazioni militari: batterie contro le navi e piste di atterraggio per jet. Sulla base di mappe pubblicate alla fine degli anni ’40, Pechino reclama come parte del proprio territorio circa il 90% del Mar Cinese Meridionale.

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 Da tempo il governo cinese si è imposto come uno dei principali interlocutori finanziari ed economici dell’America Latina. I pragmatici cinesi non si pongono questioni ideologiche e non s’immischiano, almeno apertamente,

 nei problemi interni dei loro partners.  I progetti più ambiziosi riguardano le infrastrutture, le comunicazioni, i trasporti. Tutto procede come previsto nel programma fissato nel 2013 dal presidente Xi Jinping: la Belt and Road Initiative (o «nuove vie della seta»), un piano strategico di respiro globale teso a controllare i colli di bottiglia del commercio mondiale e/o sviluppare rotte alternative per ridurre la dipendenza dagli stessi.

Da qui l’ulteriore interesse verso le Americhe. In cima alla lista di Pechino vi è lo scavo del Canale del Nicaragua, una nuova via d’acqua di 276 chilometri alternativa a Panama; dopo vari ritardi, lo scorso luglio il governo di sinistra di Daniel Ortega ha confermato l’incarico alla compagnia cinese HKND con una concessione quarantennale per la gestione .  E’ stata invece bloccata per le proteste degli ambientalisti la ferrovia transamazzonica, una linea di 5.300 chilometri che doveva attraversare il Continente per collegare il brasiliano Porto do Acu (sull’Atlantico) con il peruviano Puerto Ilo (sul Pacifico).

Nel Continente nero tutto è più facile. Da trent’anni Pechino ha impiantato salde radici economiche in gran parte dell’Africa. Inoltre, approfittando dell’emergenza pirateria, le navi da guerra cinesi pattugliano da tempo il golfo di Aden per proteggere il traffico mercantile internazionale. Una presenza importante che il «Dragone» ha ottimizzato ottenendo dal governo di Gibuti, un’enclave francese e una posizione americana, l’autorizzazione per costruire la sua prima base logistica militare fuori dai confini nazionali. Inoltre, lo scorso gennaio è stata inaugurata la nuova linea ferroviaria Gibuti-Addis Abeba finanziata dalla China Exim Bank e gestita da China Railways.

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Si chiama “Guerriero delle profondità” (in cinese “Shenhai Yongshi”) il nuovissimo batiscafo interamente costruito in Cina e dotato di equipaggio che ha effettuato con successo i suoi primi test in mare durante una campagna durata 50 giorni tenutasi nel Mar Cinese Meridionale. Il vascello, ritornato oggi nel porto di Sanya nella provincia meridionale di Hainan con la nave madre “Tansuo-1” recentemente entrata in servizio, ha raggiunto una profondità massima di 4500 metri durante le sue prime prove in mare ed ha dimostrato efficacemente la sua idoneità a svolgere i compiti per i quali è nato, confermando che tutta la sua dotazione di strumenti scientifici è perfettamente funzionante. Ovviamente piene di entusiasmo le parole di Bai Chunli, presidente dell’Accademia delle Scienze Cinese, che ritiene  il successo del nuovo batiscafo un ulteriore passo avanti per la ricerca oceanografica di Pechino. La Cina infatti sta dando notevole impulso allo sviluppo di una flotta oceanografica moderna.

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L’accordo diplomatico, politico e, soprattutto, finanziaro che nei giorni scorsi è stato firmato da Xi Jinping e Rodrigo Duterte, presidente delle Filippine, è una svolta importante, che ha sconvolto l’equilibrio economico dell’area. La Cina era il  secondo partner commerciale delle Filippine, dopo il Giappone e prima degli Stati Uniti e Singapore. Secondo il politologo Robert Kagan, nella nuova battaglia del Pacifico si gioca il nuovo ordine mondiale. Un terzo del traffico marittimo mondiale passa per il Mar della Cina del sud. Inoltre, se i calcoli della Cina sono corretti, in questo mare ci sono riserve di petrolio per 7 miliardi di barili: le più grandi del mondo, escluse quelle dell’Arabia Saudita. Xi Xinping ha messo sul tavolo 24 miliardi di dollari. Contano molto più questi delle decine di testate nucleari puntate verso le Filippine, che però sono più un ammonimento agli Stati Uniti, che hanno qui cinque basi militari.

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Nel 2016 la Cina varerà un bilancio record per la difesa! La spesa per nuove armi supererà quella complessiva dell’intera regione Asia-Pacifico! Per l’apparato militare saranno spesi 240 miliardi di dollari: oltre il doppio rispetto al 2011. Il resto dell’Asia, Giappone e India compresi, spenderà “solo” 232,5 miliardi. La Cina si avvia dunque a spendere una cifra analoga agli stanziamenti militari degli Stati Uniti. Fino allo scorso anno le spese militari degli Stati Uniti valevano il 45% del totale mondiale, ma queste spese si riducono di solito nell’anno elettorale. Entro il 2020 il divario tra Usa e Cina risulterà dimezzato. La Cina ha sempre sostenuto che la crescita delle sue spese militari avrebbe seguito il ritmo della sua crescita economica complessiva, ma nel 2016 le spese militari cresceranno del 12%, mentre il Pil crescerà del 6,5%. L’incremento delle spese militari sarà dedicato allo sviluppo di caccia da combattimento e di una avanzata flotta navale, dotata di due portaerei. Va precisato che tra le spese militari rientrano anche quelle relative alla esplorazione dello spazio. La Cina vuole portare i suoi astronauti sulla Luna e precedere gli Usa nella corsa verso Marte.



La Cina “non ha alcun diritto storico sulle isole del “Mar Cinese Meridionale” e ha violato la sovranità delle Filippine costruendo atolli artificiali. Lo ha stabilito la Corte permanente arbitrale dell’Aja, sotto l’egida dell’Onu, demolendo la “linea dei nove punti”, con cui Pechino da quasi settanta anni rivendica il 90% delle acque, da cui transitano ogni anno merci e materie prime per oltre 5 mila miliardi di dollari.

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Sono cominciati i lavori per la prima base permanente all’estero della Cina, a Gibuti, dopo l’accordo dell’anno scorso fra il piccolo Stato africano e il Gigante cinese. Gibuti ha appena 900 mila abitanti, ma è in una posizione strategica: all’ingresso del Mar Rosso e di fronte alla rotta dove passa il 40 per cento del traffico merci del mondo.  La base di Tadjoura, proprio di fronte alla capitale Gibuti, ospiterà fino a 5500 militari e complessivamente 10 mila uomini, fra soldati e civili. Potrà accogliere grandi navi da combattimento, avrà alloggiamenti sia per le forze di marina che dell’esercito e sarà completata da una base aerea. Lo scopo principale, per il ministro della Difesa cinese, è la «lotta alla pirateria» e fornire una base a terra per i marinai costretti a lunghe missioni in mare con conseguenti «problemi psicologici».

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Come dicono Laozi e la tradizione taoista: “Un viaggio di mille miglia inizia da un singolo passo”. Ci sono cinque fattori da tenere presenti per prevedere il futuro impatto della Cina sullo scenario mondiale.

  1. Il peso della Cina nel commercio mondiale è cresciuto dal 3 all’11% negli ultimi vent’anni, ma è ancora inferiore al contributo cinese al prodotto globale che è il 16%.
  2. Per la prima volta gli investimenti diretti verso l’estero hanno superato quelli in entrata. Tuttavia i ricavi dell’estero per le quotate cinesi sono pari al 13% con percentuali raddoppiate nel giro di pochi anni; in Europa, però, si raggiunge il 50%.
  3. Molto importante sarà lo sviluppo della nuova Via della Seta che costituisce un “importante catalizzatore di infrastrutture”. I progetti transfrontalieri inerenti dovrebbero raggiungere 900 mila miliardi di dollari. L’iniziativa “One road, one belt”, ossia la costruzione di una rete di collegamenti terrestri e marittimi tra l’Asia Orientale e l’Europa garantirà la crescita nel medio termine, anche grazie a a finanziamenti extra per le infrastrutture.
  4. Crescente ruolo estero delle policy bank di Pechino che va di pari passo con la globalizzazione delle banche commerciali.
  5. Processo di internazionalizzazione dello yuan che potrebbe portare alla sua inclusione tra i diritti speciali di prelievo che costituiscono il paniere delle valute del Fondo Monetario Internazionale.

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Durante la gigantesca parata militare per il settantesimo anniversario della Seconda guerra mondiale, l’unico a indossare il vestito tradizionale di Mao era Xi Jinping, mentre tutti gli altri dirigenti indossavano vestiti di foggia occidentale. Sembra un segnale per indicare che l’esercito, che in Cina è l’ultimo decisore, risponde solo a lui. In un paese, dove è in corso una prova di forza tra nuova e vecchia guardia, si tratta di un messaggio importante. Coloro che hanno tratto vantaggio dalla politica della “crescita ad ogni costo, basata sulle esportazioni e sulla costruzione di grandi infrastrutture, sono ancora molto forti e certo non apprezzano il nuovo corso che vuole privilegiare i consumi interni.

In un quadro di incertezza provocato dallo scontro di forze contrapposte, il taglio dei tassi di fine agosto e la minisvalutazione dello yuan sono stare mosse obbligate per tenere sotto controllo la situazione. L’apertura alle Banche centrali estere al Foreign Exchange di yuan direttamente sul mercato cinese rappresenta una ulteriore mossa verso la flessibilità.

Xi Jinping mira a trasformare Pechino nella capitale dell’Oriente, nel principale finanziatore dell’Africa e nell’interlocutore privilegiato dell’Europa: diventare l’epicentro del mondo. La Cina può contare su riserve di valuta estera pari a 3700 miliardi di dollari. Può offrire enormi finanziamenti per infrastrutture, garantendo altresì l’estraneità alle vicende politiche interne.  Così persegue lo storico piano di Via della Seta di terra e di mare. I fondi messi a disposizione per la nuova “Via della Seta” tra Asia ed Europa ammontano a 62 miliardi di dollari che possono diventare 100 con l’avvio della Asian Infrastructure Investment Bank.

Xi non nasconde più la forza della Cina, ma parla di “Sogno cinese” e di un piano concreto di espansione politico-commerciale che ha battezzato “Una Cintura. Una Strada”. A colpi di investimenti multimiliardari, il piano, che si ispira alla antica Via della Seta, sta prendendo forma. La Cintura, terrestre, è un tracciato di strade, ferrovie ad alta velocità e per il trasporto delle merci, oleodotti e gasdotti, linee di comunicazione che dalla Cina attraverseranno l’Asia Centrale, il Medio Oriente, la Russia e l’Europa.

La Strada, marittima, parte dai grandi porti di Shanghai e Canton, fa rotta lungo il Mar Cinese meridionale, l’Oceano Indiano, il Mar Rosso, il Mediterraneo, approdando a Venezia. Secondo i piani di Pechino, queste due nuove Vie della Seta coinvolgeranno 65 paesi e 4.4 miliardi di persone: il 63% della popolazione mondiale ed il 30% del Pil globale.

Il controllo del Mar Cinese Meridionale è di vitale importanza per la Cina che rivendica l’80% di queste acque a scapito dei vicini, come Filippine, Vietnam, Malesia, Taiwan. Di qui passano ogni anno navi che trasportano merci per 5.300 miliardi di dollari, mentre i suoi fondali nascondono petrolio e gas naturale. L’anno scorso Pechino era arrivato ai ferri corti con il Vietnam per le isole Paracelso. Ora ha preso di mira le isole Spratly, rivendicate anche dalle Filippine. La Cina ha costruito una serie di isolotti artificiali sulle coste dell’arcipelago conteso, quadruplicando in cinque mesi la superficie artificiale dell’area. Ma ora ha adottato una nuova e più aggressiva dottrina militare che prevede la “protezione dei mari aperti” da parte della Marina, mentre le forze aeree dovranno passare dalla “difesa” alla “difesa e offesa”. La Cina si sente accerchiata e lamenta l’interventismo americano che, semplicemente, ha lo scopo di proteggere gli alleati degli Stati Uniti.

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Un paese dalla grande storia conosce periodi di decadenza, ma poi riemerge!

Agli inizi del Rinascimento,  la Cina era così tecnologicamente avanzata che lo storico dell’economia Eric L. Jones sostenne che l’impero cinese “nel quattordicesimo secolo era giunto a un soffio dall’industrializzazione”.

All’inizio del 15° secolo, la Cina aveva già la bussola, la stampa a caratteri mobili ed eccellenti capacità navali. Infatti, l’ammiraglio cinese Zhang He guidava spedizioni verso il sud-est asiatico, l’Asia del sud, l’Asia occidentale e l’Africa orientale dal 1405 al 1433 circa, più o meno un secolo prima che i portoghesi raggiungessero l’India. Possedeva anche navi molto più lunghe della Santa Maria di Cristoforo Colombo, la più grande delle tre caravelle che attraversarono l’Atlantico.

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Il viaggio di Xi Jinping in Pakistan (maggio 2015) è stato un grande successo, grazie all’offerta di aiuti per 46 miliardi di dollari ed alla firma di 51 accordi commerciali. Saranno costruite strade, ferrovie ad alta velocità, oleodotti, dighe e porti sull’oceano Indiano. Pechino riesce così a sottrarre agli Stati Uniti un alleato strategico, assicurando commesse miliardarie alle proprie imprese. Le banche cinesi inoltre interverranno in Pakistan con finanziamenti per 20 miliardi di dollari. Le infrastrutture centro-asiatiche permetteranno inoltre alle merci cinesi di disporre di sbocchi rapidi e competitivi.

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I paesi aderenti alla Asian Infrastructure Investment Bank

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